La storia di una scissione e della nascita, dalle due iniziali, di una nuova dimensione che si autonomizza ed assume anche una precisa identità....

La storia di una scissione e della nascita, dalle due iniziali, di una nuova dimensione che si autonomizza ed assume anche una precisa identità. E’ questa in sintesi la tesi contenuta ne Il potere dei giganti. Perché la crisi non ha sconfitto il neoliberismo (Laterza, Roma-Bari, 2011) di Colin Crouch [nella foto a destra]. Dopo l’efficace Postdemocrazia il professore emerito di Governance and Pubblic Management presso la Business School dell’Università di Warwick, torna con questo libro ai temi della realtà attuale rapportandosi immediatamente al «crollo finanziario del 2008-2009». Lo scenario che, dal punto di vista economico, appare agli occhi dell’autore è il seguente.

«Il sistema di idee economiche che dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso è stato dominante nel mondo occidentale e in molte altre parti del pianeta» si suole definire con il termine di «neoliberismo». Che cos’è, dunque, nello specifico questo «sistema di idee economiche»? Crouch dice che esso (nei suoi «numerosi filoni e “marchi”») possiede una «idea di fondo». Ossia che «la libertà dei mercati (dei luoghi, cioè, in cui gli individui massimizzano i propri interessi materiali) sia il mezzo migliore per appagare le aspirazioni dell’uomo, e che i mercati siano sempre preferibili agli Stati e alla politica, i quali nel migliore dei casi sono inefficienti, nel peggiore mettono a repentaglio la libertà». In definitiva con il neoliberismo abbiamo a che fare con un pensiero economico che predilige ed evidenzia sempre più il ruolo del mercato a scapito di quello della politica (e dello Stato). A questo punto lo stesso Crouch dichiara:

Le forze maggiormente avvantaggiate dal neoliberismo – prime fra tutte le imprese globali, soprattutto del settore finanziario – mantengono invece inalterata la loro importanza. Le banche sono emerse dalla crisi del 2008-2009 più forti di prima, sebbene quest’ultima fosse stata provocata proprio dai loro comportamenti: anzi, sono ritenute talmente importanti per l’economia di questo inizio di secolo da dover essere protette dalle loro stesse follie, mentre la maggior parte degli altri settori colpiti dalla crisi è rimasta priva di protezione e i servizi pubblici ne sono usciti decisamente malconci e hanno subito pesanti tagli. Gli ingenti bonus pagati ad alcuni dirigenti delle banche sono stati al centro del dibattito seguito alla crisi, ma si è continuato a pagarli asserendo che fossero necessari per riportare alla solvibilità il settore finanziario – e con esso interi Stati -, sebbene quei premi venissero in parte pagati con i soldi dei contribuenti, attraverso i salvataggi. Il settore finanziario ha dimostrato come il resto della società dipenda dal suo funzionamento, soprattutto nel mondo anglo-americano in cui questa forma particolare di attività bancarie si è particolarmente sviluppata. Protetta anche quando vengono tagliati gli altri settori, e in particolare i servizi pubblici, la finanza avrà un ruolo sempre più rilevante nella struttura economica dei paesi anglosassoni.

Insomma, il neoliberismo non solo si è salvato dalla crisi ma, se possibile, ne è uscito ancora più rafforzato. Evidentemente qui c’è qualcosa che deve essere considerato. Evidentemente ci troviamo alle prese con qualche implicazione di tipo nuovo che abbiamo sotto gli occhi ma che, forse, ancora non riusciamo a scorgere in tutta la sua perentorietà e rilevanza. Crouch in questo senso riesce ad aprirci gli occhi. La sua tesi infatti è del tutto spregiudicata e densa di significative conseguenze non solo dal punto di vista della storiografia sociologica e della letteratura politica tout court. Il progetto di soluzione dell’enigma che egli stesso si è posto (e che si è posto sotto i nostri occhi di cittadini non solo dell’Occidente ma dell’intero pianeta negli ultimi anni a ridosso del crollo finanziario che qui viene analizzato) è, infatti, veramente originale e, in qualche misura, anche provocatorio – se si considera la visione classica che vuole mercato e Stato essere una diade del tutto auto-definita e conclusa. Infatti Crouch – e qui sta la scissione – introduce un terzo elemento ad integrazione e completamento di questa diade. O, forse, potremmo anche dire: ad estensione della stessa. Egli infatti afferma:

Ci troviamo così oggi a dover spiegare la “strana” morte mancata del neoliberismo. Al cuore dell’enigma c’è il fatto che il neoliberismo realmente esistente, a differenza di quello ideologico puro, non è favorevole come dice di essere alla libertà dei mercati. Esso, al contrario, promuove il predominio delle imprese giganti nell’ambito delle vita pubblica. La contrapposizione tra Stato e mercato, che in molte società sembra essere il tema di fondo del conflitto politico, occulta l’esistenza di questa terza forza, più potente delle altre due e capace di modificarne il funzionamento. Agli inizi del ventunesimo secolo la politica, proseguendo una tendenza iniziata già nel Novecento e accentuata anziché attenuata dalla crisi, non è affatto imperniata sullo scontro tra questi tre soggetti, ma piuttosto su una serie di confortevoli accomodamenti tra di loro.

In sostanza emerge adesso una terza dimensione, un terzo elemento, una terza sfera del rapporto e delle «forze» che regolano e disciplinano alcune delle dinamiche della società. «Di fronte a questi dilemmi la logora contrapposizione tra “Stato e mercato” entra in crisi, poiché dell’equazione fa ora parte una terza entità: l’impresa gigante». Entra in scena così un nuovo attore, qualcosa che – con la sua stessa nascita e manifestazione – è riuscito a cambiare le carte in tavola per quanto riguarda la relazione intrattenuta dal neoliberismo con la crisi. Qualcosa che ha fatto si che la stessa crisi rendesse stabile e apparentemente intoccabile il neoliberismo, quello stesso neoliberismo per il quale «il crollo finanziario che ha coinvolto le maggiori banche del mondo ha messo in dubbio queste idee». Insomma, quello che è avvenuto nel 2008-2009 «non ha minimamente messo in discussione il ruolo dei giganti aziendali, specialmente finanziari, nella società contemporanea, ma piuttosto non ha fatto altro che accrescerne il potere». E’ sorta, dunque, una «terza entità». La scissione dalla sfera del mercato si è consumata e i «giganti» hanno assunto un’identità propria, una propria autonomia e una propria giurisdizione. La situazione che, di partenza, era una partita a due è diventata adesso un incontro a tre. Ma, cosa sono questi «giganti»? Crouch dichiara:

Un forte coinvolgimento delle imprese nel governo e nella politica rappresenta sempre un problema per una economia realmente liberista, ma lo è soprattutto quando si tratta di quelle imprese che chiameremo “giganti”. Definiamo “giganti” quelle imprese che, grazie alla propria posizione di forza sui mercati, 1) sono in grado di influenzare questi ultimi avvalendosi della propria capacità organizzativa per porre in atto strategie di predominio sul mercato, e 2) possono farlo nell’ambito di varie giurisdizioni nazionali.

Si verifica allora che questi giganti «sono ormai talmente potenti da non potersi sottrarre all’attenzione politica, sebbene gli attori politici abbiano scarse possibilità d’intervento nei loro confronti». Ovvero: «Nel momento in cui si fa soggetto politico, l’impresa diventa centro autonomo di azione politica». Cioè: «Nel momento in cui interviene nella politica e nella società, l’impresa esce decisamente dall’ambito dei semplici scambi sul mercato». In sostanza i giganti «in alcuni casi arrivano persino a mettere i governi nazionali in concorrenza tra loro». Questo accade perché essi «non sono più solo centri di pressione potenti, ma partecipano al processo politico dall’interno, con un ruolo importante». «Poiché non esiste un governo globale», dice Crouch, i giganti «possono fissare le regole in modo sostanzialmente libero, per esempio accordandosi fra loro per definire standard o regole commerciali. Poiché è questo oggi il livello economico più dinamico, le regole definite dalle imprese globali influenzano le condizioni nazionali, minando l’autorità dei governi». Si realizza una precisa congiuntura in cui Stato e mercato si coalizzano contro le imprese «giganti». Oppure nella quale le imprese «giganti» e lo Stato si schierano contro il mercato. In ogni caso siamo di fronte al risultato di una scissione (dall’originaria unica sfera del mercato) ed al venire al mondo della inedita dimensione dei «giganti». Questi «giganti» operano adesso in maniera del tutto sganciata dallo Stato e dal mercato e quindi «il conflitto tra “Stato e mercato”, che assorbe tanta della nostra attenzione, è sostanzialmente superato».

L’ultimo passaggio da compiere, a questo punto, è quello più propriamente politico. Crouch afferma che il liberalismo «in Europa, e soprattutto negli Stati ex socialisti, viene associato a partiti politici che sostengono una rigorosa applicazione alla vita economica dei principi di mercato (politicamente associati quasi sempre alla destra) e ampie libertà civili (associate perlopiù alla sinistra)». In questo senso tre sono le domande che dobbiamo porci:

  1. 1. nella condizione appena illustrata di predominio dei «giganti», che cosa rimane della destra? Crouch risponde: «quasi tutto»;
  2. 2. che cosa rimane oggi a sinistra di quanto è di destra? Crouch afferma: «Viste le risposte qui sviluppate, non si prospetta certo un ritorno a un’economia in cui domini lo Stato; ma rimane una prolungata e durevole tensione tra un quadrilatero di forze – Stato, mercato, grande impresa e società civile – di cui una società sana non può fare a meno: se questa tensione è creativa, può stimolare l’innovazione delle imprese e ridurre le disparità di potere; più probabilmente, però, essa resterà oscurata dal predominio della ricchezza delle imprese»;
  3. 3. Come comprendere quali sono i valori giusti dentro una società di questo tipo? Crouch dice: «La risposta è sostanzialmente liberale. Nelle nostre società frammentate sul piano normativo, i valori possono emergere soltanto dalle controversie e dai conflitti. Tuttavia è possibile andar oltre, e sottolineare l’esigenza di valori orientati a finalità collettive e pubbliche».

Il quadro è dunque completo. I «giganti» hanno giocato il loro gioco. La proposta ermeneutica di Crouch può dirsi sensata – e certamente lo è – ma può anche dirsi azzardata. Dipende tutto dall’intendere a dovere quali sono i limiti e quali sono le competenze della sfera della politica nei confronti di quella economica. E soprattutto: quale potere concretamente ha oggi la politica di regolare il libero prodursi del «predominio» dei «giganti» nel cuore stesso di una realtà che dovrebbe (per lo meno, dovrebbe) essere ancora ad altezza d’uomo?



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