Sembra così lontano il maggio del 2005, quando il Primo ministro turco Recep Tayyp Erdoğan si recò in visita in Israele; oppure quando il...

Sembra così lontano il maggio del 2005, quando il Primo ministro turco Recep Tayyp Erdoğan si recò in visita in Israele; oppure quando il suo omologo israeliano Ehud Olmert ricambiò il favore nel febbraio del 2007. O quando Shimon Peres entrò nella storia come il primo presidente israeliano a tenere un discorso presso l’Assemblea Nazionale turca. L’ultimo contatto diplomatico tra alti esponenti del governo di Ankara e quello di Tel Aviv avviene il 17 gennaio del 2009. Una visita che si consumò, tra l’altro, in un clima già assai teso tra i due Paesi, che si inseriva temporalmente durante il completamento dell’Operazione Piombo Fuso da parte dell’esercito israeliano nella Striscia di Gaza, che ha causato circa 1400 vittime palestinesi, e che fu aspramente condannata dal governo turco [1]. Da allora, le relazioni tra Turchia ed Israele hanno assunto una connotazione che mal si concilia con una tradizione politica ed economica che ha visto i due governi, per lunghi tratti, percorrere due binari molto vicini tra loro sotto vari aspetti. Uno spartiacque in tal senso si può inequivocabilmente far coincidere con una data ben precisa: 31 maggio 2010. Intorno alle cinque del mattino di quel giorno, l’imbarcazione Mavi Marmara, che faceva parte del convoglio “Freedom Flottilla” diretto a Gaza per fornire aiuti umanitari alla popolazione della Striscia, venne attaccata in acque internazionali dall’IDF (Israeli Defense Force). Il raid causò la morte di nove attivisti turchi [2]. Il governo di Ankara ritirò il suo ambasciatore da Tel Aviv, pretendendo inoltre scuse formali dallo Stato di Israele, il risarcimento delle famiglie delle vittime ed un’indagine a livello internazionale per punire i responsabili. Nonostante la vicenda della Flottilla rappresenti una svolta, già in occasioni precedenti i due governi non avevano esitato a manifestare delle visioni divergenti. Ad esempio, Ankara non aveva nascosto critiche nei confronti degli omicidi mirati dello Stato di Israele, come quello dello sceicco Yassin, leader di Hamas, nel 2004.

La Turchia, tra i primi a riconoscere nel 1949 il neonato Stato di Israele, proclamato il 15 maggio del 1948, ha tessuto le trame più significative della cooperazione con Tel Aviv soprattutto negli anni ‘90, quando, con gli Stati Uniti a rivestire il ruolo di “garante”, si oliò una vera partnership strategica. La connotazione militare in questa “strana alleanza” nel panorama mediorientale ha rivestito un ruolo cruciale, anche in virtù della spinta dei militari turchi che storicamente ricoprono un ruolo di importanza capitale nella politica del governo, e che senza dubbio erano “attratti” dall’arsenale a dalle tecnologie belliche di Tel Aviv. Da qui la firma, nel 1996, di un accordo che prevedeva, appunto, lo scambio di tecnologie militari, la condivisione di dati sensibili e di intelligence, esercitazioni congiunte e la possibilità di sfruttare lo spazio aereo sotto la sovranità turca, nonché la base di Konya, nell’Anatolia Centrale, e vari accordi nel settore della difesa. Allo stesso anno risale un accordo di libero scambio. Il volume degli scambi commerciali tra i due paesi è passato da 447 milioni di dollari del 1996 a 2,3 miliardi di dollari nel 2006. Se negli anni novanta l’avvicinamento tra i due Paesi era stato agevolato da un contesto internazionale favorevole – con il cosiddetto “processo di pace”, inaugurato a Madrid nel 1991 che aveva raggiunto l’apice, almeno in termini di fiducia dell’opinione pubblica, con gli Accordi di Oslo del 1994 salutati all’epoca, in modo del tutto erroneo, come il tramonto del conflitto israelo-palestinese – c’è da dire che oggi gli equilibri del quadrante mediorientale hanno subito dei mutamenti decisivi. Il governo di Ankara ha riposto lo sguardo verso Oriente, con un mutamento rilevante nei rapporti con i suoi vicini, basti pensare all’Iran. Teheran, a livello regionale, è diventato il primo fornitore della Turchia, soprattutto per ciò che concerne il gas. Stesso discorso vale per i rapporti con la Siria e con l’Iraq, con quest’ultimo che è tra i principali beneficiari dell’export turco. Oltre che dalla necessità di contenere il nazionalismo curdo nella regione, il rinnovato approccio di Ankara verso i propri vicini deriva da una nuova visione incarnata, in particolare, dal nuovo Ministro degli Esteri, Ahmet Davutoğlu, nominato nel maggio del 2009. Consigliere di politica estera dal 2001 del primo Ministro Erdoğan, Davutoğlu è l’artefice di una nuova strategia che ha portato il governo a riconsiderare, in nome della stabilità regionale, i rapporti con gli altri Paesi della regione.
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A ben vedere, se si va oltre il gelo diplomatico intervenuto tra Israele e Turchia nell’ultimo periodo, soprattutto come conseguenza dell’attacco israeliano della Striscia di Gaza alla fine del 2008 ed il successivo raid contro la Mavi Marmara nel maggio del 2010, l’analisi assume delle sfumature differenti. Se senza dubbio la cooperazione militare ha subito una frenata, con la cancellazione di alcuni contratti stipulati nel settore della difesa e delle esercitazioni congiunte, il volume degli interscambi commerciali è uscito, si può dire, illeso, dall’impasse politica tra i due governi, ridimensionato solo da cause (quali la crisi finanziaria globale) che sembrano estranee a volontà di natura bilaterale. La vera novità, come già accennato, è la linea “Davutoğlu”, che nel settembre del 2011, tra le altre cose, ha portato Erdoğan ad un tour diplomatico nei Paesi arabi, appoggiando i loro epocali cambiamenti interni: Egitto, Tunisia e Libia, con le caratteristiche peculiari di quest’ultimo caso. Sempre nell’autunno dello stesso anno è stato ricevuto a Washington, ed ha continuato a chiedere il riconoscimento dello Stato palestinese “non come un’opzione ma come un obbligo”. Una “politica zero problemi” verso i propri vicini che, tuttavia, non ha escluso l’applicazione, in politica estera, di un sostanziale pragmatismo, che ha indotto Erdoğan, per esempio, a ricoprire un ruolo cruciale nelle trattative con Hamas per la liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit e a “tranquillizzare” gli Stati Uniti relativamente all’Iran, accettando l’installazione sul proprio territorio di uno scudo anti-missile Nato.

\"ConcessioniE’ essenziale in questa sede analizzare inoltre le relazioni in ambito energetico ed idrico. Se dai fatti di Gaza in poi il governo turco ha sospeso alcuni progetti congiunti, quali il Blue Stream 2, che avrebbe dovuto portare acqua dalla Turchia ad Israele, un nuovo capitolo di potenziale scontro tra i due Paesi è senz’altro costituito dalla scoperta di giacimenti di gas naturale nel Mediterraneo orientale, in particolare nella Zona Economica Esclusiva sotto la sovranità cipriota: una quantità superiore alle riserve di tutti i Paesi europei. Il governo di Tel Aviv, a partire dal dicembre 2010, non ha perso tempo a concordare le linee di demarcazione delle acque e le rispettive zone di esplorazione con la Repubblica di Cipro. La Turchia, con questo scenario, teme che la parte turco-cipriota dell’isola, e di conseguenza gli interessi di Ankara, restino tagliati fuori dalla spartizione del bottino energetico del Mediterraneo orientale.

La questione delle riserve di gas di tale porzione di mare, oltre che ad una storica rivendicazione di supremazia da parte del governo di Ankara sulle sue acque, è ovviamente legata alla divisione dell’isola nella sua parte settentrionale turco-cipriota, proclamata Repubblica turca di Cipro del Nord dopo l’atto di forza del governo turco nel 1974, e la sua parte greco-cipriota – la Repubblica di Cipro – riconosciuta dall’Unione Europea, di cui è membro dal 2004 e nel cui Consiglio siederà alla presidenza di turno a partire dal giugno 2012. L’allettante giacimento off-shore costituirebbe uno dei più grandi mai scoperti, con una stima di gas recurabile pari a circa quindici miliardi di piedi cubi. Esso coincide nello specifico con il cosiddetto “Blocco 12” situato a largo dell’isola e poco sopra un altro giacimento, il “Leviathan”, vicino la costa settentrionale dello Stato di Israele. Sulle trivellazioni in corso Erdoğan, attraverso il presidente turco Dervis Eroğlu, ha inoltrato al segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon la richiesta che si crei un comitato congiunto tra le due comunità dell’isola che prenda in esame una “redistribuzione” dei potenziali proventi. Parallelamente, la contromossa di Ankara è costituita dall’inizio delle esplorazioni della piattaforma continentale a nord dell’isola.

Dopo che lo scenario di una presidenza cipriota dell’UE ha indotto a minacciare il congelamento delle relazioni con Bruxelles, certo è che la Turchia teme di essere esclusa dalla partita del gas. Il tutto, a vantaggio di Israele, che non vuole perdere l’occasione, troppo ghiotta, di raggiungere una piena autonomia energetica, proprio grazie a quella porzione di Mediterraneo appendice naturale degli interessi di Ankara.

NOTE:

* Diego Del Priore è ricercatore associato all'IsAG (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie)

1] Secondo un recente aggiornamento svolto dall’ONG israeliana B’tselem, le morti palestinesi durante le tre settimane di operazioni sarebbero 1387. Tra di essi 330 sono stati uccisi partecipando alle ostilità, 248 erano agenti di polizia palestinesi “per la maggior parte uccisi durante i bombardamenti delle stazioni di polizia il primo giorno delle operazioni; 773 delle vittime, compresi 320 minori e 109 donne, non partecipavano alle ostilità.
2] Si tratta precisamente di otto cittadini turchi - Cengiz Alquyz (42 anni), Ibrahim Bilgen (60), Ali Haydar Bengie (39) , Cegdet Kiliclar (38), Cengiz Songur (47), Çetin Topçuoglu (54), Sahri Yaldiz e Necdet Yildirim (32)- ed uno, Furkan Dogan, di origine turca ma con cittadinanza americana.


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