L’inizio del nuovo anno segna il momento ideale per fare il punto della situazione nell’area della Comunità degli Stati Indipendenti. Il 2011 è stato...

L’inizio del nuovo anno segna il momento ideale per fare il punto della situazione nell’area della Comunità degli Stati Indipendenti. Il 2011 è stato per alcuni un momento per saggiare l’appoggio dell’elettorato e prendere atto dell’effervescenza e dello spirito critico, forse sottovalutato, dell’opinione pubblica. Per altri paesi chiave, invece, cresce l’attesa per la chiamata alle urne dell’anno appena iniziato. A livello regionale, invece, è tempo di prendere atto degli ostacoli che contrastano una completa integrazione, se non politica, quantomeno economica. Il laboratorio più interessante è quello dell’Unione Eurasiatica, che il 31 dicembre scorso ha cessato di essere una mera unione doganale per trasformarsi in Spazio economico comune, ma la strada verso la piena cooperazione regionale è ancora lunga.

 
Nell’anno del suo ventesimo anniversario, la CSI si trova a fare i conti con una realtà profondamente diversa rispetto a quella esistente al momento della sua creazione. Se i tradizionali schemi di cooperazione regionale hanno evidenziato i loro limiti, i soggetti coinvolti cercano nuovi modelli di integrazione e nuove strade per accelerare la crescita ed esercitare la sovranità sul territorio e sulle proprie risorse.

Il 2011 è stato un anno segnato dalla competizione elettorale per alcuni degli paesi della Comunità degli Stati Indipendenti: i cittadini di Russia e Kirghizistan sono stati chiamati alle urne per eleggere i propri rappresentanti e l’occasione è stata anche un banco di prova per saggiare la vitalità delle forze di opposizione e la capacità delle élite governanti di mantenere il consenso. Altrettanto interessante si prospetta il 2012, con le elezioni appena svoltesi in Kazakistan, le imminenti presidenziali russe e le legislative ucraine.
Il caso più discusso è stato certamente quello della Federazione Russa, nella quale le elezioni parlamentari hanno evidenziato un calo dei consensi per il partito Russia Unita e per il suo leader, Vladimir Putin, candidato per la terza volta alle presidenziali che si terranno il prossimo marzo. Le proteste che hanno scosso le piazze russe sono state commentate secondo i più disparati punti di vista: che siano state finanziate e promosse dagli Stati Uniti o che siano la manifestazione evidente di una volontà di rinnovamento e di maggiore democraticità del paese, rimane il dato secondo cui Russia Unita gode ancora del consenso necessario per vincere alle urne, mentre alcuni dei partiti che hanno avuto accesso ai seggi parlamentari sembrano costituire soggetti artatamente creati per offrire una immagine di maggiore pluralismo, ma che non costituiscono una reale alternativa. Sarebbe utile se da queste contestate elezioni scaturisse una maggiore volontà di varare le riforme per la modernizzazione del paese a lungo promesse da Medvedev.

Ad una prova molto importante era chiamato anche il Kirghizistan: giova ricordare che quelle che si sono svolte quest’anno sono state le prime elezioni dopo la rivoluzione colorata che ebbe luogo nell’aprile 2010 e dunque fondamentali per capire come i cittadini intendessero delineare il proprio futuro istituzionale. Degno di nota, poiché alquanto raro a riscontrarsi in un contesto del genere, è l’atteggiamento della presidente Roza Otunbayeva: nonostante il ruolo raggiunto all’indomani della rivoluzione, ha saputo mantenere il proposito di indire elezioni democratiche, senza lasciarsi tentare dall’idea di forzare la mano e conservare la leadership del paese senza il supporto del mandato elettorale. Il risultato delle urne, valutato con cauto ottimismo dagli osservatori dell’OSCE, pur riconoscendo il verificarsi di brogli e irregolarità che hanno causato vive proteste nel paese, ha premiato il leader del partito socialista (Sdpk) Almazbek Atambayev, già Primo Ministro e politicamente orientato verso il Cremlino. La maggioranza raggiunta lo scorso 30 ottobre è stata ben presto messa a dura prova dalla necessità di delineare il programma esecutivo: le riforme in campo politico, economico e giudiziario di cui il paese ha fortemente bisogno stanno incontrando vivaci resistenze da parte di molti deputati, che già chiedono la possibilità di ridisegnare la maggioranza parlamentare. In questo quadro, l’allusione del neo-presidente ad un emendamento della Costituzione fa già temere una nuova svolta verso una presidenza, se non autoritaria, sicuramente con poteri più forti. Altrettanto delicata è la questione Manas, la base militare data in concessione agli Stati Uniti come supporto per le operazioni in Afghanistan e della quale si vorrebbero rivedere i termini di utilizzo: in particolare, il presidente Atambayev vorrebbe che dopo il 2014 (data entro la quale la NATO conta di compiere il processo di transizione che affida la sicurezza del paese alle autorità afghane) la base diventasse un centro logistico civile, con il ritiro di tutto il personale militare.

\"ILa fine del 2011 è stata altresì caratterizzata dall’ormai celebre articolo di Vladimir Putin sull’Izvestija, concernente la sua personale visione sul futuro della Russia e di tutta la regione eurasiatica: l’ambizioso progetto di un’enorme area di integrazione economica che vada, nel lungo periodo, a collegarsi all’Unione Europea secondo un’ottica di collaborazione su base paritaria ci riporta, tuttavia, al problema della fragilità economica di molti attori dell’area e di una integrazione economica ancora lungi dall’essere realizzata.

In particolare, sarà interessante osservare se dall’unione doganale, esistente fino alla fine del 2011, si riusciranno a gettare le fondamenta per una reale integrazione che abbracci tutti i principali settori dell’economia, oltrepassando i limiti odierni di un interscambio basato principalmente sulle materie prime. Il problema fondamentale sembra essere innanzitutto la crescita dei paesi membri, molti dei quali ancora non sembrano aver definitivamente imboccato la strada dello sviluppo: il peso della riconversione si fa sentire, soprattutto nel settore manifatturiero, che fa fatica ad integrarsi nel sistema post-sovietico.

Secondo alcuni analisti, il passaggio all’economia post-sovietica e la scarsa competitività dei prodotti dell’industria domestica, unito alla concentrazione nelle mani di pochi oligarchi della proprietà dei gangli vitali delle rispettive economie, hanno portato alla centralità delle materie prime, in primo luogo quelle energetiche, nelle transazioni commerciali tra i suddetti paesi e nelle decisioni di politica economica. In questo modo, anche le relazioni politiche hanno conosciuto momenti di crisi proprio tra paesi produttori di idrocarburi e paesi “di transito” degli stessi.

Non bisogna dimenticare anche la percezione del momento storico e politico che i paesi della CSI avevano nei primi anni Novanta: il crollo del sogno dell’Unione Sovietica ha portato molti Stati a guardare ad Occidente con speranza e, forse, con aspettative esagerate: la fragilità istituzionale di Mosca stava permettendo ad attori terzi di entrare nel proprio “giardino di casa”, ma dall’altro lato gli ex satelliti si aspettavano comunque da essa più di quanto fossero disponibili a dare in cambio. I momenti di “reazione” al controllo del Cremlino evidenziano non solo la volontà di decidere e gestire autonomamente le proprie strategie politico-economiche, ma anche il tentativo di ottenere il miglior risultato possibile, in termini di supporto politico e finanziario, dalla contrapposizione tra Russia e Occidente per il controllo dell’area.

Questo rapporto asimmetrico non poteva essere idoneo a costituire una reale cooperazione e ancor meno un’integrazione. Questa logica, che si fa sentire anche ora che Mosca ha ripreso le redini del proprio estero vicino, costituisce il primo anello da spezzare affinché si elabori un convincente piano di costruzione di un’area economica comune.

Il successo passerà anche dalle possibilità di sviluppo di tutti gli attori in gioco: l’Unione Eurasiatica, non a caso, ha sì la volontà di espandersi, ma al momento è imperniata su Russia, Kazakistan e Bielorussia, con i primi due che sono i due attori più forti della regione. Un grande mercato comune eurasiatico di beni e servizi e un sistema di prestiti intra-regionale sono certamente obiettivi appetibili, ma bisognerà capire anche in che modo si potrà creare una domanda interna e un potere di acquisto adeguati, come si potranno rafforzare i mercati finanziari e costruire tutta quella serie di strumenti idonei a finanziare la crescita, preso atto anche delle difficoltà europee a regolamentare il sistema bancario.

Possiamo dunque guardare il passato 2011 della CSI da due punti di vista. Da un lato, gli avvenimenti interni ai singoli Stati, tra i quali spiccano certamente gli eventi elettorali e le questioni socio-economiche che ne hanno caratterizzato il momento precedente, ma soprattutto successivo. Al riguardo le interpretazioni sono state molteplici, ma resta il fatto che i momenti di fermento popolare costituiscono sempre un’occasione per riflettere e indagare con spirito critico sulle cause che ne sono alla base.

Dall’altro lato, prendendo a riferimento lo scorso anno come quello che ha segnato il ventesimo compleanno della CSI, possiamo osservare quest’ultima nella sua unità e cercare di interpretare il percorso della sua esistenza: se la CSI come organizzazione sembra, a detta degli stessi protagonisti, segnare il passo dinanzi all’esigenza di creare un fronte politico ed economico comune, i paesi che ne sono aderenti sembrano invece essere ben consapevoli di quanto il momento storico presente sia cruciale. Spesso la volontà di esercitare pienamente la propria sovranità si scontra con le asimmetrie di potere all’interno della regione, ma una cooperazione più efficiente e un’integrazione economica maggiormente strutturata sembra al momento la migliore soluzione auspicabile.

NOTE:

Francesca Malizia è laureata in Relazioni internazionali (Università La Sapienza di Roma).


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