In un’era probabilmente segnata dall’ascesa della Cina, il Giappone si unirà al nuovo Occidente? Probabilmente la risposta sarà sì. Le scelte di politica del...

In un’era probabilmente segnata dall’ascesa della Cina, il Giappone si unirà al nuovo Occidente? Probabilmente la risposta sarà sì.

Le scelte di politica del Giappone possono essere viste come un segnavento nella politica internazionale. Dopo la rivoluzione industriale, Arnold Toynbee affermava che l’industrialismo avrebbe trionfato sul nazionalismo. Invece non fu così; infatti il militarismo venne alla ribalta. Il Giappone pianificò un nuovo corso aggressivo con il suo attacco alla Cina nel 1894, e alla Russia una decade dopo. Perfino le sue tattiche militari prefiguravano quelle usate in seguito nella Prima Guerra Mondiale. Negli anni Trenta del secolo scorso, prima che l’Italia e la Germania invadessero altri paesi, il Giappone invase la Manciuria e iniziò una guerra con la Cina. In entrambi i casi le altre potenze seguirono la sua scia. Dopo la sconfitta nella Guerra del Pacifico, il Giappone ha seguito un trend nella direzione opposta. Molto prima che USA e URSS capissero cosa stava accadendo, il Giappone aveva già adottato la strategia del trading state. Astenendosi dal militarismo, forgiò un nuovo cammino per lo sviluppo economico, stimolato dal commercio estero. In seguito, negli anni Novanta, la stagnazione industriale del Giappone ha semplicemente anticipato le recessioni che Stati Uniti e Europa stanno affrontando oggi. Il crollo del Giappone dopo il 1987 avrebbe dovuto mettere in guardia il mondo dei pericoli dell’economia per il futuro.

Oggi, il Giappone è a una simile svolta, dalla quale potrebbe ben pianificare un altro nuovo corso per il mondo. È vero che la leadership del Giappone ha conosciuto una serie di primi ministri deboli e di breve durata, ma ciò non significa che il Giappone non sia più all’avanguardia nelle tendenze evolutive. È facile non riuscire a comprendere cosa sta avvenendo perché molti, se non la maggior parte, degli esperti credono che la Cina sia ora la forza inarrestabile e la precorritrice delle nuove tendenze mondiali. L’Europa è considerata essere alle prese con la fine della zona euro, mentre gli Stati Uniti si trovano di fronte alla bancarotta. Questi scenari fanno i titoli ma non riflettono la realtà. Non appena l’Europa e gli Stati Uniti si riavvicineranno e riguadagneranno la loro posizione economica, saranno i problemi in Cina, India e Russia a destare le maggiori preoccupazioni, mentre il Giappone si muove sempre più verso l’unione con un rinascente Occidente.

Ciò è coerente con la storia del Giappone come trend setter? Il Giappone non è sempre stato un membro dell’Occidente? A dire il vero, no. Il Giappone ha acconsentito allo stazionamento delle truppe statunitensi in e intorno al Giappone ma non ha assicurato (come nella NATO) di fornire solidarietà e aiuto reciproco. Non ha neanche acconsentito che un attacco agli USA sarebbe stato trattato allo stesso modo di un attacco al Giappone. Il nuovo Occidente è come l’UE: è aperto a nuovi membri, ma non tramite coercizione o pressione militare. Invece della colonizzazione, il nuovo Occidente è alla ricerca di Stati democratici che abbiano successo in campo economico, come quelli dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico.

Il Giappone può unirsi al nuovo Occidente a causa dei recenti sviluppi nella propria governance. In parte dovuto al trionfo del Partito Democratico del Giappone, ma anche grazie al nuovo corso intrapreso dal Partito Liberal Democratico, il Giappone ha assunto responsabilità più vaste nelle sue relazioni militari con Washington. Ha assunto compiti militari nelle aree che circondano il Giappone, incluso l’impegno del 2004 di combattere con gli USA nel caso di una crisi militare. In secondo luogo, il Giappone ha iniziato a reinterpretare i suoi obblighi ai sensi della clausola di pace dell’Articolo 9 della costituzione giapponese. Redatta nel 1946, il presupposto della costituzione era che le Nazioni Unite avrebbero provveduto alla pace e alla sicurezza internazionale. Se ciò non fosse accaduto, al Giappone non sarebbe stato vietato di fare accordi con gli USA nel frattempo. Allo stesso modo, il Giappone potrebbe giustificare la partecipazione agli accordi della NATO prima dell’assunzione da parte delle Nazioni Unite della piena responsabilità per la pace e la sicurezza internazionale. Potrebbe anche esportare equipaggiamento militare, sia prodotti finiti o componenti, ai paesi associati con la NATO.

La piena partecipazione del Giappone alla NATO, se accadesse, cambierebbe drammaticamente la struttura globale del potere. L’UE, gli USA e il Giappone messi insieme rappresentano circa il 60% del PIL mondiale, un ammontare ineguagliato da qualsiasi altro Stato o combinazione di Stati. La Cina, per esempio, non sarà in grado di superare la somma di queste tre economie in questo secolo, indipendentemente dal suo tasso di crescita. Inoltre, il Giappone ha un prezioso contributo da dare alle forze militari statunitensi e europee tramite la sua conoscenza nel settore della robotica; già produce il 70% di tutta l’industria robotica mondiale.

Sappiamo che l’esempio storico fornito dal Giappone ha trasformato la politica statunitense e reso la tecnologia e le esportazioni una priorità assoluta per i policy maker americani. Ha anche influenzato i paesi dell’Asia Orientale e, insieme con l’esempio della Germania post-bellica, perfino molti paesi europei. Diventando parte del nuovo Occidente, il Giappone può inviare un forte messaggio economico e politico, che, alla fine, può anche attrarre e influenzare la Cina.

(Traduzione dall\’inglese di Massimiliano Porto)

NOTE:

Mayumi Fukushima è laureando in Public Administration (Harvard Kennedy School of Government). Richard Rosecrance è professore aggiunto e direttore del programma sulle relazioni USA-Cina (Harvard Kennedy School of Government). Yuzur Tsuyama è dottorando in Studi sull'Asia-Pacifico (Università Waseda di Tokio) e ricercatore associato alla Harvard Kennedy School of Government.

FONTE:

East Asia Forum, 5 giugno 2012.


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