Ouverture La Seconda Guerra Mondiale è terminata in Europa il 9 maggio 1945, in una Berlino ridotta a brandelli dalla furia distruttrice degli schieramenti...
Ouverture

La Seconda Guerra Mondiale è terminata in Europa il 9 maggio 1945, in una Berlino ridotta a brandelli dalla furia distruttrice degli schieramenti contrapposti. L’immagine simbolo della bandiera rossa protesa dallo scheletro della Cancelleria riassume in se l’abisso di un conflitto conclusosi nell’unico modo che gli si confacesse; una gigantesca battaglia il cui significato trascende ampiamente l’ambito bellico, ridotto semmai a contingenza strumentale, per assurgere a metafisica resa dei conti fra due ideologie che hanno informato di sé popoli e sistemi economici.

Proprio le due ideologie totalitarie, lungi dall’esser state ricondotte al mero fatto storico, a distanza di 70 anni son tornate ad incrociare le armi sugli stessi campi di battaglia di allora; i popoli dell’est Europa si vanno progressivamente riappropriando dei rispettivi trascorsi ed esperienze belliche, usandoli in chiave contrappositiva come componente qualificante ed irrinunciabile della propria identità etnica.

Esempio paradigmatico della sedimentazione del conflitto è la Lettonia, dove la dualità dei suoi abitanti (Russi e Lettoni) si rispecchia didascalicamente nelle festività laiche celebrate dalle due comunità: i primi festeggiano il Den’ pobedy, Giorno della vittoria la cui ricorrenza è quel fatidico 9 maggio. I secondi, il Leģionāru piemiņas diena, Giorno del legionario consacrato a quanti combatterono nelle fila della Legione Lettone, costituita dalla 15esima e dalla 19esima Waffen-Grenadier-Division der SS. Il giorno prescelto per la commemorazione è il 16 marzo, in onore al primo combattimento congiunto delle due divisioni avvenuto nel 1944 sul fronte orientale, nei pressi del fiume Velikaja contro l’Armata Rossa – unico scontro del conflitto in cui la guida delle operazioni fu ad esclusivo appannaggio di ufficiali lettoni.

Fenomenologia del 16 marzo

Il Giorno del legionario ha radici antiche, essendo nato fra i veterani in esilio dell’associazione combattentistica Daugavas Vanagi (Aquile di Daugava) negli anni ’50. A seguito della riacquisita indipendenza dei Paesi Baltici dalla putrefatta URSS, la giornata acquisì lo status di festa nazionale nel 1998. Per via delle aspre proteste, provenienti in particolar modo della Federazione Russa, la ricorrenza venne derubricata nel 2000, salvo continuare ad esser festeggiata “ufficiosamente” negli anni seguenti. Quest’anno, come da tradizione, il comune di Riga (il cui sindaco Nils Ušakovs è leader del partito della minoranza russa Saskaņas Centrs) aveva vietato raduni e cortei sia alle associazioni favorevoli alla celebrazione della giornata, sia a quelle che avevano intenzione di inscenare manifestazioni di protesta. Puntualmente, come nei quattro anni precedenti, il tribunale amministrativo distrettuale ha annullato il divieto consentendo il regolare svolgimento delle iniziative.

Queste prevedono un servizio in suffragio dei caduti officiato nella mattinata nella Cattedrale di Riga. A seguire, i partecipanti si recano in corteo al maestoso Monumento alla Libertà attraversando il centro cittadino. Colà vengono deposti fiori dagli anziani reduci, in un suggestivo scenario composto da due lunghe file di bandiere lettoni presentate ai combattenti lungo il loro percorso. Il primo ministro Valdis Dombrovskis (espressione di una coalizione tripartitica di centro-destra che ha estromesso il partito di maggioranza relativa Saskaņas Centrs dagli incarichi di governo) ha chiesto ai suoi ministri di non partecipare all’iniziativa, per non esacerbare gli animi. Conseguentemente, alla giornata del legionario sono mancate le più alte cariche politiche, eccezion fatta per i deputati di Nacionālā apvienība “Visu Latvijai!”-“Tēvzemei un Brīvībai/LNNK” (formazione nazionalista con 14 deputati nel parlamento).

La giornata si è svolta senza incidenti di rilievo, con la partecipazione di 1500-2000 persone e lo spiegamento di 1200 agenti. Un centinaio di oppositori ha osservato in silenzio il passaggio del corteo, e tre persone sono state arrestate per l’utilizzo di simbologie naziste e sovietiche. Il ministro degli interni Rihards Kozlovskis ha espresso grande soddisfazione per lo svolgimento pacifico dell’iniziativa. Particolare apprensione destava infatti la prossimità della giornata con l’importante referendum del 18 febbraio, in cui i Lettoni sono stati chiamati alle urne per decidere se concedere o meno al russo lo status di seconda lingua ufficiale della Repubblica. I contrari alla sua introduzione sono stati 822 mila (74,8%), i favorevoli 273 mila (24,9%). 319 mila persone (su un Paese che ne conta poco più di due milioni) non hanno però potuto recarsi alle urne in quanto nepilsoņi (non-cittadini, per la quasi totalità russi). Se per i Lettoni la vittoria ha rappresentato una conferma della propria forza numerica e della validità sociale e politica della tutela costituzionale accordata alla lingua lettone, per i Russi la sconfitta ha avuto un valore didascalico, rafforzando e cementando la propria coesione interna. Per entrambi, la consapevolezza di vivere in un Paese spaccato – consapevolezza rafforzata dalla Giornata del legionario.

Edizioni precedenti

Il fair play non ha sempre regnato indiscusso sulla giornata. Nel 2006 scesero in piazza per protestare contro la parata esponenti dell’ormai disciolto Partito Nazional-Bolscevico, movimento rosso-bruno dalla forte caratterizzazione ideologica. L’NBP russo poteva contare su ramificazioni nei Paesi Baltici tramite le quali son state organizzate iniziative dal grande impatto, come l’azione di protesta portata a termine nel 2000 a Riga. In quel frangente, alcuni attivisti si asserragliarono nella torre della cattedrale cittadina protestando per l’intenzione di aderire alla NATO e richiedendo, manco a dirlo, l’arresto dei veterani che avevano militato nelle SS.

Nel 2008 il Giorno del legionario funse ancora una volta da catalizzatore delle incomprensioni etniche latenti nei Paesi Baltici. Nonostante l’assenza di incidenti di rilievo, la polizia di frontiera lettone dovette impegnarsi per far fronte ai tentativi di infiltrazione di estremisti dai paesi confinanti. In particolare, dall’Estonia si erano mossi esponenti di Nočnoj dozor (Pattuglia notturna), gruppo nato a seguito della decisione presa l’anno precedente dal governo estone di spostare dal centro di Tallinn ad una zona periferica il Bronzovyj soldat (Soldato di bronzo), memoriale sovietico ai caduti nella lotta contro il nazifascismo. I violenti scontri del 26 e 27 aprile 2007 fra forze dell’ordine e Russi di Estonia si chiusero con il bilancio di 1 morto e 153 feriti, riecheggiando poi nell’assedio all’ambasciata estone a Mosca organizzato dai giovani filoputiniani del movimento Naši (Nostri). Tensioni etniche che ciclicamente divampano sconvolgendo il delicato equilibrio fra i popoli Baltici.

Esegesi

“Non vedo ragioni per censurare le attività che si terranno il 16 marzo alla Giornata del legionario, dal momento che le persone che vengono celebrate non erano dei criminali”. Sono bastate queste parole pronunciate dal Presidente della Lettonia Andris Bērziņš, ospite del programma televisivo “900 secondi” in onda sul canale LNT il 28 febbraio, per scatenare una ridda di reazioni di segno uguale e contrario.

Il Presidente del parlamento ebraico europeo Joël Rubinfeld ha assicurato che al presidente lettone verrà celebrato un “processo storico”. Da Riga, il politico ha definito incredibile che un evento come la Giornata del legionario possa svolgersi in una capitale europea. Il MID (Ministero degli Affari Esteri) della Federazione Russa ha qualificato come “blasfeme” le esternazioni di Bērziņš. Commentando la questione, il portavoce Aleksandr Lukaševič ha detto che “i tentativi di giustificare le atrocità commesse dalla Legione Lettone contro i civili delle regioni di Novgorod e Pskov, della Bielorussia e del ghetto di Riga sono immorali, […] e provocano indignazione in Lettonia e all’estero”. Ancora, a parere del funzionario, la celebrazione va ad iscriversi nella cornice di un revanscismo sterile e infruttuoso, che potrebbe pregiudicare le relazioni con la Federazione ed inficiare definitivamente la percezione della Lettonia moderna come Stato democratico.

È interessante a riguardo osservare come numerosi politologi ed analisti abbiano registrato una tendenza costante della Russia ad utilizzare alcune leve nell’ottica di indebolire lo standing internazionale dei Paesi Baltici. Sotto un profilo mediatico, agenzie di stampa, organi governativi e testate giornalistiche russe si richiamano continuamente al “fallimento” dei sistemi democratici dei tre Paesi, incapaci di tutelare le rispettive pluralità etniche e di avviare un serio percorso di crescita economica. Dal punto di vista delle relazioni internazionali propriamente intese, la Russia ha invece tentato di avvalersi della prestigiosa tribuna delle Nazioni Unite per screditare i detti Paesi. Proprio in questo consesso è stata infatti ripetutamente presentata una bozza di risoluzione su “L’inammissibilità di talune pratiche che contribuiscono ad alimentare forme contemporanee di razzismo, di discriminazione razziale, di xenofobia e di intolleranza”, che è stata adottata a più riprese dall’Assemblea Generale dal 2005 al 2008. Nel 2011 l’iter si è riproposto. Il 18 novembre scorso, presso il Terzo Comitato dell’Assemblea, il draft è stato regolarmente licenziato con il supporto di 120 Stati. Tuttavia, 31 Paesi si sono astenuti e 22 – compresi significativamente i Paesi Baltici – hanno votato contro. Lo scopo della risoluzione, dietro l’apparente principio non discriminatorio, è ovviamente proprio quello di mettere in cattiva luce quei Paesi che sembrano deviare dall’ortodossia interpretativa sul conflitto stabilita dai vincitori. Ovviamente Lukaševič non ha mancato di far rilevare nel suo intervento come la Lettonia fosse fra questi Paesi \”apostati\”.

\"IlCiò nonostante, anche il Presidente lettone ha potuto contare su alcune frecce al proprio arco. L’Associazione partigiana nazionale lettone e la Società nazionale lettone dei militari hanno accolto con favore la sua uscita pubblica. In una lettera aperta a Bērziņš, il Presidente dei partigiani nazionali ha rilevato come molti legionari, dopo la guerra, avessero proseguito la lotta contro l’invasore sovietico: “Noi tutti – ex legionari, e partigiani nazionali – possiamo confermare che l\’unico principio ispiratore delle nostre azioni è sempre stato l\’amore disinteressato per la Patria e il nostro sincero desiderio di proteggere la sua libertà e indipendenza”. Sostegno al presidente è provenuto anche dal Ministro degli esteri Edgars Rinkēvičs, che ha definito “chiara ed univoca” la posizione governativa sull’argomento: in Lettonia i crimini di guerra sono condannati in modo bipartisan, sia che siano stati commessi dai nazisti, che dai sovietici. Allo stesso tempo vanno tutelati i diritti costituzionali della cittadinanza, fra i quali figura la libertà di riunione. Limitatamente alla Legione, il Ministro ha sostenuto che coloro i quali si sono macchiati di tali malefatte hanno già pagato il fio, e le colpe non dovrebbero quindi ricadere sui soldati che hanno compiuto onestamente il proprio dovere.

Significato della giornata

Limitare la Giornata del legionario all’aspetto memorialistico d’antan comporterebbe il misconoscimento delle sue pesanti implicazioni geopolitiche e strategiche. Non si spiegherebbe altrimenti la pilatesca postura dell’Unione Europea – da un lato pronta a condannare enfaticamente ogni rigurgito nazista, dall’altro benevola nei confronti di ex SS che sfilano in parata per una delle sue capitali. In una intervista alla Pravda, il Capo del Dipartimento Paesi Baltici dell’Istituto degli Stati della CSI e del Baltico Mihail Aleksandrov ha spiegato l’apparente sdoppiamento di personalità europeo come una manifestazione di politica a lungo termine. Il fine ultimo sarebbe infatti quello di mantenere alla guida degli Stati Baltici delle elite russofobiche, affinché la regione rimanga stabilmente ancorata all’UE (ed alla NATO).

La Giornata del legionario è quindi un grimaldello nei rapporti reciproci fra Russia e Lettonia. Una UE asfittica, la cui forza centripeta appare in contrazione per via delle continue crisi economico-sociali che si abbattano sui suoi popoli, sembra perdere appeal proprio fra le terre di quella new Europe tanto decantata dagli illuminati pensatori liberal eurochic fino a poco tempo fa – e reagisce utilizzando tutti gli strumenti a sua disposizione, incluse le Waffen SS. À la guerre comme à la guerre.

Tuttavia, soffiare sul fuoco delle identità contrapposte può rivelarsi pericoloso. Recenti sondaggi effettuati dalla TNS mostrano come più di un terzo dei lettoni fra 18 e 55 anni supportino la Giornata del legionario e la relativa marcia. In particolare, il 16% ha manifestato un pieno sostegno, mentre un ulteriore 23% condivide in generale l’iniziativa, dato in aumento rispetto agli anni precedenti. Rileva però osservare come esista un 49% della popolazione di Lettonia che non ha condiviso l’organizzazione della giornata. Sono, in buona parte, gli altri. Gli stessi che han perso il referendum sulla lingua e che hanno visto il proprio partito (l’SC) artatamente escluso dalla compagine governativa. Se la Lettonia è a tutti gli effetti una società dicotomica, cementare la coesione dell’UE tramite un meccanismo di divide et impera inferto ai suoi popoli non rispecchierebbe certamente le aspirazioni dei suoi padri fondatori.

Una nota di speranza

È stato ancora Bērziņš, intervistato a Radio 4 a inizio marzo, a tracciare un sentiero dignitoso per uscire dall’empasse politico-strategico in cui è caduta la Lettonia. Secondo il Presidente, i politici non dovrebbero fare un uso strumentale delle giornate del 16 marzo e del 9 maggio per proprio tornaconto. Speculare su complesse vicende storiche per fini elettorali svilisce quanti sono caduti, anche su fronti opposti, convinti di servire al meglio la propria Patria.

Utilizzare l’incentivo etnico per mobilitare la cittadinanza e racimolare un lesto consenso è semplice quanto pericoloso, come mostra eloquentemente l’entropia della l’ex-Jugoslavia. In aggiunta, i rischi di eterodirezione per lo stato lettone sono concreti, e si manifestano anche attraverso cerimonie che hanno ben poco del nostalgico e molto della realpolitik.



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