Il seguente articolo mira a riassumere sinteticamente e poi a commentare gli ultimi sviluppi dei negoziati sugli accordi di fornitura e trasporto gas tra...

Il seguente articolo mira a riassumere sinteticamente e poi a commentare gli ultimi sviluppi dei negoziati sugli accordi di fornitura e trasporto gas tra Russia e Ucraina. Iniziando dalla situazione di stallo dell’ultimo quarto del 2011, verranno elencati i punti salienti delle trattative fino a giungere all’ultimo meeting dei rappresentanti dei due Paesi, avvenuto il 17 gennaio 2012. In seguito, saranno esposte alcune riflessioni sulla gestione delle trattative tra i due Paesi e sui potenziali sbocchi delle stesse.

 
Dopo le tensioni dello scorso settembre e la successiva tendenziale situazione di stallo, la fine del 2011 e l’inizio del 2012 hanno mostrato alcuni interessanti sviluppi riguardo ai negoziati sui contratti di acquisto gas tra Russia e Ucraina.

Come noto, gli screzi tra i due Paesi ex-sovietici erano derivati dalla volontà del governo di Kiev di rinegoziare i discussi accordi di fornitura gas firmati nel 2009 sotto la legislatura Tymošenko, ritenuti troppo onerosi sia dal punto di vista dei costi sia da quello delle quantità acquistate. Dal canto suo Mosca si è sempre mostrata favorevole allo status quo derivante dal rispetto degli accordi – di durata decennale – con una minima apertura al cambiamento, esclusivamente vincolata all’eventuale adesione dell’Ucraina ai progetti russi di unione doganale.

Il raffreddamento dei rapporti tra Kiev e l’Unione Europea dovuto alle “disavventure” giudiziarie di Julia Tymošenko – sfruttate da Bruxelles per giustificare la mancata intenzione di finanziare la ristrutturazione del sistema di trasporto gas ucraino (GTS) – ha contribuito a sbilanciare l’equilibrio delle trattative a sfavore dell’Ucraina, che \"Nordsi è in effetti trovata senza un possibile “supporto esterno” nei negoziati con Mosca. Inoltre la messa in funzione del gasdotto Nord Stream, progettato per aggirare il territorio ucraino collegando con una condotta sottomarina Russia e Germania, ha ulteriormente contribuito a indebolire la posizione ucraina.

A fine 2011, un’interessante prospettiva sembra aver aperto la strada alla possibile chiusura dell’accordo tra i due Paesi ex-sovietici: quella di creare un consorzio per la gestione del transito del gas. Un primo tentativo di accordo era stato perseguito il 21 dicembre, ma l’incontro tra Putin e il Primo Ministro ucraino Azarov aveva portato come unico risultato una sorta di accordo di “non belligeranza energetica”: in poche parole, ci si limitava a escludere eventuali bruschi tagli delle forniture come avvenuto in passato. I negoziati sono stati ripresi a ridosso della fine dell’anno quando per il raggiungimento dell’accordo, stando al CEO di Gazprom Aleksej Miller, il governo di Kiev avrebbe chiesto uno sconto – a volume di gas invariato – di 9 miliardi di dollari all’anno. Nell’accordo rientrerebbe anche la ristrutturazione del GTS ucraino a spese di Mosca, azione notevolmente dispendiosa stando a quanto analizzato da Gazprom, che per mettere in atto gli aggiornamenti necessari dovrebbe sobbarcarsi dei costi compresi tra i 2 e gli 8 miliardi di dollari.

Ai primi di gennaio si è vociferato inoltre che un’altra condizione imposta da Mosca per il completamento degli accordi sia quella della privatizzazione della compagnia nazionale del gas ucraina (NAK Naftogaz), al fine di acquisirne quote rilevanti.

Un nuovo round di negoziati si è avuto il 17 gennaio, dal quale l’unica informazione trapelata è stata la conferma dell’interesse di Gazprom per il controllo del GTS ucraino. Tre giorni dopo, in data 20 gennaio, il Primo Ministro ucraino Azarov ha rassicurato i giornali parlando di una “pronta conclusione” delle trattative, escludendo “concessioni unilaterali” e puntando sull’ipotesi della creazione di un consorzio con la Russia per il controllo del GTS dell’Ucraina.

Sono state inoltre ventilate ipotesi di interessamento di Paesi e compagnie straniere nei confronti del mercato energetico ucraino. Poco prima del citato incontro, alcune voci vicine al Ministero dell’Energia ucraino hanno parlato di un ipotetico interessamento della Royal Dutch Shell ad investire in Ucraina, per la precisione nella costruzione di centrali a gas. Inoltre, il 26 gennaio, la Norvegia ha mostrato in pubblico il suo interesse nel rifornire di gas l’Ucraina, in sostituzione di parte degli approvvigionamenti russi. Non è la sola ipotesi di supporto da parte di un Paese occidentale: sempre il 26 gennaio, durante il forum Euro-Atlantico per la cooperazione, l’esperto Friedbert Pflueger – direttore esecutivo dell’European Center for Energy and Resources di Londra – ha parlato dell’importanza del riavvicinamento dell’Ucraina all’Europa per uscire dall’attuale stallo. A detta dell’esperto, per Kiev avere “l’Europa alle spalle” sarebbe non poco d’aiuto nelle trattative con Mosca.

E’ interessante anche riportare due reazioni provenienti dalle voci della politica ucraina, apparse dopo l’incontro del 17 gennaio. Il leader del partito UDAR Vitalij Klyčko ha manifestato la contrarietà sua e della sua fazione sia alla privatizzazione del GTS nazionale, sia ad una fusione o acquisizione tra Naftogaz e Gazprom. Klyčko sostiene che una così forte presenza russa sul territorio andrebbe contro “gli interessi nazionali” dell’Ucraina. Per uscire dallo stallo, l’UDAR ha invitato le autorità a “non prendere decisioni affrettate” e ad avviare i lavori di un forum di discussione per trovare una soluzione ottimale. Di respiro differente è stato l’intervento di Raisa Bogatyriova, Segretario Generale del Consiglio Nazionale di Sicurezza e Difesa, che ha sottolineato la difficoltà della situazione economico-energetica ucraina, per poi invocare una “rapida soluzione” dello stallo.

Sulla base di questi fatti sorgono sostanzialmente due punti da esaminare, strettamente legati tra loro.
Il primo punto riguarda la legittimità delle richieste di modifica dei trattati lanciate da Kiev, al fine di soppesare la reazione russa. L’Ucraina basa le sue pretese sul fatto che il contratto di fornitura (oltre ad essere stato “viziato” dall’azione della Tymošenko durante i negoziati) non è per essa economicamente conveniente né efficiente, facendo in pratica un appello al “buon senso” della controparte, che dovrebbe rinegoziare l’accordo – e dunque perdere dei vantaggi economici – per venire incontro alle richieste di un altro attore, che per giunta si è spesso dimostrato un partner insolvente. E’ perciò scontato che Mosca sia oggettivamente restia a rinegoziare senza guadagnare vantaggi di diversa tipologia, tenendo inoltre a mente il raffreddamento delle relazioni con l’UE del governo ucraino.

E qui c’è l’anello di connessione che ci porta al secondo punto: il tema dell’entrata russa nel controllo della Naftogaz e ciò che ne deriva. Quello che in una prospettiva tendenzialmente “occidentalistica” viene visto come una sorta di ricatto da parte dei russi, si può più semplicemente inquadrare dal semplice punto di vista economico: come accennato sopra, si può rompere con largo anticipo un vantaggioso contratto decennale – già usato come base per una determinata strategia economico-energetica – solo in cambio di una contropartita valida sia dal punto di vista del mercato sia della strategia energetica di più ampio respiro. Tale fattore determinante viene individuato dai negoziatori russi nell’ingresso di Mosca nel controllo della Naftogaz e del GTS ucraino – operazione omologa, del resto, a quanto già fatto in Bielorussia. Con una simile manovra, la Russia riuscirebbe ad allargare notevolmente la propria influenza sul territorio ucraino – e sulle decisioni, energetiche e non, del governo di Kiev.

Dal canto suo, l’Ucraina ha un margine di manovra molto stretto per i detti motivi: tutto ciò, sommato alla cronica mancanza di fondi dello Stato – e della Naftogaz – e al bisogno critico di ristrutturazione del GTS, rende le iniezioni di capitale russe molto appetibili, anche a costo di far entrare intensamente Mosca nella gestione della “cosa energetica” nazionale.

Resta infine un ultimo fattore da pesare, quello dell’Unione Europa e delle “terze parti”. A prescindere dagli auspici fatti da uno o più analisti, l’UE pare confermare la sua tendenza a mantenere le distanze da Kiev a seguito del caso Tymošenko. Fino ad ora, la potenziale espansione dell’influenza energetica russa non viene ancora percepita come un pericolo necessitante di contromisure.

Le ipotesi riguardo l’interesse di altri Paesi o compagnie nella critica situazione ucraina sono invece ancora allo stato embrionale, per cui non si possono fare analisi adeguate. Per ora, non rimane che ricordare come – ci si rifaccia all’ipotesi della Shell – possa essere difficile e rischioso per una compagnia straniera lanciarsi nel territorio ucraino, per motivi economico-finanziari quanto strategici e politici, vista l’instabilità del Paese ex-sovietico sotto uno qualsiasi dei citati punti di vista.

E’ infine opportuno ricordare che, quale che sarà l’esito finale dei negoziati, vi saranno probabilmente conseguenze anche nella politica interna ucraina. Allo stato dei fatti, la “vendita” potenziale di Naftogaz e GTS sta già irritando non poco l’opposizione, ma non bisogna dimenticare che il proseguire dello stallo comunque non avrà un effetto positivo sulla reputazione di Janukovič.

In conclusione, non rimane che assistere al proseguire delle trattative per la “sorte energetica” dell’Ucraina, fermo restando che l’entrata russa nel controllo del sistema gestione e trasporto gas di Kiev ha molte probabilità di divenire realtà.

NOTE:

* Giuliano Luongo è ricercatore associato dell'IsAG (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie).


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