E\’ arduo negare la centralità che, nel corso di questo secolo, la manipolazione della informazione ha acquisito sia nel contesto totalitario che in quello...

E\’ arduo negare la centralità che, nel corso di questo secolo, la manipolazione della informazione ha acquisito sia nel contesto totalitario che in quello dei conflitti tradizionali e asimmetrici. Ebbene, la riflessione strategica francese contemporanea – proseguendo quella avviata durante la guerra di Algeria da Larechoy – ha posto al centro della sua attenzione la guerra cognitiva, dispositivo strategico divenuto indispensabile nel contesto militare.

Proprio su questa tematica il Generale Loup Francart – direttore di ricerca dell\’Istituto di relazioni internazionali e strategiche francese – ha dato contributi di indubbio rilievo. Partendo dalle sue riflessioni, abbiamo posto l\’enfasi solo su alcuni aspetti della guerra cognitiva – vale a dire sulla disinformazione e la propaganda- cercando di individuarne le principali caratteristiche.

Non c\’è dubbio che il termine disinformazione sia un\’espressione relativamente recente poiché risale all\’uso che l\’intelligence russa ne fece all\’indomani della seconda guerra mondiale: secondo i russi esso designava l\’utilizzazione da parte dei paesi capitalisti della libertà di informazione a scopo manipolativo. Al di là di questa precisazione di natura storica, l\’autore individua alcune definizioni particolarmente pregnanti e fra queste: la disinformazione vista come propagazione di informazioni menzognere allo scopo di creare confusione all\’interno della opinione pubblica; insieme di tecniche utilizzate per manipolare l\’informazione al fine di esercitare un\’influenza sul giudizio sulle reazioni altrui e infine manipolazione dell\’opinione pubblica a fini politici. Ebbene, l\’insieme di queste e di altre definizioni, fanno emergere chiaramente alcuni aspetti comuni. È un dato acquisito oramai che la disinformazione riguardi il dominio dell\’informazione detta di massa cioè il dominio dei mass-media. Questa si rivolge certamente al grande pubblico o più precisamente ha per scopo quello di influenzare l\’opinione pubblica in maniera favorevole a colui che esercita o pratica la disinformazione. Ebbene, proprio perché la disinformazione si rivolge al contesto della società civile, non può appartenere anche al dominio politico e dunque, in caso di conflitto militare, non può che essere riferita alla dimensione politica e strategica. Ad ogni modo – sottolinea l\’autore – la disinformazione non è necessariamente legata a una visione unilaterale del mondo poiché essa può essere praticata in tutti i contesti: politici, da parte di gruppi di interessi privati, professionisti dell\’informazione e della comunicazione eccetera.

Un altro aspetto di estremo rilievo sottolineato dall\’autore è quello relativo al fatto che la disinformazione costituisce una tecnica utilizzata per la propaganda e la sovversione e presuppone quindi una certa libertà di stampa. Sia tuttavia chiaro che la disinformazione non è, contrariamente alla propaganda, un\’azione costante messa in opera in vista di un\’influenza prolungata ma piuttosto un insieme di azioni specifiche più o meno previste che finiscono per generare un contesto all\’interno del quale alcune informazioni vere, ma contrarie alla visione comune, sembrano totalmente incongrue. Ebbene a scanso di equivoci, è necessario precisare che la disinformazione non ha a che fare con l\’espressione di un punto di vista esplicitamente fazioso poiché il confronto spesso aspro fra opinioni differenti rientra nel pluralismo delle democrazie. In altri termini, attraverso la disinformazione si manipola l\’informazione allo scopo di fornire una compressione fittizia della realtà e fra gli obiettivi della disinformazione vi possono essere le intenzioni, gli elementi di forza o di debolezza dell\’avversario, i suoi errori. Più nello specifico la disinformazione può procedere attraverso la negazione di alcuni elementi dell\’informazione, può smentirne alcuni, può ometterne altri, può gettare discredito su alcuni fatti o su alcuna intenzioni, può deviare l\’attenzione su informazioni poco importanti, può fornire informazioni contraddittorie, esagerare dei fatti o delle intenzioni, dare elementi non confermati o di dubbia credibilità, aggiungere degli elementi inventati a un\’informazione reale.

Naturalmente, come osservato dallo studioso russo Volkoff, la disinformazione può essere ottimamente praticata in un contesto autoritario e/o totalitario all\’interno del quale si crea una contrapposizione assoluta e dogmatica tra l\’io e il noi: l\’incarnazione dell\’avidità da una parte e l\’incarnazione del male dall\’altra parte. Ebbene, a tale proposito risulta evidente per l\’autore che la disinformazione è uno degli strumenti più efficaci della propaganda e in modo particolare della propaganda totalitaria.

Nel contesto delle scienze strategiche francesi, il termine propaganda si inserisce all\’interno di un contesto che cerca di imporre una visione unica attraverso tutti i mezzi della persuasione e cerca di realizzare un comportamento conforme a questa visione. Proprio per questa ragione la propaganda – secondo l\’autore – è al servizio di un\’ideologia totalitaria (con il termine ideologia si intende un sistema globale di interpretazione del mondo storico-politico). Ebbene, la propaganda non ammette la legittimità di una visione diversa (nel contesto totalitario la propaganda si consolida attraverso la censura che risulta essere onnipresente), la propaganda mira alle masse e affinché risulti efficace deve costruire una varietà ampia di discorsi su pochi punti trasformandoli in slogan in maniera tale da trasformarsi in strumento di sottomissione psicologica, si alimenta della dimensione utopica (il mito dell\’uomo nuovo per esempio).

Dal punto di vista tecnico la propaganda si serve di un simbolo che sintetizzi uno degli aspetti fondamentali sui quali si costruisce la sua influenza determinando in questo modo un\’attrazione irrazionale e alimentando l\’azione (naturalmente per essere efficace il simbolo deve essere suggestivo ed evocare immediatamente l\’idea che esso rappresenta la base emozionale da cui dipende), dello slogan che deve essere accorto, incisivo, meccanico, scelto con cura e destinato a eccitare lo stato emotivo dei fruitori per provocare un\’azione di massa (deve essere in altri termini un insieme di parole che fornisce un\’apparenza razionale a sentimenti profondamente irrazionali), delle parole d\’ordine che impegnino i fruitori ad un\’azione non mediata dalla razionalità ma quasi meccanica. Sotto il profilo della tecnica discorsiva, la propaganda si attua attraverso la semplificazione degli eventi, l\’insinuazione che lascia all\’uditore la scelta di tirare le conclusioni per proprio conto, l\’utilizzazione assai frequente di argomenti di autorità, la realizzazione di capri espiatori, la ridicolizzazione dell\’avversario, l\’appello alla tradizione e alla nostalgia. Inoltre, la propaganda deve cagionare l\’effetto che l\’autore chiama di maggioranza che lascia credere che l\’opinione nel suo insieme ammette il punto di vista promosso dalla propaganda (per legittimare il quale non esita a servirsi di personalità credibili).

NOTE:

Giuseppe Gagliano è presidente del Centro Studi Strategici Carlo de Cristoforis (CESTUDEC).


No comments so far.

Be first to leave comment below.

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Solve : *
7 + 24 =