Quella di giovedì potrebbe essere per gli egiziani tutti una giornata campale: si attende il responso della Suprema Corte Costituzionale circa la costituzionalità di...

Quella di giovedì potrebbe essere per gli egiziani tutti una giornata campale: si attende il responso della Suprema Corte Costituzionale circa la costituzionalità di una legge che proibisce la candidatura a quanti hanno occupato posizioni di rilievo nel governo Mubarak dall’inizio del nuovo millennio.

Ma procediamo con ordine. Il 23 ed il 24 maggio del mese scorso si sono tenute in Egitto le elezioni per dare al Paese un nuovo presidente dopo la caduta dell’ultimo dei faraoni, Hosni Mubarak. Sono state le seconde elezioni presidenziali nella storia dell’Egitto con più di un candidato – dopo quelle del 2005 – e le prime dell’era post Mubarak. Le urne hanno decretato che per Mohamed Morsy, il candidato del partito Libertà e Giustizia, e Ahmed Shafiq, che occupava la sedia da Primo Ministro durante la passata legislatura, l’avventura elettorale deve continuare (forse).

Candidati

Partiti

Primo turno

Voti

%

Mohamed Morsy

Libertà e Giustizia

5,505,327

24.78

Ahmed Shafiq

Indipendente

5,764,952

23.66

Hamden Sabahi

Partito della Dignità

4,820,273

20.72

Abdel Moneim Aboul Fotouh

Indipendente

4,065,239

17.47

Amr Moussa

Indipendente

2,588,850

11.13

Mohammed Salim al-Awa

Indipendente

235,374

1.01

Khaled Ali

Indipendente

134,056

0.58

Abu al-Izz al-Hariri Partito dell’Alleanza Socialista Popolare

40,090

0.17

Hisham Bastawisy Partito Nazionale Unionista Progressista

29,189

0.13

Mahmoud Houssam

Indipendente

23,992

0.10

Mohammad Fawzi Issa Partito della Generazione Democratica

23,889

0.10

Houssam Khairallah Partito Democratico per la Pace

22,036

0.09

Abdulla Alashaal

Partito dell’Autenticità

12,249

0.05

Voti Totali validi

23,265,516

98.28

Voti non validi

406,720

1.72

Affluenza

23,672,236

46.42

Astensioni

27,324,510

53.58

 

 

Ahmad Shafiq

Dopo una carriera nelle forze aeree egiziane che l’ha portato al comando dell\’Aeronautica dal 1996 al 2002, è stato scelto dall’ex Presidente Mubarak come Ministro dell’Aviazione Civile, carica che ha ricoperto fino al 2011. A gennaio di quello stesso anno e per soli 33 giorni ha invece ricoperto la carica di Primo Ministro, mossa questa fatta dall’ex Premier con la speranza di tacitare le voci di piazza Tahrir. Anche se in modo marginale, il periodo in cui è stato al potere al fianco dell’ex rais lo ha reso ‘uno della vecchia guardia’, fonte di polemiche per l’imminente ballottaggio. La sua campagna elettorale si è svolta all’insegna delle parole ‘ordine pubblico e sicurezza’, che richiamano molto da vicino l’aria che si respira nel Consiglio Superiore delle Forze Armate, attualmente al potere ad interim, facendo sorgere sospetti, non certo peregrini, circa la sua vicinanza all’esercito. Questa illazione, benché tale, rimanda il pensiero ad altre accuse che gli vengono rivolte e che per il momento rimangono non provate, su cui al-Arabiyya riferisce: pare che un ufficiale di polizia abbia denunciato l’assegnazione di 900 mila voti inesistenti al candidato in questione. Questo sospetto ha portato il ‘terzo classificato’ Hamdin Sabahi a chiedere la sospensione delle elezioni finché chiarezza non sarà stata fatta, richiesta per altro già avanzata a proposito della ipotetica impresentabilità di Shafiq ai sensi della nuova legge.

Muhammad Mursy e i suoi Fratelli (Musulmani)

È l’esponente più in vista del partito Libertà e Giustizia, fondato dai Fratelli Musulmani a seguito della rivolta egiziana dello scorso anno. Al momento, Libertà e Giustizia figura come il partito che gode della più larga maggioranza nel Paese, avendo tra l’altro conquistato quasi la metà dei seggi alle elezioni parlamentari all’inizio di quest’anno (circa il 47%).

Nonostante la sua campagna elettorale sia stata condotta inequivocabilmente nel segno dell’Islam, ha sempre cercato appoggio anche tra le fasce più liberali e le minoranze della popolazione, volendo alludere ad una maggiore democraticità del proprio schieramento, che ben si contrapponeva all’immagine fornita dal candidato d’opposizione – quella della continuità con il passato. Detto en passant, il fragoroso successo dei Fratelli Musulmani è attribuito dai più alla loro ormai consolidata rete di servizi intessuta al livello sociale, che supplisce lo Stato laddove esso palesa la sua insufficienza, senza dimenticare anche l’aspetto di riforma religiosa che propongono insieme alla denuncia dell’oppressione subita da parte dei governi1.

I Fratelli Musulmani ci offrono lo spunto per occuparci dell’Assemblea Costituente. È soltanto di pochi giorni la notizia che le diverse fazioni politiche sono riuscite ad accordarsi circa la nuova composizione dell’Assemblea Costituente, che avrà l’onere di redigere la nuova Costituzione egiziana. Secondo i termini dell’accordo, dei 100 totali 39 saranno i posti assegnati ai membri del Parlamento, da ripartire rispettando i rapporti di forza politici al suo interno; per questo, al Partito di Libertà e Giustizia, che controlla quasi la metà del Parlamento, verranno riservati 16 posti, al partito salafita 7 e così via. Altri blocchi di poltrone verranno affidate ad esperti costituzionalisti, a rappresentanti delle istituzioni musulmane e cristiane, ai lavoratori e ad altri gruppi ancora; i militari avranno diritto soltanto a un rappresentante secondo le fonti locali di informazione.

Si tratta di una questione importante ‘semplicemente’ perché non è la prima volta che si impone all’attenzione degli osservatori internazionali. A marzo il Parlamento aveva già disegnato l’assemblea che doveva redigere la Carta Costituzionale dell’Egitto, ma il mese successivo è stata sospesa da un ordine della Corte con la motivazione che non era rappresentativa della società egiziana, il tutto in seguito all’abbandono dei lavori da parte della forze più liberali e laiche. Il casus belli era stato il tentativo da parte delle forze religiose, Fratelli Musulmani e salafiti, di appropriarsi di un numero (abbondantemente) maggiore di posti rispetto a quelli cui avevano legalmente diritto. Per questo adesso le forze politiche liberali e laiche vorranno assicurarsi che i partiti religiosi non tenteranno nuovamente di imporsi all’interno di un meccanismo così delicato. Quella dell’Assemblea Costituente ha dato prova di essere una vera e propria arena in cui si svolge la battaglia tra le diverse fazioni politiche per chi debba avere la maggiore influenza sul processo e dunque una traccia più profonda e visibile sulla Costituzione, cioè forgiare l’Egitto del futuro.

La legge sulla corruzione della politica

Questi i risultati della prima tornata elettorale; al ballottaggio dunque si scontreranno Shafiq e Morsy. C’è però un tassello da aggiungere al quadro che si va delineando. Il 12 aprile il Parlamento ha votato una legge che proibisce a quanti hanno occupato cariche istituzionali di rilievo nello scorso decennio (2001-2011) di concorrere per le nuove elezioni. Questa legge si applicherebbe, comportandone l’esclusione, a personaggi come Omar Sulaiman (ex vice-presidente nonché capo dell’intelligence) e Ahmed Shafiq (Primo Ministro sotto il governo Mubarak), ma non, ad esempio, all’ex ministro degli Esteri Amr Moussa, che divenne segretario della Lega Araba nel 2001. Appena 11 giorni dopo, il 23 aprile, il Consiglio Supremo delle Forze Armate egiziano ha ratificato la legge sulla Corruzione della Vita Politica – cioè quella votata dal Parlamento – prevedendo che al Presidente, al Primo Ministro, al Vice Presidente, e a chiunque altro avesse occupato posti di rilievo nel Partito Nazionale Democratico sarebbe stata interdetta l’attività politica per i successivi dieci anni. Dunque, la candidatura di Shafiq, proveniente dalle fila di PDN, è stata rifiutata. Il conseguente ricorso di Shafiq, presentato alla Commissione Suprema per le elezioni presidenziali, faceva leva sul fatto che dalla sua applicazione esulava il caso di Amr Moussa. Essendo stato accolto il ricorso, Shafiq ha potuto continuare la sua corsa elettorale, mentre la legge è stata sottoposta alla Suprema Corte Costituzionale, che sarà chiamata ad esprimersi in merito nella giornata di giovedì appunto, o comunque necessariamente prima della tornata alle urne. Queste vicissitudini, si legge sulla stampa locale, hanno portato in piazza il Fronte Giovanile Democratico del 6 Aprile insieme con una serie di altri movimenti, tra cui la gioventù del partito dei Fratelli Musulmani, Libertà e Giustizia, per chiedere l’applicazione della legge.

I copti e la scelta

Gli egiziani copti sono una fetta di elettorato considerevole, in grado di fare la differenza nell’assegnazione della carica presidenziale; al primo turno hanno votato in 2,5-3 milioni circa (in linea cioè con l’andamento nazionale, che ha visto un’affluenza degli aventi diritto del 50% circa) e si stima che ne andranno alle urne per il ballottaggio almeno il 50-60%.

La presa di posizione politica da parte di questa numerosa comunità è quanto mai difficile: da un lato sono chiamati a fare i conti con il passato in quanto cittadini egiziani, dall’altro sono chiamati a votare in quanto cristiani. Se al primo turno il loro voto può essere stato diviso (è stato stimato che al primo turno il 40 – 50% dei voti sia andato a Shafiq, il 30% a Sabahi), al secondo c’è forte sospetto che il timore di essere trattati come una minoranza e come tale essere prevaricati da un governo islamista avrà la meglio, e Shafiq ne beneficerà. Anche il discorso di Morsy a spoglio finito non ha svolto appieno la funzione rassicurante che avrebbe potuto e dovuto avere – ai fini dell’iniezione di sostegno da parte di questa porzione di società egiziana: ha promesso che la sua istituzione presidenziale avrebbe incluso donne, giovani, copti, senza tuttavia specificare con che mansioni ed a che livelli. La diffidenza dunque non è stata ancora sciolta.

Oltre a questi problemi di natura identitaria, secondo i copti – siano essi giovani, uomini d’affari o casalinghe – Shafiq è l’uomo che ha le risposte che l’Egitto necessita sul piano economico. In base alla sua passata attività all’interno del governo Mubarak, molti sono convinti che sia in grado di ricreare l’environnement adatto a favorire gli investimenti e di riportare all’Egitto stabilità e prosperità, anche grazie al suo passato nei ranghi dell’Esercito. Al contrario, Mursy faticherebbe senz’altro ad imporsi alle Forze Armate, che dal canto loro sarebbero riluttanti a collaborare con un islamista. Alla luce di queste considerazioni, non sembrerebbe troppo aleatorio ipotizzare che gli egiziani copti alla fine accorderanno la propria preferenza al ‘uomo del passato’.

Ci si aspetta che Shafiq venga sostenuto anche dalle forze militari: hanno governato più o meno direttamente per circa 60 anni ma evidentemente non sono stati sufficienti per attuare il proprio progetto per l’Egitto e, alla luce di quanto detto fino ad ora, Shafiq rappresenterebbe il giusto personaggio per cambiare tutto affinché nulla cambi. Anche se i sospetti in tal senso possono essere più o meno fondati, c’è chi tra i suoi sostenitori afferma che non si può fare di tutta l\’erba un fascio.

L’ex Primo Ministro può contare naturalmente anche sull’appoggio dei nostalgici della stabilità (intesa come assenza di guerre e tensioni sociali) che l’Egitto ha conosciuto sotto l’era Mubarak. Da gennaio dello scorso anno le strade cairote hanno visto dimostrazioni, scontri, morti, feriti e sangue che più di qualcuno imputa alla rivolta anziché identificarli come il malessere dovuto al frutto avvelenato di decenni di regime Mubarak in cui, accanto all’ordine sociale, l’Egitto ha quasi vissuto il collasso economico, con un costante aumento della povertà, della disoccupazione, della corruzione e della repressione indiscriminata.

Le ombre che aleggiano sul candidato indipendente sono piuttosto scure, al punto da far preferire l’astensione alle prime elezioni libere dopo diversi anni: se la scelta deve essere compiuta tra due opzioni non gradite, si può sempre ricorrere alla terza, la non scelta. E quello dell’astensionismo è un dato che riguarda gli egiziani tutti, soprattutto quelli che considererebbero un tradimento nei confronti della rivoluzione e dei suoi morti votare per un candidato che proviene direttamente dal mondo contro cui hanno lottato, e l’altro che fa sospettare con le sue manovre politiche di non appartenere ad un movimento campione di democrazia – le dinamiche dell’Assemblea Costituente ne sono un esempio.

In questo panorama, la domanda resta la stessa: al-ṯawrah mustamirrah (la rivoluzione continua)?

NOTE:

Paola Saliola è ricercatrice associata dell'IsAG.

1. Eppure, tra gli esperti c’è chi condivide le tesi di Khaled Elgindy: il fatto stesso di essere entrati in politica dalla porta principale ha provocato una diminuzione nel consenso popolare accordato ai Fratelli Musulmani. La prima significativa rottura con la base popoalre, sostiene Elgindy, del Centro Saban sulla Politica del Medio Oriente al Brooking Institute, è avvenuta già quando i Fratelli hanno appoggiato la decisione del consiglio militare di procedere con le elezioni prima che una nuova costituzione fosse stata redatta, ovviamente sperando di cogliere impreparati gli altri partiti. Ancora più rilevante: anche se non è stata provata una vera e propria alleanza tra il consiglio militare e i Fratelli Musulmani, importanti indizi che guidano in tal senso possono essere individuati nell’affidarsi a uomini dei Fratelli Musulmani per la neutralizzazione delle proteste di strada.


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