Un insieme di elementi vitali dell’economia statunitense – occupazione, industria domestica, consumi, salari e il debito pubblico in costante aumento – sono stati duramente...

Un insieme di elementi vitali dell’economia statunitense – occupazione, industria domestica, consumi, salari e il debito pubblico in costante aumento – sono stati duramente colpiti dalla più grave crisi finanziaria. Oggi più che mai ci si chiede cosa non ha funzionato nel primato statunitense. Nonostante un passato di modesti surplus commerciali iniziato negli anni ’70 – periodo in cui la globalizzazione fece il suo ingresso nell’economia – la crisi dei mutui subprime ha rimesso in discussione il simbolo “too big too fail”.

 
I dati statistici mostrano una superpotenza politica ed economica dipendente dagli eventi esteri e da futuri risvolti strategici, ma ciò non toglie il fatto che gli Stati Uniti possiedono ancora la più grande economia mondiale, le più celebri università e sono la patria delle più importanti compagnie internazionali in posizioni di leadership consolidate. La perfetta combinazione tra forte capacità imprenditoriale e leadership innovativa ha permesso agli Stati Uniti di guidare la rivoluzione tecnologica. Colossi come Facebook, Apple, Google e Microsoft rappresentano il simbolo di una nazione che utilizza gli investimenti in innovazione e creatività come ricetta per uscire dalla crisi e competere sulla scena globale1. Questi aspetti tanto decantati continuano a distinguere l’economia nordamericana da quella asiatica – la cui società è poco incline all’uso dei social network – ma allo stesso tempo sono messi a dura prova.

Gli Stati Uniti stanno vivendo una fase di forte apprensione, in cui occorre competere per il posto di lavoro e per le industrie nazionali, spendendo di più in ricerca, educazione e infrastrutture. Ma l’idea che la prima economia mondiale si trovi sul punto di essere sorpassata e sconfitta da competitor più intelligenti e innovativi, quali la Cina, è una visione carente. La competitività è un concetto ancora nebuloso che suppone erroneamente che i paesi vincano solo quando altri perdano. Ma la crescita economica di un paese non si sottrae a un’altra.

In termini di produttività, i benefici che una nazione come gli Stati Uniti trae dall’innovazione e dalla ricerca sono diventati così poco raggruppati da non registrare più i livelli di crescita pre-crisi. L’innovazione è ciò che più preoccupa Obama, conscio della possibilità che la prossima conquista nel campo dell’energia, dei trasporti, dell’informatica e dell’educazione non avverrà negli Stati Uniti, bensì in Asia.

Analizzando la spesa statunitense nella R&S è possibile notare come nel 2008 questa rappresentasse il 2,8% del Pil, quasi il top della serie storica. I brevetti statunitensi si sono assottigliati durante la recessione, ma solo dopo aver raddoppiato di valore nel decennio precedente. Secondo uno studio della Information Technology and Innovation Foundation altri paesi, come la Cina, stanno recuperando terreno, considerando che il numero di dottori ingegneri supera quello statunitense. La Cina ha raddoppiato la quota di Pil dedicato alla R&S, con una crescita del 28% in un solo anno (2008-2009), sorpassando così il Giappone e posizionandosi al secondo posto dopo gli Stati Uniti2.

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Secondo la crescita progressiva della spesa globale nella R&S dal 1996 al 2012 gli Stati Uniti mantengono il primato tra i paesi che più investono in tale settore. Ciononostante, una nuova geografia dell’innovazione globale sta mettendo a dura prova la leadership di Stati Uniti e Giappone. Il livello della R&S dell’Asia-3 (Giappone, Corea e Cina) ha iniziato a eccedere i livelli dell’area atlantica già cinque anni fa3.

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Analizzando le recenti stime della Goldman Sachs – all’attuale tasso di crescita – tra soli cinque anni gli investimenti asiatici nel settore potrebbero sorpassare quelli statunitensi. Questa previsione è principalmente legata agli aggressivi investimenti svolti dalla Cina dal 2005 a oggi. Occorre comunque tenere presente che una grossa fetta dell’output cinese appare ancora di bassa qualità, basandosi spesso sulla contraffazione di marchi di qualità e brevetti o sulla riproduzione di documentazioni aziendali. Da un lato, il boom economico cinese sembra alimentare i forti investimenti asiatici nel comparto dell’innovazione, dall’altra – diversamente dalla leadership statunitense – un basso tasso di creatività domestica, ovvero \”homegrown business brainpower4 costituisce una nota dolente.

Il paese più popoloso al mondo e con i maggiori tassi di crescita è afflitto da una vera e propria guerra al talento, e si caratterizza per la carenza di forza lavoro creativa in grado di competere con i rivali della Silicon Valley oltre alle forti difficoltà a trattenere i candidati più brillanti. Un dato allarmante sia per le imprese nazionali cinesi, che nonostante 7 milioni di nuovi laureati ogni anno non riescono a tenere il passo con la domanda domestica di capitale umano, sia per le imprese multinazionali estere, che trovano difficile e sempre più impegnativo ricercare personale a copertura di posizioni esecutive e tecniche.

Sono molte le imprese nazionali cinesi che investono tempo e denaro nella formazione e reclutamento dei migliori candidati, investendo però tanto seriamente da rimetterci dopo pochi anni. Molti dei migliori vengono “rubati” dalla concorrenza. Parte di questa frustrazione è dovuta al fatto che il serbatoio di personalità dotate di talento – secondo diverse imprese domestiche e multinazionali – tende ad assottigliarsi sempre di più. Si tratta quindi di un meccanismo dirompente che costringe le imprese nazionali a un processo di costante riqualificazione, da un lato. Dall’altro, si verifica un forte impatto competitivo che destabilizza il sistema educativo locale favorendo invece il mercato estero e, in particolare le imprese multinazionali statunitensi ed europee che si trovano ad assorbire forza lavoro cinese super qualificata.

Le compagnie dei mercati asiatici, e più in generale dei mercati emergenti dell’area – i più afflitti dalla ricerca del talento – tentano l’imitazione del modello Silicon Valley, coccolando i propri dipendenti, offrendo loro benefit di vari tipo: dalle giornate di riunione famigliare, agli investimenti in azioni della stessa società, piuttosto che un club sportivo a ingresso libero.

L’attuale scenario mostra, quindi, come il vantaggio comparato degli Stati Uniti risieda, in misura sempre maggiore, oltre che nel settore dei servizi finanziari, nei prodotti manifatturieri ad alto contenuto tecnologico. La prosperità americana dipende dalla competitività, ovvero dalla capacità del “out-innovating”, “out-educating” e “out-building5. L’innovazione, l’educazione e la ricerca rimangono i cardini della politica di crescita statunitense. Prosperità che tuttavia non dovrebbe dipendere dalla crescita produttiva della Cina, bensì dalla propria crescita interna.

La difficoltà reale dell’economia americana non sta nella sua indiscussa capacità d’innovazione, ma nel fatto che i benefici da essa derivanti siano, ad oggi, destinati a pochi. Il nuovo trend delle multinazionali americane è quello di mantenere al loro interno attività ad alto valore aggiunto, dislocando all’estero attività a basso valore aggiunto, soprattutto manifatturiere.

Un caso recente è quello della Qualcomm, azienda californiana che si occupa dello sviluppo di chip per telefoni cellulari. Il 40% circa dei suoi guadagni proviene da licenze e diritti d’autore. Sebbene i prodotti siano ideati, sviluppati e progettati negli Stati Uniti, dove i tre quarti dei dipendenti lavorano, la produzione è Made in Taiwan.

Questo è solo un caso tra i tanti presenti; l’attuale dilemma per i policy makers nordamericani è molto complesso, in quanto legato ad un intreccio strategico di poteri economico-politici, in cui la Cina oggi rappresenta il principale creditore di Washington. Il limite della relazione sino-statunitense – l’accumulo cinese di troppi crediti verso gli Stati Uniti – è ciò che rende le scelte economiche statunitensi rischiose. L’interesse che lega la Cina agli Stati Uniti è infatti spesso paragonato a quello che esisteva tra Stati Uniti e Unione Sovietica all’epoca della guerra fredda.

Queste due superpotenze stanno producendo delle bolle economiche interdipendenti, per evitare di far saltare ognuno l’economia dell’altro. Entrambi hanno generato due economie esplosive. La bolla economica cinese vive principalmente di credito e corruzione, mentre quella nordamericana è fondata sulla massiccia dipendenza speculativa in asset finanziari.

Accanto alle eccellenze nel comparto dell’educazione, dell’innovazione e delle nuove tecnologie, ciò che delineerà i futuri assetti di entrambi i paesi è deciso da altri fattori. Aumentando la spesa federale nella R&S e facilitando l’immigrazione di dottori di ricerca stranieri, gli Stati Uniti stimolerebbero di molto l’innovazione e anche il successo delle proprie imprese. Tuttavia, l’armatura del gigante asiatico non è da meno. Gli investimenti diretti cinesi in Europa sono triplicati nel 2011 a 10 trilioni di dollari. Le imprese cinesi sono protagoniste di una prima fase di vero e proprio shopping sfrenato, investendo nei paesi europei in difficoltà (Spagna, Portogallo, Grecia e Ungheria) e avvalendosi del ruolo di cavaliere bianco6. Questi ingenti investimenti e l’acquisto di tecnologia europea, marchi internazionali e produzione high-end, le permettono di diversificare le enormi riserve accumulate.

NOTE:

Angela De Martiis è dottoressa magistrale in Economia e management internazionali (Università di Torino).

1 Irene Tinagli, Silicon Valley, il futuro si inventa ancora qui, La Stampa, 3 Aprile 2011
2 National Science Board, Science and Engineering Indicators 2012
3 Dati Goldman Sachs Global Market Institute, OECD.
4 Time, China’s Talent War, 28 Maggio 2012
5 The Economist, What’s wrong with America’s economy, 30 Aprile 2011
6 The Economist, Special Report on China, 26 Giugno 2011


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