Un programma televisivo statunitense ha recentemente riportato a una certa attenzione mediatica la storia di John Needham, veterano della guerra in Iraq morto circa...

Un programma televisivo statunitense ha recentemente riportato a una certa attenzione mediatica la storia di John Needham, veterano della guerra in Iraq morto circa due anni fa a ventisei anni. Arruolatosi nel marzo 2006 e addestrato a Fort Carson, in Colorado, John aveva servito nelle forze armate dispiegate a Baghdad tra l’ottobre del 2006 e l’ottobre del 2007, guadagnandosi vari onori militari. Le esperienze vissute nella sua compagnia, che includevano anche atrocità contro la popolazione – da lui in seguito denunciate ma senza esito – causarono tuttavia delle severe ripercussioni sulla sua salute fisica e mentale. Dopo aver tentato il suicidio, fu messo in isolamento. Quando finalmente fu rimpatriato per essere sottoposto a cure mediche, a John furono diagnosticati depressione, micro-lesioni cerebrali e disturbo post-traumatico da stress – quest’ultima è una patologia tipica dei soldati di ritorno da scenari di guerra. Nel settembre 2008 John in un momento di follia uccise la sua ragazza. Nel febbraio 2010, prima dell’inizio del processo, egli morì per overdose di antidolorifici, probabilmente suicida.
Due vite umane non sono che una minima parte dei costi causati dalla guerra in Iraq, che ora, almeno per le forze armate non irachene, sembra volgere al termine. La recente esposizione mediatica degli avvenimenti nel Paese ha pochi precedenti negli ultimi anni; dal 2008, infatti, con la diminuzione della violenza nella nazione, l\’inizio del processo di disimpegno degli USA e la riduzione del dibattito sull’exit strategy, i media hanno ridotto ai minimi livelli lo spazio dedicato a questo conflitto senza fine. Tale recente esposizione mediatica deriva dal completamento del ritiro delle forze nordamericane dall’Iraq, avvenuto a dicembre così come previsto dall’accordo bilaterale del 2008. Il tentativo di Obama di estendere più a lungo la presenza militare statunitense è, infatti, fallito a causa del rifiuto del governo iracheno di concedere l’immunità civile e penale ai soldati nordamericani, vista l’impopolarità di tale misura.
È quindi ormai tempo di iniziare a tracciare quale eredità gli Stati Uniti lasciano dopo più di otto anni di conflitto armato. Per quel che possiamo vedere adesso, essa è piuttosto negativa, sia per l’Iraq, sia per gli stessi USA.
L’Iraq, in particolare, vede un governo debole e un sistema partitico spaccato su linee etniche e religiose. Gli iracheni, in gran parte, versano in condizioni di vita peggiori rispetto che sotto il regime di Saddam, subendo le conseguenze dell’affossamento dell’economia e delle istituzioni statali, della distruzione del tessuto sociale e dell’esasperazione del settarismo. I recentissimi sviluppi politici nel Paese, inoltre, destano una certa preoccupazione per la tenuta della coalizione sunnita-sciita al governo – che potrebbe degenerare nella ripresa della violenza tra i vari gruppi etnici e religiosi. La situazione odierna è, tuttavia, ancora troppo mobile per poter capire quale scenario si prospetta per il Paese e quindi per esprimere un giudizio definitivo sull’intervento nordamericano. Gli scenari più probabili sono comunque deludenti: l’Iraq potrebbe restare una democrazia imperfetta o diventare uno stato fallito.
Negli USA, invece, l’eredità del conflitto è piuttosto chiara. Possiamo affermare che esso – per riprendere le parole di George H. W. Bush – ha dissotterrato lo spettro del Vietnam. In effetti, lungo tutto il conflitto, i media sono spesso ricorsi ad analogie tra la guerra in Vietnam e quella in Iraq, per la diffusa tendenza a utilizzare la prima come parametro di riferimento di ogni possibile sconfitta militare. Anche se spesso si è ecceduto nel tracciare paralleli, è ben vero che tali analogie sono numerose: entrambi i conflitti sono stati combattuti a un costo economico e umano molto alto, senza uno scopo realmente valido, senza una convincente strategia di uscita. Non è solo una questione di cattive politiche: l’assegno in bianco dato dal Congresso al governo, le accuse di manipolazione dell’opinione pubblica, l’eccessivo ottimismo nelle stime di successo, i numerosi episodi di brutalità nei confronti della popolazione civile e di tortura nei confronti dei prigionieri e l’impatto devastante sulla vita di molti soldati e delle persone attorno a loro mostrano l’esistenza di un problema morale su più livelli nella conduzione delle due guerre da parte degli USA. Per quel che riguarda il livello più “alto”, entrambi i conflitti hanno reso esplicita la questione della difficoltà nel conciliare la volontà “imperiale” degli Stati Uniti con le regole cui essa dovrebbe essere sottoposta in democrazia. Non stupisce quindi che, secondo una popolare formulazione, esse siano state perse sul fronte interno piuttosto che sul teatro di guerra. Sotto questo punto di vista, la principale eredità interna della guerra in Iraq, così come di quella in Vietnam, è quindi la demolizione dell’immagine di un Paese che si considera – e in parte è – il riferimento della democrazia occidentale e dei valori di cui essa vorrebbe farsi portatrice nel mondo. La storia di John Needham non è che uno dei numerosi episodi che tengono viva la memoria di questo fallimento morale; non è tuttavia il peggiore e di sicuro non sarà l’ultimo.

 
* Andrea Casati è dottore in Relazioni internazionali (Università degli Studi di Bologna)