Pietro Longo e Daniele Scalea, nel loro Capire le rivolte arabe (Avatar, € 18,00, pp. 164), hanno ben mostrato che se i social network...

Fonte: \”Il Secolo d\’Italia\”

 

Gli originali si affidano a Viadeo, ASmallWorld, Ciprock, Formspring. I nostalgici si tengono Badoo, Netlog o, se sono di bocca buona, MySpace. I professionisti usano solo LinkedIn. Tutti gli altri, semplicemente, usano Facebook e Twitter. È la galassia dei social network, colonna portante di quel “sesto potere” incarnato da internet in tutte le sue ramificazioni. 

“Società aperta” o “case chiuse”?
Per alcuni si tratta dell’incarnazione della popperiana “società aperta”. Per altri di uno strumento rivoluzionario contro gli ultimi dispotismi. La realtà è più prosaica. Anche chi, qualche mese fa, ha proposto di assegnare il Nobel per la pace al web, del resto, sembra non aver fatto i conti con la realtà. Il 12% (24.644.172) di tutti i siti web, infatti, è dedicato alla pornografia, così come il 35% di tutti i download effettuati da Internet, l’8% delle email (2,5 miliardi) e il 25% delle ricerche su un motore di ricerca. Ma anche al netto delle webdonnine allegre, resta da chiedersi perché internet dovrebbe essere interpretato come mezzo di diffusione della pace più di quanto non lo sia rispetto all’odio, alla guerra, al pregiudizio, visto che la stessa Al Qaeda non sembra digiuna di competenze informatiche.

I conti in tasca al web
Ma dicevamo dei social network. Loro sì, ci assicurano, sono vere palestre di democrazia. Eppure i professionisti dell’antiberlusconismo, in questi anni, ci hanno insegnato che democrazia e grandi concentrazioni di capitali, soprattutto da parte di chi si occupa di comunicazione, non vanno proprio d’accordo. I social network, tuttavia, non sono certe organizzazioni caritatevoli. Nel 2007 il fatturato della creazione di Mark Zuckerberg era stato stimato per 150 milioni di dollari. La cifra è raddoppiata nel 2008 (280-300 milioni) per duplicarsi ancora nel 2009 (600-700 milioni) e toccare 1,1 miliardi nel 2010. Quest’anno, invece, il social network supererà Yahoo come più grande venditore di pubblicità su internet negli Stati Uniti. Le entrate del portale, infatti, saliranno dell’80,9% a 2,19 miliardi di dollari, pari a una quota del 17,7% del mercato. Più staccato Twitter, che grazie alla pubblicità ha raccolto nel 2010 “solo” 50 milioni di dollari. In quest’anno, tuttavia, si prevede una crescita del 200% fino a quota 150 milioni di dollari, con proiezioni a 250 milioni di dollari per quel che riguarda il 2012. Sicuri che la nuova “società aperta” possa nascere da una simile macchina da soldi?

Chi è che ci guadagna?
Già: soldi, soldi, soldi. Nelle tasche di chi? Di Mark Elliott Zuckerberg, nel caso di Facebook. Nel 2008 Forbes lo ha nominato «il più giovane miliardario del mondo» (il ragazzo è nato nel 1984) grazie al suo patrimonio di 13,5 miliardi di dollari. La storia molto americana del self made man che ha sfondato grazie a una buona idea è già stata smontata dal film The social network, che ha mostrato una vicenda personale di avidità e sgomitate. Nel club degli investitori di Facebook, tuttavia, non figura ovviamente il solo Zuckerberg. Da qualche tempo, infatti, c’è anche Goldman Sachs, che ha messo sul piatto 450 milioni di dollari. Mica bruscolini. Da tempo, inoltre,Microsoft ha acquistato una quota dell’azienda pari all’1,6% del capitale per 240 milioni di dollari. E occhio ai russi: la Digital Sky Technologies, dell’oligarca Yuri Milner, detiene il 10% del pacchetto azionario di Facebook, ma ha le mani in pasta anche in Twitter e in Groupon. Milner, peraltro, è anche in affari con quel volpone di Mikhail Khodorkovsky, speculatore e già bestia nera di Vladimir Putin.

\"\"I social network e le rivolte arabe
Ok, si dirà. Dietro ci sono le solite cricche, ma la ratio dello strumento è indubbiamente “liberante” e antiautoritaria. Vedi le rivolte spontanee dei giovani del Maghreb, sollevatisi contro la tirannia anche grazie alla libera informazione della rete. E invece no. Pietro Longo e Daniele Scalea, nel loro Capire le rivolte arabe (Avatar, € 18,00, pp. 164), hanno ben mostrato che se i social network hanno avuto un peso scarso e quasi nullo nella mobilitazione di massa dei manifestanti (organizzata, anche se da noi non se n’è parlato, dai Fratelli musulmani), ciò non di meno hanno avuto qualche peso nella pianificazione a monte di una rivolta che tutto appare fuorché spontanea. Gli autori raccontano di come due sottosegretari del Dipartimento di Stato Usa, James K. Glassman e Jared Cohen, abbiano creato la Alliance of Youth Movements (Aym). Jared Cohen è oggi il direttore di “Google Ideas” e «al tempo dei disordini iraniani del 2009, quando ancora lavorava per il governo, fu lui – come rivelato dal New York Times – a contattare Jack Dorsey, fondatore di Twitter, per convincerlo a rimandare una manutenzione programmata e lasciare così quello strumento di coordinamento a disposizione dei manifestanti anti-Ahmadinejad. Jared Cohen ha confessato a Foreign Affairs di essersi trovato in Egitto durante le agitazioni che hanno portato alla deposizione del presidente Mubarak. Tra i co-fondatori dell’Aym, oltre a Cohen, ci sono anche Jason Liebman (ex dipendente di Google[…]) e Roman Tsunder di Access 360 Media […]. A quella o alle successive riunioni dell’Aym hanno partecipato anche Dustin Moskowitz (co-fondatore di Facebook), Scott Heiferman (dirigente di MeetUp.com) e il già citato Jack Dorsey (fondatore di Twitter)». Ma in fondo era per una buona causa. O forse voi pensate male?