François Géré ritiene necessario adottare una cyberstrategia. La definisce, al giorno d\’oggi, come “l’insieme delle pratiche civili e militari, pubbliche e private, interne ed...

François Géré ritiene necessario adottare una cyberstrategia. La definisce, al giorno d\’oggi, come “l’insieme delle pratiche civili e militari, pubbliche e private, interne ed esterne finalizzate a regolare il cyberspazio allo scopo di rispondere alle finalità definite dall’autorità politica per assicurare la prosperità e la sicurezza della comunità dei cittadini, in conformità con gli imperativi di sovranità ed autonomia delle decisioni nazionali, nel rispetto delle libertà materiali (economia) e spirituali (ideologia)\”.

 
Alla vigilia della Rivoluzione francese, l\’Abate Siéyès pubblicò un pamphlet famoso per il suo incipit: «Cos’è il Terzo Stato? Nulla. Cosa dovrebbe essere? Tutto!». Lo stesso accade oggi con il cyberspazio nel quale viviamo, lavoriamo, pensiamo e comunichiamo in maniera ormai così naturale, così spontanea che non ci rendiamo nemmeno conto delle considerevoli implicazioni dell’uso di questo dominio senza eguali nella storia dell’umanità. Nulla di più emblematico dei grandi forum sulle relazioni internazionali e sulla sicurezza globale. Sin dall’inizio, si cita il cyberspazio, se ne riconosce l’importanza, ci si preoccupa della sua protezione. Ma una volta reso quest’omaggio iniziale si torna ai soggetti tradizionali, affrontati in modo immutabile secondo approcci scontati da più di due secoli. Di certo si sarà provveduto, nel corso del programma, ad organizzare una tavola rotonda in cui gli esperti della cyberdifesa si ritrovano come al solito tra di loro. Per oggettività si deve rilevare che i suddetti esperti hanno formato da due generazioni una comunità che si è volentieri ripiegata su sé stessa, unita dall’utilizzo di un gergo terribile fatto di neologismi, acronimi, abbreviazioni, per la maggior parte americani (per non dire californiani). Questa comunità ha i suoi rituali, le sue mode, le sue grandi messe, le sue controversie e, naturalmente, i suoi eretici. In poche parole, tutto andrebbe per il meglio se dopo una mezza dozzina d’anni l’azione dei maggiori disturbatori non fosse arrivata non solamente a causare danni di ogni genere ma, ancora di più, a turbare l’ordine delle categorie tradizionali della strategia.

L’era della Creazione

Il cyberspazio costituisce uno spazio artificiale e universale, accessibile a tutti, in una situazione di costante cambiamento tecnologico e che spazia su tutti i domini dell’attività umana.

Questo pone un grande problema di natura filosofica. Sino ad oggi l’azione dell’uomo era finalizzata a dominare dei luoghi fisici (terra, mare, acqua, spazio). Gli era sufficiente comprendere i luoghi per inventare gli strumenti tecnici in grado di consentire, superando il più possibile gli ostacoli identificati, di trarre le parti migliori dalle risorse offerte dalla natura al fine di trasformarla in cultura o, più generalmente, in civilizzazione. Nel cyberspazio l’uomo-creatura si ritrova all’improvviso di fronte a sé stesso, il creatore. Non ci sono più difficoltà se non quelle che egli si impone in una ricerca “prometeica” del sempre più e sempre meglio, della quale ci si chiede qual è la finalità ultima: la prosperità, il dominio? Per la mancanza di una risposta a tale quesito constatiamo che l\’evento rinforza, almeno in un primo periodo, la concorrenza, la competizione, il gioco e l’aggressività. È proprio perché è importante, che quest’uomo «denaturato» del cyberspazio accetta di imporsi delle regole di comportamento, dei codici di condotta somiglianti a quelli che hanno ispirato i regolamenti presenti nei territori, negli spazi abitati, una sorta di patrimonio comune all’insieme dell’umanità. L’impresa è complicata dall’assenza di una base comune esterna all’uomo, presupposto della sua azione. Tradizionalmente la fisica naturale dei differenti ambienti forniva questo fondamento. Nel cyberspazio essa non esiste più, a meno di creare un accordo su una sorta di simulacro della materia del “territorio” del cyberspazio. Ora, questa non è più un’ipotesi di scuola in quanto all’era della Creazione succede quella dell’azione conflittuale.

L’era del confronto

Gli attacchi si moltiplicano sia in quantità sia in qualità. Le misure di protezione ordinarie non sono più sufficienti, la repressione non dissuade la guerra. La prosperità economica, il funzionamento degli Stati, la pace e la guerra sono divenuti delle sfide. Alla criminalità ordinaria (più o meno organizzata) si aggiunge ormai l’azione di attori di livello statale che hanno a propria disposizione dei mezzi e delle competenze molto elevate. Lo spionaggio assume una dimensione nuova che crea una rottura con i comportamenti classici. La ricerca delle informazioni non è più solamente una questione militare, interessando anche imprese che si sforzano di accedere ai segreti industriali dei concorrenti.

Ricordiamo qualche caso ormai celebre che non è stato mai spiegato totalmente e apertamente: Estonia (crisi diplomatica con la Russia, 2007), Georgia (guerra con la Russia, 2008), Iran (attacco alla centrale nucleare di Natanz con il virus STUXNET, 2010), Francia (spionaggio del Ministero francese delle finanze, 2010), per non parlare degli attacchi contro il Pentagono e dei suoi contraenti industriali quali Lockheed-Martin.

Le procedure sono spesso simili e facilmente identificabili: divieto di accesso per saturazione (botnets) ricorrendo a computer zombi, troian, virus, impianto clandestino di bombe intelligenti a volte introdotte a monte nel software venduto all’utilizzatore. I vettori sono “innocenti”: sono internet, semplici chiavette USB, i telefoni portatili dotati di nuove applicazioni che comportano delle enormi fratture. I social network non sono che dei mezzi di trasmissione che servono alla diffusione delle idee, dell’informazione, della propaganda e …della disinformazione.

In questo stadio appaiono numerose fondamentali sfide che occorre rilevare giocando su registri differenti. Da una parte la creazione di un continuum che associa protezione-aggressione-dissuasione al fine di invertire la relazione tra l’aggressione e la sicurezza, dall’altra lo sviluppo di un dialogo tra gli Stati sia a livello bilaterale sia multilaterale. Infine si pone il problema particolarmente difficile di attribuzione nello spazio senza frontiere dove la localizzazione non ha più un valore di identificazione. Per affrontare tale problematica si elaborano qui e là delle strategie e delle dottrine ancora incomplete e poco coordinate sia a livello interno sia internazionale. Numerosi sono ancora gli Stati reticenti a qualsiasi tipo di discussione di fondo, mentre altri praticano il dialogo tra sordi guardandosi bene dal firmare le convenzioni internazionali sul tema (la convenzione di Budapest adottata dal Consiglio d’Europa nel novembre del 2001). Ci sono tutte le ragioni per pensare che questa era durerà e che, dalla sua esuberanza, dai suoi eccessi persino, sorgerà il bisogno e la volontà del Codice. Stabilendo i fondamenti della dottrina militare, della diplomazia cooperativa, dell’etica e del diritto internazionale possiamo dirigerci verso l’era del Codice.

L’era del codice

All’era del confronto deve succedere quella del codice. Impresa complessa che non ha nulla di disperato dal momento in cui, ed è qui il punto, si fa sentire la sua necessità.

Il codice civile, il codice penale, il codice della strada, così tanti esempi di regole ammesse dalla società per assicurare il loro buon funzionamento. I governi si reggono su di esse dall’epoca in cui integrano l’idea di un interesse comune. A livello individuale, gli utilizzatori fanno lo stesso, per libera scelta, non appena si convincono che ne va della loro stessa sicurezza. Il codice permetterà di ridurre la pirateria informatica marginalizzandola. Gli Stati si dovranno impegnare a non ricorrere a dei subappaltatori, a dei mercenari di tutti i generi o a dei cosiddetti nazionalisti. Si dovranno assumere delle responsabilità di Stato per tenere a freno e punire i contravventori secondo le leggi nazionali. Ma al di là di questo si pone la questione del diritto internazionale. La diplomazia si dovrà interrogare sulla questione della legittima difesa a livello delle Nazioni Unite, definendo l’aggressione proveniente da un dominio deterritorializzato. Si deve realizzare una sorta di Convenzione di Ginevra sul cyberspazio per mirare ad un obiettivo maggiore. Questi codici dovranno rispettare le libertà fondamentali, in particolare quella di opinione, la vita privata e, ovviamente, il libero svolgersi dell’attività economica, il che suppone l’utilizzo legittimo del criptaggio dei dati.

Al fine di soddisfare questi molteplici compiti la sicurezza, da sola, non è sufficiente. Essa si deve inscrivere in un quadro più generale che contribuisca al suo rafforzamento. Ecco perché è indispensabile impostare una cyberstrategia, mezzo fondamentale per pensare, prendere in considerazione e donare realtà all’insieme delle questioni che occuperanno i decenni a venire. Questa cyberstrategia può, provvisoriamente, definirsi come: “l’insieme delle pratiche civili e militari, pubbliche e private, interne ed esterne finalizzate a regolare il cyberspazio allo scopo di rispondere alle finalità definite dall’autorità politica per assicurare la prosperità e la sicurezza della comunità dei cittadini, in conformità con gli imperativi di sovranità ed autonomia delle decisioni nazionali, nel rispetto delle libertà materiali (economia) e spirituali (ideologia)”.

(Traduzione di Francesca Barnaba)

NOTE:

* François Gere é professore ordinario di Storia. Fondatore dell’Istituto Francese di Analisi Strategica (IFAS), è titolare della Cattedra Castex di Cyberstrategia..

FONTE:

Diploweb


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