Pubblichiamo in traduzione italiana, per i lettori del sito di \”Geopolitica\”, l’intervista pubblicata su “Naša Gazeta” il 26 aprile scorso che l’ex presidente della...

Pubblichiamo in traduzione italiana, per i lettori del sito di \”Geopolitica\”, l’intervista pubblicata su “Naša Gazeta” il 26 aprile scorso che l’ex presidente della Repubblica del Kirghizistan Askar Akaev ha concesso alla giornalista Elena Buldakova. Matematico di professione, oggi docente nella più nota università moscovita, l’ex Presidente discute degli avvenimenti che hanno sconvolto il Suo paese nel 2005, cioè della cosiddetta “rivoluzione dei tulipani” che condusse al suo rovesciamento. Pur senza entrare nel merito dei fatti, nella consapevolezza di esserne parte in causa, Akaev osserva come gli eventi successivi alla sua caduta abbiano inasprito le tensioni interne al Paese, confermando così l’ipotesi di un’indebita ingerenza esterna per provocare il suo allontanamento e destabilizzare la piccola repubblica centroasiatica. Nella ferma opposizione al principio secondo cui esisterebbe un percorso universale verso cui indirizzare forzatamente tutti i popoli del mondo, vengono così rivendicate ad un tempo l’identità eurasiatica del Kirghizistan e la necessità di tener conto delle caratteristiche proprie ad ogni civiltà nella ricerca di una buona forma di governo e di convivenza civile.

 
Askar Akaevič, sono trascorsi ormai 7 anni da quei momenti cruciali nella vita del Kirghizistan, dei quali sino ad ora non si è riusciti a dare un giudizio unanime. Alcuni politologi hanno definito gli avvenimenti del 24 marzo 2005 un “colpo di Stato”, mentre altri vi hanno visto una “rivoluzione popolare”. Potendo tornare indietro, crede che sarebbe stato possibile indirizzare il corso degli eventi in un’altra direzione?

Lei mi riporta alla memoria un periodo che ha lasciato profonde cicatrici nel mio animo. Ancora oggi non mi riesce di guardare con distacco alle impressioni di allora. Spero che possa capirmi. Proseguono tuttora accanite discussioni sugli avvenimenti occorsi il 24 marzo 2005 in Kirghizistan. Colpo di Stato o rivoluzione popolare? Nel corso di questa intervista preferirei non entrare nei dettagli di tale questione, ma la maggior parte degli analisti indipendenti riconosce in quei fatti proprio un colpo di Stato. Non si trattava dei cambiamenti sociali che vengono associati alla rivoluzione. Lo scopo degli organizzatori del putsch era soltanto la presa del potere e l’estromissione della classe dirigente del Paese. Sul piano socioeconomico e nella politica interna è sopravvenuto il caos. Col tempo è divenuto chiaro che tale avventura costituiva una grande disgrazia per il Paese e per la nazione kirghisa. Il malcontento popolare è cresciuto a livelli altissimi. Nella primavera del 2010, in Kirghizistan è scoppiata un’insurrezione popolare che ha abbattuto il regime di Bakiev. Si sono susseguite ininterrottamente manifestazioni di massa contro il potere e la situazione si è trovata di nuovo sul punto di esplodere. Una repubblica che era tutto sommato stabile e in buone condizioni sul piano socioeconomico, dinamicamente volta allo sviluppo della democrazia, si è così trasformata in un calderone in ebollizione. Sarebbe stato possibile, mi chiede Lei, orientare il corso degli avvenimenti del 2005 in un’altra direzione? Sì, sarebbe stato possibile. Ma a quale prezzo? Gli organizzatori del colpo di Stato erano riusciti a condurre nella piazza centrale della capitale migliaia di uomini esaltati sotto l’effetto della droga e della vodka, pronti ad affrontare anche le più dure azioni repressive. Se avessi voluto rimanere al potere ad ogni costo, la mia risposta avrebbe potuto essere soltanto una: l’invio di truppe armate e degli apparati di sicurezza. Inevitabilmente vi sarebbero state vittime. Motivato da convinzioni umanistiche e democratiche, come Presidente mi sono rifiutato di usare la forza contro il mio stesso popolo e di provocare uno spargimento di sangue fra i miei connazionali. Il mio ultimo ordine come presidente è stato: “Non sparate!”. Ho preferito abbandonare il Paese per non avere sulla coscienza per il resto della vita il disonore di una repressione cruenta. E non rimpiango la mia scelta.

\"IlIn una delle sue interviste Lei ha dichiarato che sotto la Sua presidenza il Kirghizistan era una “piccola isola di democrazia” in Asia Centrale, ma che i germogli di democrazia sono stati calpestati dagli Statunitensi. Che cosa significa nella Sua visione la democrazia?

Furono all’epoca le organizzazioni internazionali e i gruppi europei di difesa dei diritti umani che riconobbero il Kirghizistan come “piccola isola di democrazia in Asia Centrale”. I nostri “germogli di democrazia”, nati in condizioni difficili e cresciuti grazie agli enormi sforzi della popolazione, sono stati davvero calpestati. Non pochi sono stati coloro i quali hanno provato piacere nel calpestarli, e gli Statunitensi, per esprimersi con un eufemismo, ci hanno tenuto a non rimanere indietro rispetto agli altri. Non era gradito a Washington uno sviluppo di processi democratici nella nostra Repubblica che avvenisse non secondo le direttive americane, bensì tenendo in considerazione la nostra concreta condizione e le nostre specificità. La Repubblica centroasiatica che ho iniziato a governare nel 1990 era destinata a passare attraverso tutte le fasi di crescita dei “germogli di democrazia”. Anzi proprio gli avvenimenti degli anni Novanta possono essere considerati un’autentica rivoluzione democratica, perché allora vi fu una rottura radicale con il sistema autoritario sovietico. I sostenitori della democrazia erano dapprincipio in minoranza ed erano rappresentati soprattutto da giovani. E non si lavorava certo in un raffinato contesto di pace e tranquillità. I simpatizzanti del passato comunista potevano trascinare il Paese in un pantano, mentre stavano crescendo forze che spingevano verso un altro passato feudale o clericale. I primi fragili germogli di democrazia andavano custoditi e alimentati affinché acquisissero vigore. Si trattava di coinvolgere i partiti politici, i movimenti civili, le associazioni non governative, gli organi di governo locali, le assemblee popolari etc. Come Presidente, insieme ai miei collaboratori, ho approfonditamente studiato l’esperienza dello sviluppo democratico in America e nei Paesi europei. Se avessimo pedissequamente seguito tali esperienze avremmo semplicemente fatto astrazione della realtà. Da allora sono giunto alla conclusione che ho avuto modo di esprimere in diversi miei libri. Non esiste né può esistere un unico modello di democrazia, che sia ugualmente attuabile in tutte le epoche, in tutti i Paesi e presso tutti i popoli. Ogni popolo definisce il proprio specifico percorso verso la democrazia. L’obiettivo è lo stesso – il potere al popolo – ma le strade per raggiungerlo sono molteplici. Il livellamento di esperienze diverse può comportare danni di non poco conto per il processo democratico. Per quanto gli Europei vogliano dimenticarlo, anche il loro percorso verso la democrazia è passato attraverso il terrore giacobino, le ghigliottine, le guerre di distruzione e molto altro ancora… Sulla base dei miei convincimenti più profondi mi sento un democratico e per la promozione degli ideali democratici nel mio Paese ho fatto ciò che ho potuto. Quello che sta accadendo oggi mi turba profondamente. Sono però sicuro che le basi del sistema democratico che erano state gettate durante la mia presidenza possano risorgere e dare i frutti sperati.

Negli ultimi anni stiamo assistendo in tutto il mondo ad un profondo cambiamento nell’atteggiamento verso il potere in quanto tale. Nella maggior parte dei Paesi le persone esprimono la propria insoddisfazione verso i rappresentanti del potere e auspicano apertamente cambiamenti nel sistema di amministrazione della cosa pubblica. Secondo Lei è davvero maturata la necessità di avviare cambiamenti nei rapporti fra società e potere politico

Nella sua storia plurisecolare il mondo ha attraversato fasi diverse. Nel XX secolo il modo di relazionarsi verso il potere, per le sue conseguenze nefaste, ha di gran lunga oltrepassato quello che osserviamo oggi. Si prendano ad esempio gli avvenimenti del 1917. Per essi si dovettero pagare molti milioni di vittime. Nella situazione odierna è estremamente importante che il desiderio delle persone di cambiare la propria vita ed il sistema di amministrazione della cosa pubblica non arrivi sino alla contrapposizione violenta al potere vigente o a quei gruppi che si accaniscono nel mantenimento dello status quo. Non ci può essere alcuna pietà per gli estremisti che spingono le masse verso eccessi violenti. Io non sono certo belluino, ma un atteggiamento di compiacenza verso il crimine rischia di far degenerare le situazioni provocando tante vittime. La vita, ovviamente, non è qualcosa di stabile. Ha bisogno di cambiamenti. Ma di cambiamenti che avvengano in modo civile, senza vittime e senza sconvolgimenti distruttivi. A suo tempo il motto dei bolscevichi era: “Del passato facciam tabula rasa”. Ed è noto a tutti a cosa ciò abbia condotto.

A Suo giudizio, qual è il posto e il ruolo dell’uomo nella sfera della politica?

In filosofia esiste il concetto della personalità nella storia. Nelle mie ricerche storiche ho avuto modo di studiare i lontani secoli della storia eurasiatica. Ed ogni volta mi sono persuaso di quale enorme ruolo abbiano giocato le personalità dei ribelli, dei capi, di coloro che la vita ha spinto sino al vertice degli Stati. Lev Gumilëv, il grande studioso e pensatore russo – di cui la comunità internazionale festeggerà il centenario della nascita il 1 ottobre 2012 – ha introdotto il concetto scientifico della passionarietà. Esso si riferisce all’incontenibile sforzo di alcuni uomini, dotati di un intelletto non comune e di una volontà inarrestabile, verso la radicale riorganizzazione della vita e verso la comprensione del mondo. È bene che tali uomini vengano alla luce in tutti i Paesi del mondo: in caso contrario, il mondo decadrebbe.

Che cosa aspetta il Kirghizistan sul piano economico e politico nel futuro prossimo?

Credo che nel futuro prossimo il Kirghizistan non riuscirà a risollevarsi dal periodo di sconvolgimenti che si sono abbattuti sul Paese a partire dal 2005. La nuova Costituzione ed il sistema parlamentare su di essa fondato non sono ancora riusciti a permeare il tessuto della vita politica e sociale del Paese (e potranno mai riuscirvi?). Mi preoccupa inoltre l’indeterminatezza degli orientamenti di politica estera da parte dei vertici della Repubblica. Le continue oscillazioni di Biškek tra Mosca e Washington per ottenere vantaggi occasionali provocano confusione tanto nella vita politica interna quanto all’estero. Il Kirghizistan è un Paese eurasiatico. Il destino ci ha legato a vivere per sempre in un territorio comune insieme alla Russia. Per l’Occidente eravamo, siamo e resteremo invece degli estranei. Tutto il resto, come si suol dire, viene dal maligno. Ma in un giudizio sul Kirghizistan sul lungo periodo mi sento ottimista. Nei secoli il nostro popolo ha manifestato una grande capacità di resistere alle avversità. E ce la faremo anche questa volta.

Sta programmando di riprendere l’attività politica? E se sì, con quali funzioni?

Dal 2005 sono definitivamente tornato all’attività scientifica. Eletto all’Accademia russa delle Scienze, sono adesso professore all’Università Statale di Mosca “M. V. Lomonosov”. Mi sono occupato dell’applicazione di metodi matematici alle complesse questioni dell’economia mondiale, ed insieme a colleghi di Mosca e Pietroburgo che condividono il mio approccio ho costituito una mia scuola di pensiero, pubblicando diverse corpose monografie che sono state accolte nella comunità scientifica internazionale. In breve, alla fine sono ritornato nel mio ambiente naturale e in esso mi sento come meglio non potrei. Di un ritorno sulla scena politica non se parla. Purtroppo, sembra che nella mia Repubblica d’origine temano ancora mie possibili ambizioni politiche. E in effetti mi sono rimasti molti sostenitori. Di conseguenza i nuovi poteri mi impediscono praticamente di fare ritorno in Patria e hanno anche confiscato la mia modesta abitazione a Biškek, costruita con mezzi personali. Nel mio Paese natio oggi non avrei neanche un posto dove vivere o lavorare. Soltanto i rapporti cordiali con la Federazione Russa consentono a me e alla mia famiglia di vivere a Mosca in condizioni dignitose un’esistenza piena.

(Traduzione dal russo di Dario Citati)



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