Oggi stiamo rileggendo i problemi della storia recente di tutti i Paesi arabi che si affacciano e non sul Mediterraneo (compresi Giordania e Iraq),...

Il 2012 è una data importante: il ventesimo anno consecutivo che in Italia si riparla della nostra materia, ed il settantesimo anniversario di quando si smise di farlo, come vedremo meglio in seguito. A parte riviste dotate di spessore a dire il vero ci sono stati altri tentativi di periodici di tenore geopolitico, non altro che espressione di presunte “ideologie” contrapposte (destra e liberali…).

È patetico come la geopolitica possa essere considerata alla stregua di banchi di approfondimento di un “pensiero” promanante da tali teatri. Ribaltando e parafrasando la nota frase di Ernesto Massi (1909-97) (1), perlomeno dagli anni Novanta del sec. XX, l’ignoranza della classe politica italiana ha fatto sì che la geopolitica essa né la praticasse e né la studiasse, delegando il tutto alla Casa Bianca.

Il primo periodico italiano in tema fu «Geopolitica», rassegna mensile di geografia politica economica, sociale, coloniale, diretta da Massi e uscita a Milano fra il 1939 e il 1942. Il numero inaugurale della rivista pubblicò l’augurio dell’insigne geopolitico tedesco Karl Haushofer (1869-1946), uno dei padri della geopolitica e propugnatore dell’allenza eurasiatica fra Germania, Russia e Giappone contro le atlantiste Gran Bretagna e Stati Uniti d’America. Haushofer fu contrario all’espansione hitleriana verso l’Unione Sovietica.
Trentott’anni dopo grazie alla rivista trimestrale «Affari Esteri» cominciò a rifar capolino tal dimenticata dottrina, attraverso i contributi di Stansfield Turner (2), Pierre M. Gallois e Josepha Laroche (3) (1980 e 1989), e, finalmente, nell’articolo La geopolitica, apparso nel 1991, l’italiano Fausto Bacchetti (4) illustrava i contenuti di questa “misteriosa” parola, rimossa a fine seconda guerra mondiale.

Considerata assurdamente dottrina nazista da diccini e piccini e dalle stesse case editrici di destra (impaurite a pubblicare fogli in tema sin dal dopoguerra) – nonostante le origini derivassero dagli studi dell’inglese Sir Halford John Mackinder (1861-1947) poi sviluppatisi innanzitutto negli Stati Uniti (5) – la geopolitica si fece spazio dopo il crollo dell’Urss, in quanto in precedenza – congelate le relazioni internazionali in un falso ideologismo millenarista fra imperialismo statunitense e socialimperialismo sovietico – chi osasse studiarla o proporla, sarebbe stato considerato un contestatore del manicheismo allora trionfante, un terrorista del pensiero, un diverso. Voler dimostrare che le relazioni internazionali e gli esiti bellici abbiano solo ragioni economico-geografiche e non etiche, puzzava al contempo di marxismo-stalinismo ed eresia amorale anti catto-comunista, in quanto si sarebbe perso lo spirito “divino” di chi vince le guerre e scrive la storia sotto dettatura di una Provvidenza che in anticipo decida gli eserciti vincitori. Su tal argomento mi soffermerò in un prossimo scritto.

La geopolitica non è la fonte delle scelte di politica estera da studiare con stantii parametri partitici e direi, in particolare, squallidi – considerando come opera la politica dei due versi (governativa e d’opposizione: entramb’i termini virgolettati) nel nostro Paese – essa geopolitica si pone essenzialmente nei due parametri di valore che sono prassi e dottrine eurasiatista e atlantista. L’eurasiatista è la ricerca della fine della dipendenza dei popoli tellurocratici da quelli talassocratici, che ha definito le relazioni internazionali dalla nascita della potenza marinara inglese, sin da quando la Royal Navy di Elisabetta I (1533-58-1603) sconfisse l’Armada Invencible di Filippo II (1527-56-98) nel 1588.

Egemonia britannica che poi iniziò a declinare non dopo gli esiti della guerra d’indipendenza statunitense dal 1775 al 1783 che anzi rafforzò il “lago” Atlantico – ribellione, quella statunitense, scorrettamente definita rivoluzione, secondo i miei canoni di marxista non pentito che considera la struttura e la sovrastruttura come elementi fondanti dei rivolgimenti economico-politici. Non si trattò d’una rivoluzione poiché i padroni che c’erano prima non furono rovesciati, bensì rafforzarono il proprio potere strutturale liberandosi dalla presenza militare di Londra. Non fu un abbattimento del sistema di produzione, ma una mera liberazione economica dai parassiti colonialisti inglesi.

La primazìa britannica, invece, prese a tramontare da quando gli Stati Uniti d’America uscirono – finalmente preparati al confronto militare – dal guscio della Dottrina Monroe (elaborata difensivamente nel 1823 contro la Santa Alleanza, e usata d’attacco in seguito), e con uno dei loro marchiani pretesti, affossarono i residui dell’Impero Spagnolo con la guerra contro Madrid, aprile-agosto 1898, la cosiddetta splendid little war.

Di conseguenza, oggi, la scelta atlantista, rispettabile e legittima al pari di quella eurasiatista, verte sul dover essere seguaci dell’“eccezionalismo messianico” statunitense sviluppatosi, appunto a partire dai primi insediamenti inglesi nell’America del Nord, nel sec. XVII, e poi del successivo periodo di espansionismo territoriale (riduzione del Messico al 25% della sua originale estensione, suddetta guerra ispano-americana, partecipazione nelle due guerre mondiali, con l’ultima in veste egemonica) fino agli anni della guerra fredda. Per continuare, dal trentennale periodo che va dal 20 gennaio 1981 (presidenza Reagan), all’11 settembre 1990 (discorso di Bush padre sul nuovo ordine mondiale [6]) all’altro 11 settembre, quello 2001. Non per nulla l’espressione “destino manifesto” assegnato da Dio agli Stati Uniti d’America fu coniata nel 1845 (7) nel corso del conflitto che inquartò il Messico e fu poi riattualizzata, negli anni dell’Impero del Male comunista per dopo riversarla contro nuovi nemici: i popoli di fede islamica dal predetto 2001 in qua. Quando Bush figlio disse: “Io sto portando avanti una missione divina. Dio mi ha detto: ‘George, vai e combatti questi terroristi in Afghanistan’, e io l’ho fatto. Poi mi ha detto: ‘George, vai e metti fine alla tirannide dell’Iraq’, e io l’ho fatto” (8) nessuno, almeno in Italia, si è scandalizzato. Se una simile frase l’avesse riferita l’āyatollā di turno, il papa, o un rabbino tradizionalista sarebbe scoppiata la rivoluzione dei laici: radicali in testa. Ed è quanto dire.

Bush figlio si è posto in perfetta sintonia con questa “tendenza messianica” tradizionale, carica di fondamentalismo religioso antistorico, isolazionismo aggressivo in quanto rifiutante la visione paritetica del multilateralismo, teorie e pratiche a cuore sia dei repubblicani che dei democratici, facce diverse della stessa banconota. Lo stesso successore di Bush, e di conseguenza prodotto del grande capitale finanziario statunitense (9), si sta comportando come il predecessore.

Un’accurata inchiesta già dal titolo demolisce le presunte differenze tra il partito repubblicano e quello democratico. Il libro Barack Obush, uscito il 7 luglio 2011, scritto da Giulietto Chiesa con Pino Cabras (10) esplora senza paure tutti gli ultimi avvenimenti della politica internazionale. La manipolazione delle rivolte nel mondo arabo: “adeguatamente convogliate in una direzione ben diversa da quella auspicata dai protagonisti” (11); l’aggressione alla Libia, la perdita d’indentità e valore dell’Europa in una sorta di silenziosa e rassegnata colonizzazione e trasformazione in melting pot di Serie B, di cui i privilegiati, ricchissimi e incompetenti vertici politici-decisori sono insensibili; la tenzone con la Cina temuta da Washington sua “erede”; e le crisi dei debiti sovrani sono al centro dei grandi rivolgimenti in atto. Obama non è stato ed è altro che uno dei migliori alleati dei piani dei neoconservatori. Gli stessi che sognano un nuovo ordine mondiale caratterizzato dal protagonismo armato degli Stati Uniti, ampliatosi durante la presidenza di Barack Hussein. Un progetto cullato dalla famiglia Bush e portato avanti da Obama. Il democratico è riuscito però a vendersi molto bene dati i luoghi comuni di cui è il massimo portatore nello versione tradizionale: bianco cattivo (Bush figlio), nero buono (Obama), ma entrambi sventolanti lo stars and stripes delle banche d’affari e dell’imperialismo unipolare.

Non avete mai fatto caso che l’unico Paese al mondo che non ha una ragione sociale e specifica, insomma un nome ristretto, sono proprio i cosiddetti Stati Uniti d’America? Mi spiego: ci sono gli Stati Uniti Messicani e grandi Federazioni, quali Russia, Canada (entrambe di maggior superficie degli Stati Uniti), Brasile, Australia, India, Argentina, Nigeria, come anche di più piccole – basti citare per tutte la Svizzera – però non esiste Stato alcuno che faccia riferimento a una ripartizione zonale che comprenda addirittura un Continente – Stati Uniti d’America. Per cui un domani se col Nafta (North American Free Trade Agreement) o altri mezzi si cerchi di inglobare – quali colonie commerciali e, perché no, politiche – Canada, Messico e il resto, quel nome resterebbe immutato. Ed è nello stesso che vigono i propositi di dominio planetario: Stati Uniti e basta.

Oggi stiamo rileggendo i problemi della storia recente di tutti i Paesi arabi che si affacciano e non sul Mediterraneo (compresi Giordania e Iraq), chiedendoci, tra le altre cose, perché, malgrado l’allargamento dell’Unione Europea, questa assolva nel Mediterraneo un ruolo così tenue, ossia non conta nulla, mentre, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti vi esercitano un’egemonia sempre più indiscussa? Come si spiega, in Medio Oriente e nei Paesi arabi, il sorgere e il diffondersi dell’islamismo radicale? Islamismo radicale che, ad esempio, in Siria – attualmente nel mirino di Stati Uniti e sodali (Gran Bretagna, Francia, Italia, ecc.), è il primo, l’islamismo radicale, a schierarsi a favore della Hillary Clinton contro Baššār al-’Asad? Come mai la Siria laica che sin dai tempi del padre di Baššār, Hāfiz, da sempre aveva combattuto finanche la Fratellanza musulmana siriana in quanto anti-ba’tista d’un tratto è da eliminare? Come mai nel 2001 dissero di voler bombardare l’Afghanistan per togliere il burqa‘ alle donne – ricordo ancora vergognosissimi siparietti televisivi! – ed oggi sostengono coloro che vogliono ripristinarlo dopo mezzo secolo e passa di governo socialista?

La verità è che “si interviene contro popolazioni ree solamente di possedere nel proprio territorio ricchezze petrolifere, minerarie o di altro genere [strategiche]. Di queste vogliono appropriarsi in prima persona speculatori che hanno potere sul governo degli S.U. e dell’Inghilterra con l’aiuto delle loro forze armate. Se qualche popolo resiste o vuole porre condizione viene, demonizzato dai media, fatto segno a gravi sanzioni economiche e poi attaccato militarmente, previe manovre o costruzione di pretesti ingigantiti dal megafono mediatico al loro totale servizio. Si procede a sistematici stermini che si prolungano interi decenni ad opera di truppe mercenarie fino a produrre un caos completo mentre si innesta di forza sulla popolazione una cultura che la rende schiava di idee a lei estranee” (12).

Come sostiene Domenico Losurdo, ordinario di Storia della filosofia presso l’Università di Urbino: terrorismo, fondamentalismo, antiamericanismo, odio contro l’Occidente, complicità con l’Islam e gli antisraeliani: queste sono le accuse che l’impero statunitense brandisce come armi affilate. Chiunque non sia con gli Stati Uniti è antiamerikano, nemico della pace e della civiltà. Non è “buono” bensì “cattivo” (13).

Leggiamo le chiavi di lettura “occidentali” dei recenti fenomeni che stanno sconvolgendo l’arco mediterraneo meridionale col tentato spaccio delle rivolte antimperialiste e antineocolonialiste mediterranee, dello Yemen, del Bahrein e dell’Oman, in fattori richiamanti masse di musulmani che si sono e si stanno ribellando. Invece secondo certa stampa embedded-copia-e-incolla, essi, i rivoltosi, auspicano forme di governo liberal-democratiche in cui trionfino gli dèi che vediamo adorare ogni giorno: capitalismo, abolizione dei frutti delle lotte operaie; religione del tecnologismo; pornografia; edonismo; tensione al piacere fisico; consumismo; sfruttamento dell’uomo sull’uomo; culto del successo a tutt’i costi in funzione dell’accumulazione di danaro mirato all’esclusione dell’altro; confusione dei sessi; licenziosità e via via ogni “valore” cocacolistico dell’Occidente ameriko-franco-britannico. Dicono Longo e Scalea:

“Come si può facilmente intuire, questa definizione sottintende un’interpretazione positiva e romantica delle rivolte arabe. Molti vi leggono semplicemente l’insurrezione dei popoli arabi, indistintamente anelanti alla libertà – così come l’Occidente la definisce. Popoli finora repressi che vorrebbero democrazia parlamentare, liberalismo politico e liberismo economico, emancipazione femminile, libertà dei costumi. Che vorrebbero, insomma, essere in tutto e per tutto uguali a noi, o meglio all’immagine che il mondo occidentale ha di sé e dà di sé all’esterno. Si tratta di una prospettiva naïf ed etnocentrica, che parte dal presupposto che vi sia un’evoluzione unilineare della società umana. È, di fatto, l’erede intellettuale del razzismo non biologico: pur negando una differenza genetica e qualitativa tra le etnie, ritiene si possa individuare una scala evolutiva alla cui sommità, immancabilmente, vi sarebbe la civiltà ‘occidentale’, nome politically correct dato a quella che un tempo era semplicemente conosciuta come ‘la razza bianca’” (14).

Aggiungo io che una volta v’era l’afflato religioso, ma ora l’han trasformato in sociologia da fiction-prima-serata oppure in un gadget new age ad uso natalizio. Al massimo il Vangelo è diventato un testo per ong operanti in Africa.

Intanto, perché Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia stanno tornando in Nord Africa? La storia che gli italiani ignorano è nota ai Governi europei, agli statunitensi e a tutti coloro che hanno studiato l’influenza dell’energia nucleare sulla geopolitica negli ultimi sessantasette anni (15). Se in Italia è apparsa marginale o irrilevante, le ragioni, quindi, vanno ricercate altrove (16). Ma occorre anzitutto ricordare brevemente i termini della questione. Nell’autunno del 1956 il governo francese, presieduto dal socialista Guy Mollet (1905-75; 1956-57), tirò fuori dal cassetto un vecchio progetto, di cui si era segretamente discusso nei mesi precedenti, e propose a due partner europei (Germania e Italia) un’intesa tripartita per la collaborazione atomica in campo militare.

La proposta fu avanzata dopo il fallimento della spedizione anglo-francese a Suez, in un momento in cui la Francia era impegnata nella guerra algerina e lamentava l’insensibilità della Nato per una questione che il Governo di Parigi considerava vitale, ma di cui agli Stati Uniti non importava niente.

Il riferimento a Suez conferma che il conflitto scatenato contro l’Egitto dalle due ex potenze europee con la complicità di Israele dopo la nazionalizzazione del Canale fu, insieme a quella di Corea, il primo grande spartiacque della politica internazionale nel secondo dopoguerra. Quando gli Stati Uniti, e pure l’Unione Sovietica – interessata a rientrare in Medio Oriente, dopo un esordio pro-Tel Aviv – intervennero e imposero la cessazione delle ostilità, Gran Bretagna e Francia ebbero reazioni opposte.

A Londra i conservatori scelsero un nuovo primo ministro nella persona di Harold Macmillan (1894-1986; 1957-63), e dettero un colpo di acceleratore alla decolonizzazione formale, decidendo che il rapporto speciale come 51ª stella della bandiera statunitense era più importante dei loro vecchi sogni imperiali. La Francia conservò Mollet alla testa del governo e decise testardamente che soltanto l’arma atomica le avrebbe permesso di non piegare la testa di fronte agli Stati Uniti. È così è stato sino all’avvento di Sarkozy, il quale liberandosi dell’indipendentismo gollista è tornato nel Patto Atlantico, per poter elemosinare alla Casa Bianca i vari permessi neocoloniali nel Mediterraneo. Ecco, in poche parole, spiegato il fenomeno Libia. In pratica si spera che la fine degli Stati arabi laici, ma indipendenti (ex Iraq, ex Libia e oggi Siria) apra un varco nel quale entrerebbero i gruppi religiosi che avrebbero una crescente importanza, in maniera da dare all’Occidente il pretesto per entrare e “portare la democrazia”, però la propria.

Ossia l’amministrazione guerrafondaia di Obama cerca di esorcizzare quanto accade sotto i suoi occhi nella penisola arabica e nel mondo arabo (rivolte – in maggioranza – sciite in Bahrein, Oman, Yemen e Arabia Saudita, lenta ascesa dei Fratelli musulmani sunniti in Giordania, Egitto, nella stessa Libia conquistata, ancora moti soffocati in Tunisia e Algeria, espulsione e/o fuga degli ambasciatori israeliani da Ankara, Cairo e Amman) e cerca di farlo per “riequilibrare” lo scacco matto nella regione, e continua a programmare la destabilizzazione di Damasco e a rafforzare i regimi “moderati”. Con quest’ultimo termine la propaganda occidentale a guida statunitense non definisce gli orientamenti ideologici di uno Stato o il rispetto dello stesso dei diritti umani verso il proprio popolo, ma in base alla sottomissione a Washington. Ad esempio: la donna decapitata in Arabia Saudita per magia e stregoneria è passata sotto silenzio nella stampa embedded – salvo qualche trafiletto nei quotidiani “che contano” – in quanto quel Paese è “moderato”. Non ci sono state manifestazioni oceaniche dei soliti partiti stessa-cosa-destra-“sinistra” a caccia di voti e onorificenze morali o dazioni di cittadinanze onorarie – come accade in altri casi per giunta rari applicati e non; e che la decapitazione sia stata la 73ª in quello Stato nel 2011 non ha importanza. L’Arabia Saudita difende il mondo libero, e Amnesty International (17) spreca il fiato urlando la verità nei confronti di politici presi da lussi e tribune spazzatura o giornalisti impegnati in quiz o giurie di concorsi di bellezza.
E di rimando all’andazzo: i ribelli libici sono buoni. Gheddafi è cattivo. I ribelli siriani sono buoni, Assad è cattivo. Gli egiziani sono buoni, ma anche cattivi. I contestatori e dissidenti arabi del Bahrein, dell’Oman, dello Yemen e dell’Arabia Saudita sono tutti cattivi essendo le loro case “moderate”.
Sono buoni, invece, i governi feudali di quegli Stati come pure buoni sono i governi al Maliqi, per l’Iraq e Karzai, per l’Afghanistan, imposti a mano armata dagli anglo-americani assieme ai loro gurkha. Tunisini, algerini e marocchini, finché sono governati da regimi pro-Occidente sono naturalmente buoni. Se si rivoltano sono pericolosi e quindi cattivi. Un brano riportato nel testo di Longo e Scalea, sviluppa il gioco di parole, ove si legge che:

“[…] prende le mosse la logica di divisione del ‘Grande Medio Oriente’ in regimi amici, o ‘moderati’, e regimi radicali e ‘fondamentalisti’. Al primo gruppo hanno fatto parte per tradizione il Marocco, la Tunisia, l’Egitto, la Giordania, al secondo gruppo invece la Libia, l’Algeria del FIS, la Siria e l’Iraq di Saddām Husayn. Lecitamente saremmo indotti a pensare che, in virtù di una certa affinità elettiva, i paesi della cosiddetta e monolitica ‘civiltà occidentale’ siano stati più propensi a legarsi e stringere rapporti con i regimi laici, caratterizzati da politiche di marginalizzazione verso i movimenti islamici. Ma lo schema non regge se si considera che dei paesi nemici, addirittura del famoso ‘asse del male’, fa parte la Siria che, specie dopo il recente regime change in Iraq ed il conflitto in corso in Libia, resta l’unico paese arabo a tradizione socialista. Viceversa è notorio (e sottolineato a più riprese, tra gli altri, da Ahmed Rashid) come il regime del mullā ‘Umar, il ‘Principe dei Credenti’ talibano, nel corso degli anni ’90 sia stato corteggiato da alcune cancellerie occidentali in merito a precisi progetti, poi abortiti, di approvvigionamento energetico. Anche l’esempio delle petro-monarchie del Golfo è significativo in tal senso. Il vero problema quindi non sembra essere il fantasma islamico che aleggia minaccioso per le strade di Damasco o di Algeri e Tripoli d’occidente, perché quello stesso ‘spettro’ aleggia anche per le strade del Cairo, di Rabat e forse soprattutto di Amman” (18).

È necessità distruggere i luoghi comuni, le frasi fatte, le banalità di coloro che lavano i cervelli attraverso giornali e mass media, quelli con le palette in mano e le facili grida tv, in trasmissioni e fogli in cui “insegnano” chi ci è amico e chi no.

 
* Giovanni Armillotta (PhD) è cultore di Storia e istituzioni dei Paesi afro-asiatici; Storia, politica e relazioni internazionali dell’Africa indipendente; e Storia dell’Asia del Novecento presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Pisa. Giornalista. Direttore responsabile di «Africana», fra i soli quindici periodici italiani consultati dall’«Index Islamicus» dell’Università di Cambridge. Collabora a varie pubblicazioni quotidiane e specializzate ed è autore di numerosi libri, il più recente dei quali è Imperialismo e rivoluzione latinoamericana (Aracne).

 
Note

(1) “La geopolitica è prassi prima di essere dottrina; i popoli che la praticano non la studiano; però quelli che la studiano potrebbero essere indotti a praticarla: è perciò logico che i popoli che la praticano impediscano agli altri di studiarla”, riportata in Daniele Scalea, Karl Haushofer, Italia, Germania e Giappone, in «Eurasia», N. 1/2005, Gennaio-Marzo, p. 233-236 (citazione a p. 233).
(2) S.T., La geopolitica dell’energia, in «Affari Esteri», N. 46, Aprile 1980, pp. 163-176.
(3) P.M.G., J.L., Gli imperativi della geopolitica e le loro attuali ripercussioni sull’asse Nord-Sud, in ivi, N. 81, Gennaio 1989, pp. 11-30.
(4) F.B., La geopolitica, in ivi, N. 90, Aprile 1991, pp. 84-88.
(5) Cfr. Nicholas John Spykman (1893-1943), America’s Strategy in World Politics: The United States and the Balance of Power, Harcourt, Brace and Company, New York 1942; The Geography of the Peace, idem, 1944. Il contramm. Alfred Thayer Mahan (1840–1914) – il padre del potere navale: il ‘Clausewitz dei mari’ – espose le proprie tesi in The Interest of America in Sea Power. Present and Future (Book for Libraries Press, Freeport [NY] 1897): il primo trattato di geopolitica marina che descriveva l’auspicato assorbimento del sistema Golfo del Messico-Mar dei Caraibi nella sfera di sovranità, limitata dagli Stati Uniti d’America. Cfr. pure Hans Joachim Morgenthau (1904-80), Politics among nations: the struggle for power and peace, Alfred A. Knopf, New York 1948.
(6) George H. Bush, Towards a New World Order, tenuto l’11 settembre 1990 di fronte al Congresso americano, cfr. http: / / www. sweetliberty. org / issues / war / bushsr.htm
(7) Fu coniata da direttore de «The United States Magazine and Democratic Review», nell’editoriale Annexation, apparso sul N. 17 del luglio 1845: “[…] for the avowed object of thwarting our policy and hampering our power, limiting our greatness and checking the fulfillment of our manifest destiny to overspread the continent allotted by Providence for the free development of our yearly multiplying millions” (p. 7).
(8) “I am driven with a mission from God. God would tell me: ‘George go and fight these terrorists in Afghanistan’. And I did. And then God would tell me: ‘George, go and end the tyranny in Iraq’. And I did” in: http: / / www. guardian. co. uk / world / 2005 / oct / 07 / iraq. usa (7 ottobre 2005)
(9) Sulle origini e le ragioni dell’elezione di Obama, cfr. «Lotta comunista» del febbraio 2008.
(10) G.C. con P.C, Barack Obush. La liquidazione di Osama, l’intervento in Libia, la manipolazione delle rivolte arabe, la guerra all\’Europa e alla Cina: colpi di coda di un impero in declino, Ponte alle Grazie, Milano 2011.
(11) Alessia Lai, Bashar al Assad: ultimo bastione contro il neo-ottomanesimo di Ankara, «Rinascita», 30 settembre 2001.
(12) Vittorio Peyrani, Gli USA all’origine della crisi finanziaria, in http: / / capoterrarac. over-blog.it / article-gli-usa-all-origine-della-crisi-finanziaria-85626336.html
(13) D.L., Il linguaggio dell’impero. Lessico dell’ideologia americana, Laterza, Roma-Bari 2007.
(14) D.S., P.L., Capire le rivolte arabe, Avatar éditions, Roma 2011, p. 156.
(15) È impossibile considerare gli affari internazionali degli ultimi sessantasette anni, e pure la politica estera di Stati non dotati dell’arma atomica (Italia compresa) se prescindiamo dal fattore nucleare e da quello missilistico ad esso connesso, così come ci hanno insegnato e continuano a farlo eminenti storici ed esperti. Cito degli autori, chiedendo perdono a coloro che eventualmente mi sfuggano: Achille Albonetti, L’Italia, la politica estera e l’unità dell’Europa, Prefazione di Sergio Romano, Edizioni Lavoro, Roma 2005; Paolo Cacace, L’atomica europea. I progetti della guerra fredda, il ruolo dell’Italia, le domande del futuro, Prefazione di S. Romano, Fazi, Roma 2004; Luigi Vittorio Ferraris, Manuale della politica estera italiana, Laterza, Bari 1996; Roberto Gaja, Introduzione alla politica estera dell’era nucleare, Franco Angeli, Milano 1988; Id., L’Italia nel mondo bipolare, Il Mulino, Bologna 1995; Giuseppe Mammarella e P. Cacace, Storia e politica dell’Unione Europea, Laterza, Bari 1998; Leopoldo Nuti, La sfida nucleare. La politica estera italiana e le armi atomiche 1945-1991, Il Mulino, Bologna 2007; S. Romano, Cinquant’anni di storia mondiale, Longanesi, Milano 1995; Id., Guida alla politica estera italiana, Rizzoli, Milano 2003; Id., Il rischio americano. L’America imperiale, l’Europa irrilevante, Longanesi, 2003.
(16) Cfr. G. Armillotta, L’Iraq, il nucleare, l’Italia, la Francia e gli Stati Uniti, «Affari Esteri», N. 146, XXXVII, Aprile 2005, pp. 381-407; Id., La nave nucleare italiana e l’atomo nazionale, ivi, N. 158, XL, Aprile 2008, pp. 379-392; Id., Considerazioni sulla politica estera nucleare, ivi, N. 162, XLI, Aprile 2009, pp. 346-364.
(17) Saudi Arabia: Beheading for ‘sorcery’ shocking, 12 dicembre 2011, in: http: / / www. amnesty. org / en / news / saudi-arabia-beheading-sorcery-shocking-2011-12-12.
(18) Longo, Scalea, cit., pp. 121-122.