Sei anni fa Slobodan Milošević moriva nella sua cella del Tribunale Penale Internazionale per la ex Jugoslavia. Molte le teorie sulla morte del leader...

Sei anni fa Slobodan Milošević moriva nella sua cella del Tribunale Penale Internazionale per la ex Jugoslavia. Molte le teorie sulla morte del leader serbo, ma molte anche le perplessità che circondano l’operato del Tpij. E intanto le vittime dei conflitti rimangono senza giustizia

 
Sono passati sei anni dalla scomparsa di Slobodan Milošević, l’uomo che tenne sotto scacco l’Occidente per un intero decennio. Eppure la sua morte, avvenuta mentre era sotto processo al Tribunale Penale Internazionale per la ex Jugoslavia (Tpij), resta ancora avvolta nel mistero.

In base al referto ufficiale del Tribunale, il leader serbo sarebbe morto l’11 marzo 2006 per “cause naturali”. Tre giorni dopo il tribunale chiuse, senza una sentenza, il processo più importante per il quale era stato istituito [1].

Dopo aver perso la presidenza jugoslava nel 2000, Milošević venne consegnato al tribunale dell’Aja in seguito alla riunione del governo che aveva votato per il suo trasferimento con 21 voti favorevoli e due contrari. Ad opporsi alla cattura dell’uomo forte di Belgrado erano stati i due ministri del Presidente Vojislav Koštunica [2]. Ne nacque un duro dibattito interno tra il Presidente, fortemente contrario alla consegna, e il Premier, Zoran Djindjic, che voleva dare la testa di Milošević all’Occidente in cambio degli aiuti promessi per la ricostruzione della Serbia, distrutta dai bombardamenti dell’Alleanza Atlantica.

Dopo essere stato arrestato dai reparti della Nato, l’ex Presidente della Repubblica Serba, nonché ex Presidente della Repubblica Federale Jugoslava, fu il primo leader politico ad essere giudicato da un tribunale internazionale per le conseguenze della sua amministrazione. Venne accusato di genocidio, violazioni delle leggi di guerra e crimini contro l’umanità (omicidio, deportazione, persecuzione politica, razziale e religiosa), per un totale di 66 capi d’accusa. Il procedimento, iniziato nel 2002, venne definito il processo del secolo, ma divenne presto quello più lungo della storia giudiziaria internazionale. Le udienze vennero interrotte più volte per le pessime condizioni di salute dell’imputato che soffriva di cuore e aveva gravi problemi di ipertensione.

Milošević venne trovato morto nella sua cella del carcere di Scheveningen, una cittadina a sei chilometri dall’Aja. Dall’autopsia risultò che l’ex Presidente aveva avuto un infarto del miocardio, ma dall’esame tossicologico emerse che aveva assunto farmaci per la tubercolosi e la lebbra, dannosi per la cardiopatia di cui soffriva. Nei mesi precedenti il decesso del leader serbo, il Tpij si era rivolto a Donald Uges, un esperto tossicologo dell’Università di Groningen, affinché effettuasse esami mirati sulle condizioni di salute di Milošević, poiché le cure mediche non producevano alcun miglioramento. Secondo Uges, il leader serbo aveva preso di proposito un antibiotico sbagliato, la rifampicina, un medicinale che contrastava gli effetti dei farmaci per il cuore: “Probabilmente sperava che il Tpij gli permettesse di andare in Russia a farsi curare. Sono certo che voleva un biglietto di sola andata”. Una lettera di Milošević sembra confermare la tesi di Uges. Il 10 marzo 2006, il giorno prima di morire, il leader serbo scrisse al ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, lamentandosi di non ricevere cure adeguate e chiedendo di essere ricoverato in una clinica specializzata a Mosca perché temeva di essere avvelenato [3].

Il dubbio principale, in sostanza, è come sia giunta la rifampicina in mano a Milošević e soprattutto se lui era consapevole o no di quello che stava assumendo. Il cancelliere del Tribunale dell’Aja, Hans Holthius, dichiarò che la rifampicina non era mai stata nella farmacia della prigione. Inoltre Milošević, nonostante fosse l’ospite più illustre di Scheveningen, non era sorvegliato dai circuiti interni del carcere perché, come disse il portavoce del Tribunale, non era considerato un detenuto “a rischio suicidio”.

Molti dubbi sorsero sull’operato di quello che doveva essere un grande strumento di giustizia internazionale. In base a una ricerca [4] della Kingston University di Londra, il Tribunale venne fondato nel 1993 con un budget assai ridotto, senza che alcun membro del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ad eccezione degli Stati Uniti, credesse che sarebbe riuscito a raggiungere i suoi obiettivi. Se Washington fu, per ovvi motivi, il maggior contribuente (violando così lo statuto della Corte) molti altri Paesi del Consiglio di Sicurezza finanziarono il Tpij con cifre irrisorie. In questo senso, è esemplare il caso della Gran Bretagna che per anni non diede una sola sterlina al bilancio del Tribunale. Il Tpij veniva considerato un’istituzione insignificante, capace di arrestare solo i pesci piccoli. Florence Hartmann, ex portavoce ufficiale di Carla del Ponte, Procuratore capo del Tribunale al momento dell’arresto e della morte di Milošević, ha affermato che l’arrivo all’Aja di Milošević era assolutamente imprevisto e persino i pubblici ministeri avevano perso le speranze di vedere l’ex Presidente sul banco degli imputati [5]. Impossibilitato a cambiare la sua natura strutturale, il Tpij gestì inadeguatamente “l’affare Milošević”.

Gli stessi serbi non hanno mai nascosto la propria diffidenza nei confronti del Tribunale, considerato un organismo di parte. In questi 19 anni di vita, il Tpij ha incriminato 161 persone, di cui 94 serbi, 29 croati, nove albanesi (tutti kosovari), nove bosgnacchi, due macedoni e due montenegrini [6]. Il sovrannumero di imputati di nazionalità serba ha creato il pesante sospetto che la comunità internazionale abbia voluto far ricadere le colpe dei conflitti balcanici solo sulle spalle del popolo di Belgrado.

Milošević non è l’unico prigioniero serbo ad aver perso la vita mentre era detenuto al Tribunale dell’Aja. Appena una settimana prima della morte di Milošević, Milan Babić, l’ex Presidente dell’autoproclamata Repubblica serba di Krajina, venne trovato impiccato nella sua cella. Era stato condannato a 13 anni di carcere ed era tornato a Scheveningen per testimoniare contro Milošević. Nel 1998 si uccise nello stesso modo il serbo croato Slavko Dokmanović, ex sindaco di Vukovar; mentre due mesi dopo morì per un aneurisma all’aorta addominale Milan Kovačević, il serbo bosniaco accusato di aver allestito nel 1992 il campo di prigionia di Prijedor, in Bosnia-Erzegovina. Per lui il processo non era ancora terminato.

Attualmente l’attenzione è tutta per Vojislav Sešelj, il fondatore del Partito Radicale serbo, sotto processo dal 2007. Sešelj avrebbe seri problemi di salute e non è da escludere che sia in pericolo di vita. A lanciare l’allarme è stato Milovan Bojic, il capo dell’equipe medica serba che ha visitato Sešelj. Bojic ha dichiarato che le sue condizioni di salute sono assai peggiori di quelle di Milošević quando chiese di essere trasferito in ospedale [7]. Nel frattempo il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha annunciato, in una conferenza stampa, che Mosca è favorevole all’abolizione del Tpij perché ritenuto poco imparziale e particolarmente rigido con gli imputati di nazionalità serba. Lavrov ha fatto l’esempio del caso di Milošević, morto nella prigione del Tribunale “senza le cure necessarie” [8].

La figura di Slobodan Milošević è, per certi versi, una delle più emblematiche degli ultimi trent’anni. Nel corso della sua carriera politica è stato comunista, nazionalista, riformatore, combattente, dittatore e anche un fedele ortodosso. Durante gli accordi di Dayton venne definito dalla comunità internazione un “uomo di pace”, mentre durante i colloqui di Rambouillet, appena quattro anni dopo, venne considerato un misto tra Hitler, Stalin, Saddam Hussein e Pol Pot [9]. Una volta arrestato, la Procura del Tpij ha cercato di bollare Milošević come il maggiore, se non l’unico, fautore della tragedia jugoslava.

La morte del leader serbo, che rimane ancora oggi avvolta nel mistero, rappresenta una grande colpa per il Tpij e per l’intera giustizia internazionale, non solo perché sono stati azzerati quattro anni di lavoro, ma soprattutto perché Milošević, scomparsi Tudjman e Izetbegović, era l’ultima figura chiave della disintegrazione della Jugoslavia e poteva fornire molte risposte a tutte le vittime dei conflitti.

NOTE:

Gabriella Rita Tesoro è dottoressa in Relazioni internazionali (LUISS Guido Carli di Roma), e giornalista.


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