Che l’America Latina stia percorrendo una strada di rinnovamento politico ed economico è ormai sotto gli occhi di tutti. Il Brasile rientra stabilmente nel...

Che l’America Latina stia percorrendo una strada di rinnovamento politico ed economico è ormai sotto gli occhi di tutti. Il Brasile rientra stabilmente nel BRICS, Bolivia e Perù sono in netta ripresa e l’Argentina è ben lontana dal default del 2001. Lo spirito Latino, di appartenenza ed indipendenza politica, rappresenta in tutto il continente il punto fermo dal quale far partire le basi di un futuro economicamente sostenibile. Non per caso da pochi mesi ha preso forma l’ennesima, ma forse più significativa, organizzazione di cooperazione macro-regionale: il CELAC (Comunità degli Stati latinoamericani e Caraibici).

Ennesima perché l’America Latina è ricca di accordi bilaterali e multilaterali comprendenti molto spesso i vicini, allo stesso tempo amati e odiati, USA. Con il CELAC però, si punta ad un’integrazione economica latinoamericana senza la congestione da parte di interessi esterni poco “in linea” con le peculiarità dell’area. Quando parliamo di peculiarità intendiamo l’omogeneità storico-culturale che lega le popolazioni ivi presenti.

A tal proposito è importante precisare come i processi di colonizzazione avvenuti nel nuovo continente sono ben distinti a seconda che si parli di Nord o di Sud. Nel Nord il processo è stato per così dire “costruttivo”: dalla costa orientale, avanzamento nell’entroterra di coloni incentivati a costruire e stabilizzare nuovi territori fino ad arrivare alla costa occidentale.

Nel Sud invece si è assistito ad una colonizzazione meno ordinata e volta per lo più all’appropriazione di risorse naturali importanti per l’arricchimento delle tasche del Vecchio Continente. Nessun intento di costruirvi nuovi nuclei autosufficienti, ma semplicemente mero sfruttamento di risorse umane e naturali per l’esportazione. Da qui se ne deduce la difficoltà nell’affrontare un processo di sviluppo al seguito dell’ottenimento dell’indipendenza dei singoli Stati latini dalle corone europee. Va aggiunto inoltre che l’ottenimento dell’indipendenza politica non è stata mai sinonimo di indipendenza economica: il lascito culturale europeo, e cioè di ricerca spasmodica delle ricchezze a sfavore di uno sviluppo di lungo termine delle neo-nazioni, ha presto dato vita alla proliferazione di un clientelismo ostruttivo alla costruzione di una reale indipendenza.

Gia Simon Bolivar ad inizio ‘800 manifestava la sua preoccupazione nell’evidenziare un marcato “egoismo” da parte dei neo-capi di Stato, e l\’incombere dell’influenza nordamericana sulla polita indiolatina.

La storia ci rende testimoni che Bolivar aveva ragione e che quelle preoccupazioni pian piano si sono tramutate in reali ostacoli allo sviluppo dell’intera macro-area. Con il tempo nuovi meccanismi internazionali (FMI e BM) si sono ritagliati un ruolo fondamentale nel dirigere le politiche degli Stati indiolatini verso un mero ruolo di magazzini per l’approvvigionamento di risorse utili alle economie più forti (Europea e Nodamericana). Il depauperamento delle ricchezze e dei capitali ivi presenti ha condotto ogni singolo Stato latinoamericano al collasso economico, accompagnato da una grave instabilità civile spesso placata con la violenza – per fare due esempi basta ripercorrere la storia di Cile ed Argentina.

Oggi assistiamo ad un processo “rivoluzionario” che palesa la volontà di indipendenza e di sviluppo concreto di questa meso-area. I tentativi di cooperazione tra stati Sudamericani ha portato alla costituzione di innumerevoli accordi: ACS, CAN, CARICOM, CSN, Gruppo Rio, MERCOSUR, OAS e la neonata CELAC.

La novità è che nel CELAC, almeno per il momento, non sembrano invitati gli U.S.A. ne tanto meno il Canada, quindi sembra affiorare la volontà di acquisire quell’indipendenza mai avuta dal punto di vista politico. Il progetto è nuovo e davanti a sé ha una lunga strada da percorrere per rendere concreti gli intenti di cooperazione e di dialogo che lo caratterizzano. Molto dipenderà dalla possibilità di far convergere le due Americhe che ne fanno parte.
Parliamo di due Americhe perché si palesano due scuole di pensiero distinte, due modi di fare politica molto diversi all\’interno dello stesso continente indiolatino.

Il primo gruppo capitanato dal Venezuela di Chavez fonda la propria politica sull’ideologia e sul forte senso di appartenenza. La politica interna ed esterna è fortemente condizionata da un esplicito antagonismo nei confronti del Nord America. Allo stesso tempo si vuole dare grande enfasi all’unità socio-culturale della meso-area in questione. Da quanto illustrato si evidenziano quali criticità la scarsa duttilità diplomatica e l’enfasi ideologica a discapito di una politica reale volta allo sviluppo concreto favorevole all\’intera popolazione. Inoltre, attualmente, non si capisce se tale movimento abbia prospettive di continuità. Il tutto sembra legato allo stato di salute del suo massimo esponente: il presidente venezuelano Chavez. Il 2012 sarà molto probabilmente il crocevia per la continuità di tale radicalismo ideologico. In Venezuela si terranno le elezioni e con esse si avrà coscienza se la politica di Chavez, o chi per lui, avrà la possibilità di proseguire il progetto di aggregazione latina anti-imperialista o se si sceglierà di optare per nuove strade.

Il secondo gruppo è rappresentato da quegli Stati che hanno intrapreso un processo di sviluppo sostenibile fondato su un’indipendenza politica interna e su una forte capacità diplomatica per quanto concerne le relazioni esterne. Di questo gruppo i principali attori sono le già citate Argentina e Brasile. Forse quest’ultimo rappresenta l\’esempio più significativo per comprendere il processo nel suo complesso. Da Lula alla Roussef il processo di emancipazione politica ed economica ha proiettato il nuovo Brasile nel ruolo di rilevante attore internazionale. Gli Stati di questo macro gruppo sono riusciti a far coesistere uno sviluppo economico-politico indipendente ad un dialogo aperto con i massimi attori globali – singoli Stati ed organismi internazionali. Tale comportamento consente di non precludersi l’accesso a determinati mercati pur allo stesso tempo preservando la propria politica interna dalla congestione da parte di influenze ed interessi esogeni.

In verità, a questi due macro-gruppi potremmo aggiungerne un terzo costituito da quei Governi accomodanti nei confronti degli interessi esogeni e quindi distanti da una vera e propria indipendenza economica e politica. E’ il caso ad esempio del Messico o della Colombia da sempre allineati alla politica statunitense. Nonostante ciò il nuovo corso latinoamericano sembra volersi liberare da influenze esterne per creare una macro-stabilità fondata sulla condivisione di obbiettivi di stabilità e reciprocità interni all’area.

La riuscita di tale progetto intrinseco al CELAC dipenderà dalla capacità di ammorbidire la linea dura ed estremista della politica di Chavez e allo stesso tempo dalla fermezza nel mantenere estranei al progetto quelle Nazioni lontane dalla condivisione socio-culturale che caratterizza le nazioni latinoamericane. Fondamento dell’integrazione politico-economica deve essere l’omogeneità e non l’interesse. Solo così potrà realmente palesarsi uno sviluppo omogeneo a livello macro e con aspetti di reale sostenibilità al livello delle singole Nazioni rientranti nel progetto del CELAC.
Sulla base di tali propositi potremmo giungere all’affermazione che il sogno di Bolivar non è tramontato nell’ Ottocento, bensì aveva bisogno di più tempo per sorgere lungo la cordigliera andina.



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