Le elezioni primarie del Partito Repubblicano statunitense si sono aperte lo scorso 3 gennaio in Iowa. Nei prossimi mesi, fino alla fine di giugno,...

Le elezioni primarie del Partito Repubblicano statunitense si sono aperte lo scorso 3 gennaio in Iowa. Nei prossimi mesi, fino alla fine di giugno, saranno eletti i delegati per la convenzione repubblicana che si terrà in Florida dal 27 al 30 agosto. I delegati saranno designati non solo tramite primarie, cioè elezioni pubbliche che possono essere ristrette agli iscritti al partito o aperte anche a elettori indipendenti, ma anche tramite caucuses, cioè riunioni dei membri del partito. Il GOP ha introdotto nel 2010 un sistema misto per cui gli early states storici a parte l’Iowa – cioè New Hampshire, Nevada e South Carolina – sono autorizzati a tenere le primarie o i caucuses a febbraio, mentre gli altri Stati possono scegliere se eleggere i delegati con un metodo proporzionale e tenere le votazioni a marzo, o se eleggerli secondo il tradizionale metodo winner-takes-all, per cui il candidato vincente ottiene tutti i delegati dello Stato, e tenere le votazioni da aprile in poi. Questo nuovo sistema mira a convincere gli Stati a non anticipare le rispettive votazioni spinti dalla volontà di ottenere una maggior rilevanza nella campagna elettorale. In realtà, tali norme non sono affatto rispettate: la Florida, ad esempio, terrà le sue primarie prima di febbraio e con il classico metodo winner-takes-all, anche se ciò determinerà il dimezzamento dei suoi delegati. Inosservanze come questa hanno quindi spinto gli early states storici a violare a loro volta le linee guida del partito, anticipando a gennaio le loro votazioni.

Come si intuisce da questo breve riassunto, lo svolgimento delle primarie seguirà un sistema bizantino di difficile comprensione. Le limitazioni poste alla presentazione di una candidatura sono tuttavia minime, cosa che ha prodotto un numero considerevole di candidati. La cerchia di coloro che hanno una minima possibilità di essere eletti è comunque piuttosto ristretta. Attualmente essa comprende Mitt Romney, ex-governatore del Massachusetts, candidatosi anche alle primarie del 2008 ma arrivato terzo; Newt Gingrich, ex-speaker della Camera dei Rappresentanti, famoso per essere il principale artefice della schiacciante vittoria dei repubblicani alle elezioni di midterm del 1994; Rick Santorum, ex-senatore della Pennsylvania e tipico social conservative; Ron Paul, rappresentante del Texas noto per le sue posizioni libertarie e isolazioniste. Gingrich è in testa nei sondaggi nazionali con un consenso attorno al 30%, incalzato da vicino da Romney; gli altri due candidati si sono stabilizzati sotto il 15%.

La campagna elettorale è entrata nel vivo da parecchi mesi e ha già subito notevoli capovolgimenti. Quattro candidati di rilievo, Herman Cain, Michele Bachmann, Jon Huntsman e Rick Perry, si sono già ritirati: il primo per lo scoppio di presunti scandali sessuali, gli altri tre per i deludenti risultati nelle prime votazioni in Iowa e New Hampshire. In generale, fino a un mese fa si è vista una sfida a due tra Mitt Romney, beniamino (ma solo per esclusione) del cosiddetto establishment repubblicano e calamita dei fondi elettorali, e i cosiddetti anyone-but-Romney candidates, personaggi più graditi alla base conservatrice che a uno a uno hanno tentato di sfidare Romney salendo e poi precipitando nei sondaggi. Almeno tre candidati hanno fatto questo percorso: Rick Perry tra agosto e settembre, Cain a ottobre, Gingrich tra novembre e dicembre.

Questa instabilità può essere facilmente spiegata con due motivi, il primo riguardante Romney, il secondo riguardante gli altri candidati. In primo luogo, vi sono le pecche, agli occhi della base di partito, di Romney, considerato un moderato e un opportunista dalla storia politica incostante e senza una personalità carismatica. In questi mesi, quindi, la base repubblicana, che negli ultimi anni si è molto radicalizzata, ha cercato incessantemente un’alternativa conservatrice credibile su cui concentrare i propri voti. In secondo luogo, i candidati più conservatori alla presidenza hanno numerosi punti deboli che ne hanno minato la credibilità. Perry ha fatto pessime figure nei dibattiti televisivi, Cain ha fatto numerose gaffes imbarazzanti che hanno rovinato la sua candidatura ben prima dello scoppio dei vari scandali sessuali e Gingrich è sospettato di essere di dubbia consistenza morale, nei suoi comportamenti privati quanto in quelli pubblici. A inizio gennaio, il quadro si è evoluto lasciando Romney da solo in testa, seguito da Gingrich, Paul e Santorum a contendersi più o meno in egual misura i voti dell’area conservatrice del partito. Alcuni osservatori avevano ipotizzato un’imminente ascesa di Santorum a ultimo dei favoriti della base. Così come gli altri candidati, tuttavia, anche Santorum ha dei forti limiti: è un ex-senatore che nel 2006 è stato sconfitto con un margine di 16 punti percentuali; inoltre, ha finora ricevuto pochissimi finanziamenti elettorali e sembra aver impostato la sua campagna su questioni sociali più che sulle questioni economiche che, in questa elezione, sono al centro del dibattito. Nella seconda metà del mese tale possibilità sembra sempre più lontana e il “momento di Santorum” ha fatto spazio alla rimonta di Gingrich, che si è dimostrato capace di ritornare ai livelli di consenso di due mesi fa.

Le votazioni già tenutesi non descrivono variazioni di rilievo rispetto all’incertezza del quadro nazionale. In Iowa Romney è stato inizialmente indicato come il vincitore, ma il significato di questa inaspettata vittoria era già ridimensionato dal fatto che questi, in realtà, ha preso meno voti rispetto alle primarie del 2008. Inoltre, il successivo riconteggio per 34 voti ha attribuito a Santorum la vittoria definitiva. In New Hampshire, invece, Romney ha vinto facilmente, aiutato dalla scarsa religiosità della popolazione e dalla possibilità per gli indipendenti di partecipare alle primarie. Le primarie in South Carolina, infine, hanno visto una forte rimonta di Gingrich, che ha superato Romney con un distacco superiore al 10%. Questo risultato è un forte smacco per l’ex-governatore del Massachusetts, che rispetto agli altri può godere della macchina elettorale più organizzata e meglio finanziata.
Dalle prossime votazioni – in primis quelle in Florida il 31 gennaio – potrebbero scaturire tre scenari: la situazione di attuale incertezza potrebbe rimanere intatta, acuendo lo scontro politico interno al partito, oppure i conservatori del partito potrebbero convincersi a ingoiare la pillola e sostenere Romney, o ancora essi potrebbero riuscire a coalizzare i propri voti su un unico candidato conservatore. Il Partito Repubblicano non uscirebbe danneggiato solo dal primo scenario, ma probabilmente anche dal terzo. I sondaggi, infatti, indicano che nessuno dei candidati più conservatori può ragionevolmente sperare di battere Obama; Romney è l’unico a oggi che ha serie chances di vittoria alle presidenziali. Anche a questi, tuttavia, si applica il dato registrato da numerose rilevazioni per cui i cittadini statunitensi sarebbero più propensi a votare un candidato repubblicano generico piuttosto che uno dei candidati in lizza per la designazione. Vale a dire, nell’ipotetico scenario Obama v. candidato repubblicano generico, Obama v. Romney e Obama v. Gingrich/Santorum/Paul, solo nel primo caso i sondaggi indicano che il GOP otterrebbe con buona probabilità la presidenza; nello scenario Obama v. Romney, il presidente democratico si vedrebbe attribuita una vittoria di misura, mentre negli altri scenari addirittura una vittoria con ampi margini. Visto che Obama gode dello scomodo primato di presidente con la percentuale di approvazione più bassa a un anno dalla rielezione – dall’inizio delle registrazioni di questo dato da parte della Gallup – ciò la dice lunga su come sia ridotto il Partito Repubblicano, tendenzialmente favorito dal ciclo elettorale, ma non in grado di presentare un candidato che goda del favore della sua base e del pubblico statunitense in generale.

NOTE:

* Andrea Casati è dottore magistrale in Relazioni Internazionali (Università di Bologna)


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