L’ultima settimana è stata caratterizzata da due “incidenti” diplomatici tra India e Stati Uniti. Washington può però contare sulla solida alleanza con l’attuale governo...

L’ultima settimana è stata caratterizzata da due “incidenti” diplomatici tra India e Stati Uniti. Washington può però contare sulla solida alleanza con l’attuale governo in carica, un fattore che si evince dalle risposte di Nuova Delhi e da alcune recenti azioni in politica estera del paese asiatico.

 
Domenica scorsa 15 luglio il presidente statunitense Barack Obama in un’intervista rilasciata a Press Trust of India ha sostenuto la necessità urgente per l’India di avviare una nuova serie di riforme economiche: il sistema indiano porrebbe dei seri ostacoli agli investimenti esteri in diversi settori cruciali, mentre una manovra economica di largo respiro garantirebbe una maggiore competitività a livello globale per l’India. Le polemiche scatenate dalle dichiarazioni di Obama sono emerse contemporaneamente a un ulteriore potenziale “scontro” diplomatico avvenuto lunedì 16 luglio, quando una nave militare statunitense operante nel Golfo Persico al largo delle coste degli Emirati Arabi Uniti ha attaccato erroneamente un peschereccio indiano, uccidendo un pescatore e ferendone altri tre.

Le preoccupazioni statunitensi per l’economia indiana

Le dichiarazioni di Obama a proposito delle impellenti necessità di riforme strutturali e liberalizzazioni nell’economia indiana in primo luogo per favorire la creazione di nuovi posti di lavoro e una generale innovazione s’inseriscono in un particolare contesto economico e politico dell’India contemporanea. I “consigli” di Washington sono collegati a specifici interessi del settore imprenditoriale statunitense e delle multinazionali, così come in generale alla cooperazione indo-statunitense, soprattutto per quanto riguarda il nucleare civile. Una delle riforme più importanti che contraddistingue la recente politica interna indiana concerne gli investimenti diretti da parte di aziende straniere (Foreign Direct Investment, FDI), soprattutto per il settore della vendita al dettaglio. Alcuni mesi fa la manovra economica promossa dalla coalizione governativa dell’Alleanza Progressista Unita (United Progressive Alliance, UPA), guidata dal Partito del Congresso, affinché sia permesso un investimento diretto dall’estero al 51% nella vendita al dettaglio è stata bloccata in Parlamento dai gruppi dell’opposizione (Bharatiya Janata Party, BJP, in testa), ma anche dai partiti della Sinistra che sostengono la coalizione di maggioranza.

Diversi analisti indiani, critici nei confronti delle dichiarazioni di Obama, hanno sostenuto che uno dei motivi fondamentali alla base dei “consigli” statunitensi sia proprio collegato ai mancati passi avanti legati ai FDI, malgrado gli ultimi anni abbiano registrato una costante crescita degli investimenti esteri in India. In questo contesto emergono le pressioni delle multinazionali statunitensi, come ad esempio la Walmart, evidentemente interessate al sempre più crescente e lucroso mercato indiano della vendita al dettaglio dal valore di 430 miliardi di dollari; così come all’aumentare della classe media indiana e di quella crescente cultura consumistica, evidente soprattutto nei grandi centri urbani. L’intervista del presidente statunitense a proposito dell’economia indiana e della sua impellente necessità di essere riformata si collega a dichiarazioni simili del Segretario di Stato Hillary Clinton, espresse durante la recente visita a Kolkata del maggio scorso; così come ai consigli del Segretario al Tesoro Timothy Geithner all’allora ministro delle finanze e candidato (ora neoeletto) dell’UPA alla Presidenza della Repubblica Pranab Mukherjee, durante una visita ufficiale a Washington dello scorso aprile.

Un fattore che si collega agli interessi statunitensi per il vasto mercato indiano e le sue ingenti possibilità di guadagno riguarda le necessità energetiche di Nuova Delhi. L’India è propensa a rafforzare il proprio settore nucleare, ottenendo l’accesso alla tecnologia nucleare occidentale, così come ambisce a far parte del Nuclear Supplier Group; l’attuale governo osserva in Washington un importante alleato in tal senso e durante la visita della Clinton si è parlato proprio di questo aspetto con Washington, interessata a rafforzare la presenza delle proprie imprese legate al settore nucleare nel Subcontinente. Per quanto riguarda gli investimenti in India, gli Stati Uniti sono attivi affinché Nuova Delhi faciliti la penetrazione straniera e in questo senso Washington osserva la possibile mancata messa in atto delle norme generali di anti-elusione (General Anti-Avoidance Rules, GAAR), ovvero il rafforzamento della legislazione fiscale che prevenga l’evasione fiscale degli investitori stranieri sulle proprie plusvalenze in India.

Obama si trova in campagna elettorale e ha la necessità di ottenere il sostegno delle diverse lobby interne interessate al mercato indiano e agli ipotetici guadagni futuri. Le frasi del presidente statunitense hanno naturalmente comportato delle critiche trasversali in India, soprattutto dall’opposizione e dalla Sinistra, le quali hanno chiesto al governo di non soccombere di fronte a una sorta di diktat statunitense, ma anche da parte di alcuni esponenti del Congresso. L’India in generale è molto sensibile quando viene criticata all’estero ed è solitamente in questi frangenti che emergono maggiormente sentimenti nazionalistici. Se per la Sinistra le motivazioni sono legate principalmente a questioni di carattere ideologico, per quanto riguarda il BJP si tratta prevalentemente di manovre politiche attuate per indebolire la coalizione guidata dal Congresso e per cercare di rompere l’alleanza tra quest’ultimo e la Sinistra. L’attuale avversione della maggioranza del partito nazionalista indù verso il programma sul nucleare civile che vede India e Stati Uniti in procinto di rafforzare la loro cooperazione energetica e le critiche nei confronti delle affermazioni di Obama sono strumentali alla politica interna indiana, piuttosto che collegate a evidenti sentimenti anti-statunitensi (pur senza dubbio presenti in frange minoritarie della destra indiana). Il BJP durante il proprio governo negli anni ’90 fu infatti fautore del consolidamento del nuovo corso delle relazioni tra Stati Uniti e India, avviato in seguito alla fine della Guerra Fredda e al crollo dell’Unione Sovietica, base dell’attuale cooperazione tra Nuova Delhi e Washington.

Molti settori economici e politici indiani sono favorevoli all’implementazione della riforma sui FDI e temono ripercussioni future a causa delle mancate riforme e per le conseguenti preoccupazioni degli investitori stranieri. Secondo diversi analisti e politici indiani i FDI dovrebbero essere favoriti non solo nella vendita al dettaglio, valutati come un mezzo per combattere la crescente inflazione dei generi alimentari e offrire alla classe media indiana l’accesso al mercato internazionale, ma anche in altri settori, come assicurazioni, finanza, agricoltura, manifatturiero, trasporti, comunicazioni e infrastrutture. Molti imprenditori indiani temono che il contemporaneo calo delle stime di crescita del PIL indiano, attestatesi al 6,1% rispetto al 8-9% di due anni fa, fattore strettamente collegato alla crisi globale e all’attuale situazione deficitaria dell’economia europea, unito agli atavici problemi strutturali dell’economia del paese possano comportare una pericolosa inversione di rotta degli investimenti dall’estero. Alcuni grandi investitori stranieri sono pronti a lasciare l’India, come ad esempio le statunitensi New York Life, Fidelity Worldwide Investment, il gigante delle telecomunicazioni francesi Augere, coinvolto in alcuni scandali legati alla corruzione, così come l’operatore aeroportuale tedesco Fraport. Anche la Vodafone sta combattendo a livello giuridico contro l’imposizione di miliardi di dollari in tasse e diversi critici nei confronti di Obama sostengono che il presidente avesse in mente proprio questa vicenda durante la sua intervista. Alcune aziende straniere sono fortemente contrariate a causa delle incertezze normative, delle elevate spese e della paralisi politica nell’affrontare efficacemente queste problematiche, mentre gli investimenti dell’ultimo triennio sembrano calare anche nel settore dell’energia e dell’acciaio. D’altro canto la crescita della classe media indiana sembra invece interessare altre multinazionali,come la Coca Cola, pronta a investire 3 miliardi di dollari nei prossimi otto anni, o l’Ikea che intende aprire 25 centri commerciali nel paese investendo 1,87 miliardi di dollari.

I prossimi mesi saranno cruciali, dati alcuni appuntamenti elettorali locali e in vista delle elezioni politiche del 2014 per comprendere se effettivamente e in che maniera, seguendo concretamente i “consigli” statunitensi o meno, si avvieranno le diverse e richieste riforme struttuali dell’economia indiana. È in corso un rimpasto governativo, con il probabile passaggio di consegne proprio in un settore chiave come il ministero delle finanze dall’ex ministro Pranab Mukharjee (eletto nuovo presidente dell’India) al ministro degli interni P. Chidanbaram; mentre da più parti si richiede al primo ministro Manmohan Singh, artefice delle liberalizzazioni degli anni ’90, una risposta maggiormente efficace e veloce alle problematiche di tipo economico.

L’opinione pubblica indiana e diversi settori della società richiedono con forza l’allentamento di alcune norme in ambito economico e una trasformazione radicale della pachidermica macchina burocratica indiana. Gli Stati Uniti hanno tutto l’interesse affinché l’India porti avanti una nuova ondata di riforme liberali. Tutto ciò non sarà però semplice per motivi di carattere politico a livello nazionale (l’opposizione capeggiata dal BJP e la Sinistra presente nella coalizione governativa sono contrarie), ma anche a livello locale, data la presenza di alcuni capi di Stato fortemente contrari all’allentamento dei vincoli nei confronti degli investitori stranieri.

Il caso del pescatore ucciso da una nave statunitense

Il secondo evento che sta catalizzando l’attenzione dei media indiani è avvenuto il giorno successivo alle dichiarazioni di Obama. Una nave da guerra statunitense, la USNS Rappahannock, ha attaccato erroneamente un’imbarcazione di pescatori indiani, uccidendone uno e ferendo altri tre membri del convoglio. I motivi dell’attacco sono al momento oscuri: pare che il peschereccio non abbia risposto in maniera consona ai segnali d’avvertimento, mentre i pescatori feriti sostegono che non ci sia stato nessuna allerta da parte della nave da guerra. L’evento, avvenuto al largo delle coste degli Emirati Arabi Uniti, è evidentemente molto simile al caso dei due marò italiani, accusati dell’uccisione di due pescatori indiani nei pressi delle coste del Kerala lo scorso febbraio e ancora in attesa di un processo in India. In questo caso però è da segnalare una presa di posizione maggiormente morbida da parte delle autorità indiane, a testimonianza della retorica parità di condizione tra India e Stati Uniti nella loro alleanza, ma anche dell’attuale scarso peso internazionale dell’Italia. In ogni caso, i contesti dei due eventi sono diversi, poiché l’ultimo evento legato a convogli di pescatori indiani è avvenuto nelle acque territoriali di un paese straniero. Al momento è stata solamente richiesta da parte dell’India una chiara indagine; Nuova Delhi rimane dunque in attesa di un approfondimento della questione da parte di Washington e Abu Dhabi. L’evento ha però messo in luce alcuni evidenti contrasti tra la versione statunitense e quella del paese arabo, dal momento che le autorità dell’emirato sostengono che l’incidente sia avvenuto in acque territoriali del paese del Golfo, dunque sotto la giurisdizione degli EAU, mentre la versione iniziale di Washington dichiarava che lo scontro a fuoco ero avvenuto in acque internazionali a 48 km a sud-ovest di Dubai. Secondo il “The Hindu”, invece, citando fonti dell’emirato, l’incidente è avvenuto a 16 km di distanza dal porto di Jebel Ali, all’interno delle acque territoriali degli EAU.

L’uccisione del pescatore è avvenuta in un’area fondamentale per l’attuale contesto geopolitico, in una fase di crescente tensione tra Washington e Iràn. L’accaduto è collegato alla presenza militare statunitense nell’area, consolidatasi a partire dallo scorso gennaio. Tehran, mediante il portavoce del ministro degli esteri Ramin Mehmanparsat, ha prontamente criticato Washington sostenendo che l’eccessiva presenza di forze militari straniere nell’area comporti un’evidente mancanza di sicurezza. L’India rimane ancora un importante alleato dell’Iràn nella regione, dal momento che ha cercato una posizione bilanciata tra i due contendenti nella questione delle sanzioni petrolifere. A livello energetico commercia ancora con l’Iràn, anche se ha drasticamente diminuto le importazioni di greggio in seguito alle pressioni di Washington e degli alleati occidentali.

L’area è inoltre di fondamentale interesse per l’India dal momento che sono presenti nella regione del Golfo e dell’Asia Occidentale più di 6 milioni di indiani. I prossimi mesi saranno cruciali per comprendere che tipo di politica Nuova Delhi adotterà nei confronti dell’Iràn, ma il voto a favore della risoluzione dell’ONU sulla questione siriana di giovedì è già un segnale importante, visto che Damasco è il principale alleato di Tehran nella regione. Il recente consolidamento del rapporto con l’Arabia Saudita, grazie alla quale è stato favorito l’arresto e la consegna alle autorità indiane di Abu Jundal, considerato l’artefice di diversi attentati in India e fautore soprattutto di quelli di Mumbai del 26 novembre 2008, è un altro tassello importante caratterizzante il graduale allineamento strategico dell’India verso gli interessi occidentali e sauditi in Asia Occidentale.

Gli Stati Uniti, malgrado le critiche ufficiali da parte del governo nel caso dell’intervista di Obama, dispongono oggi di un importante alleato in India, rappresentato appunto dall’attuale compagine governativa. Non solo in campo economico, ma anche in altre questioni di carattere geopolitico, vista la condivisione strategica di alcuni aspetti della futura transizione afghana; così come l’apprezzamento indiano verso il recente approccio statunitense nei confronti del Pakistan e la comune visione della sicurezza in Asia Meridionale e della competizione con la Cina, in particolare nell’Oceano Indiano e nel Mar Cinese Meridionale. Nell’intervista rilasciata domenica 15, Obama ha parlato anche di Kashmir, sostenendo la necessità che la questione sia risolta a livello bilaterale senza interferenze esterne e slegata dall’Afghanistan. Una percezione del problema maggiormente favorevole all’India rispetto alla tradizionale considerazione pakistana della propria sicurezza geostrategica che collega il Kashmir alla situazione interna a Kabul. I due recenti eventi avrebbero potuto trasformarsi in “incidenti” diplomatici. Segnalano invece come i rapporti tra India e Stati Uniti siano in consolidamento, ma siano anche portatori di un’alleanza al momento sbilanciata a favore di Washington.

NOTE:

Francesco Brunello Zanitti è ricercatore associato dell’IsAG (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie) e autore del libro Progetti di egemonia.


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