\”Vent\’anni di Russia\”, primo numero di \”Geopolitica\”, è stato presentato sul sito d\’informazione \”Megachip\” con un\’intervista di Sabrina Scanti al condirettore Daniele Scalea, che...

\”Vent\’anni di Russia\”, primo numero di \”Geopolitica\”, è stato presentato sul sito d\’informazione \”Megachip\” con un\’intervista di Sabrina Scanti al condirettore Daniele Scalea, che riproduciamo di seguito. La fonte originale è raggiungibile cliccando qui.

 
È uscita “Geopolitica”, una nuova rivista che ha già nel titolo il proprio programma editoriale. Come affrontate ciò che si presenta- sotto molti aspetti – come un\’autentica sfida? Da cosa vi sentite animati e perché?

Quella di una rivista scientifica (per giunta d\’una disciplina così negletta accademicamente com\’è la geopolitica) che nasce senza una solida base d\’appoggio né editoriale né universitaria né istituzionale è senza dubbio una bella sfida, ma non è nuova per noi. Io e Tiberio Graziani, che abbiamo fondato Geopolitica, veniamo da un\’esperienza settennale con un esperimento editoriale analogo. Il fatto stesso che dopo sette anni fosse ancora in vita è indice del successo ottenuto. Ma ora vogliamo fare di più.
Vogliamo fare di più come qualità della rivista, ma anche incidere maggiormente sulla realtà dei fatti, riuscire ad affermare la nostra visione tra i cittadini, gli studiosi e gli addetti ai lavori.
Il fatto che riusciamo ad organizzare conferenze anche in sedi istituzionali (l\’ultima in quella della Rappresentanza in Italia della Commissione Europea) e con la presenza di diplomatici, politici, funzionari civili, militari, imprenditori, accademici – oltre ovviamente ai semplici appassionati e cultori – ci rinfranca, facendoci percepire che siamo sulla buona strada per conseguire l\’obiettivo.

Il primo numero è intitolato “Vent’anni di Russia”. Una scelta di certo non casuale…

Innanzi tutto una scelta doverosa, visto quest\’importante anniversario. Ma è vero che con la realtà russa abbiamo un\’intesa particolare – basta scorrere il nostro corposo Comitato Scientifico. La Russia è una delle grandi potenze mondiali, assieme a USA, Cina, India e Brasile (non tutti sullo stesso piano, sia chiaro). E di questi cinque paesi è il più vicino a noi geograficamente, e tra i più vicini culturalmente. L\’opportunità di un legame strategico tra l\’Europa – e l\’Italia in particolare – e la Russia è una delle nostre proposte più importanti.

In questo numero vi affidate ai contributi di numerosi giovani ricercatori – mi pare un indirizzo strutturale della vostra pubblicazione – e di rappresentanti di primo piano del mondo intellettuale, accademico, e politico russo. Mi piace sottolineare anche una intervista a Sergio Romano, editorialista di punta del “Corriere della Sera” nonché per anni ambasciatore italiano a Mosca. Cosa ci può dire di tutte queste collaborazioni?

L\’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG), la realtà che sta dietro a Geopolitica (e senza la quale Geopolitica non esisterebbe) è un\’associazione di studiosi che operano prima di tutto per passione. La passione non sempre, ma spesso, è giovanile, ed infatti posso affermare senza tema di smentita che il nostro è il think tank con la più bassa età media d\’Italia (e non solo). Questo per noi è un valore aggiunto. Forse manchiamo d\’esperienza (anche se, com\’è facile immaginare, tutti noi siamo accomunati da un interesse e conseguente studio molto precoce degli affari internazionali), ma in più abbiamo l\’entusiasmo e la libertà da certi vincoli mentali che l\’abitudine e l\’inserimento in un sistema “ufficiale” omologante possono provocare. Non abbiamo paura di andare controcorrente con le nostre analisi e proposte.
Ciò detto, Vent\’anni di Russia vede una gran quantità di contributi esterni, e di diverso genere. In effetti, abbiamo scelto di fare una rivista ibrida, come ibrido è il carattere della geopolitica. Una dimensione scientifica, garantita da un Comitato denso ed autorevole e dalla peer review, ed una pratica, con contributi e commentari degli “addetti ai lavori”. Abbiamo così contributi di autorevoli studiosi italiani (Fabrizio Vielmini, Marilisa Lorusso, Sergio Romano, Stefano Grazioli ecc.) e stranieri (Vagif Gusejnov, Marcelo Gullo, Alexandre Latsa, Mahdi Darius Nazemroaya e così via) e di personalità di rilievo tra cui spiccano senz\’altro il vice-ministro degli Affari Esteri della Federazione Russa Aleksandr Grushko, l\’ambasciatore del Kazakistan in Italia Almaz Khamzayev e il direttore della rivista del Ministero degli Esteri russo Armen Oganesjan.

\"Vent\'anniVeniamo ai contenuti di questo primo numero. Per il futuro, ci sono più possibilità di vedere una Russia posta in un alveo occidentale o eurasiatico? Quali sono le forze che spingono verso queste due, divergenti, direzioni? E può esistere una terza via?

La Russia è la terza via. La Russia è un paese europeo ed eurasiatico. E\’ europeo perché figlio della civiltà greco-slava-bizantina, che successivamente ha subito un forte influsso tedesco (basta notare quanto siano diffusi i cognomi tedeschi nel ceto dirigente russo, da secoli): sostanzialmente compendia tutte le componenti dell\’Europa. Ma è eurasiatico perché, nella sua posizione a cavallo tra l\’Europa e l\’Asia, ha fuso in una maniera originale tutte queste influenze, aggiungendovi quelle provenienti da est – la mongola – o andandosele a “prendere”, incorporandole nel proprio territorio (Islam continentale).
La Russia è così rimasta storicamente in bilico tra l\’Europa e l\’Eurasia, ed oggi che l\’Europa è sbilanciata verso l\’oceano, è normale che Mosca tenda a consolidare la sua identità eurasiatica, magari anche controvoglia, ma per necessità, perché rifiutata dall\’Europa. Bisognerebbe aver chiaro che l\’attuale dirigenza russa – Putin, Medvedev, i vari pietroburghesi e non solo – sono degli “occidentalisti”, la cui mira strategica principale sarebbe quella d\’instaurare una solida intesa con l\’Europa, fors\’anche un\’integrazione. Ma senza gli USA. Finché l\’Europa non è disposta o capace di affrancarsi dalla tutela di Washington, il legame con Mosca rimarrà un\’incompiuta. E al Cremlino si guarderà con ancora più attenzione alla Cina, e non solo.

In questo senso, qual è, o quale potrebbe essere, il ruolo dell’Italia?

L\’Italia è forse il miglior amico della Russia nell\’Unione Europea, e dunque ha avuto e può avere un ruolo nel moderare la russofobia che spesso emerge a Bruxelles. Ora che il castello dell\’integrazione europea sembra scosso alle fondamenta, non bisogna aver timore anche di pensare in termini di relazioni bilaterali tra Stati. A maggior ragione se l\’Europa crollasse, l\’Italia dovrà guardarsi attorno per nuovi punti di riferimento. Il rapporto con la Russia può essere un utile antidoto alla tentazione di gettarsi tra le braccia – anzi, ai piedi – degli USA.

Vladimir Putin, uno statista controverso. Qual è il suo giudizio su di lui?

Putin ha preso in mano la Russia dopo un default finanziario e quasi un decennio di disastrose “terapie d\’urto” economiche di tenore neoliberale, che hanno impoverito la popolazione, lacerato il tessuto produttivo e concorso alla degenerazione morale ed al disfacimento sociale favoriti dal venir meno di un\’idea guida, che fino a pochi anni prima era stata il marxismo-leninismo. Mosca aveva perduto pezzi enormi dell\’impero ereditato dagli zar, e stava sfaldandosi al suo interno, con l\’indipendenza de facto della Cecenia e le spinte centrifughe provenienti da varie zone della Federazione.
In quindici anni di governo Putin la Russia ha conosciuto una rapida ripresa economica, la società ha cominciato a ricomporsi, il disfacimento territoriale è stato arrestato, il processo di reintegrazione post-sovietica si è avviato, Mosca è tornata ad essere protagonista della diplomazia mondiale. Certo non mancano i problemi residui, come la corruzione, l\’obsolescenza degli armamenti, l\’alcolismo dilagante e così via. Ma ricordando che cosa aveva preso in mano Putin, e che cosa restituirebbe oggi se per ipotesi lasciasse il potere, è difficile non riconoscere i suoi meriti. E forse, tutti questi successi non li avrebbe ottenuti se fosse stato più “democratico”, come avrebbero voluto molti suoi critici, soprattutto occidentali. La storia insegna che gli Stati da costruire o ricostruire, gli Stati con spinte centrifughe, gli Stati colossali richiedono governi forti. E la Russia di Putin ricadeva e ricade in tutte quelle tipologie.



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