L’organizzazione del 16° summit del Movimento dei Paesi Non Allineati a Tehran è uno dei maggiori eventi internazionali che l’Iran abbia mai ospitato dopo...

L’organizzazione del 16° summit del Movimento dei Paesi Non Allineati a Tehran è uno dei maggiori eventi internazionali che l’Iran abbia mai ospitato dopo la Rivoluzione Islamica, ed è una buona occasione per promuovere il potere diplomatico iraniano e ridurre le tensioni regionali. L’Iran ha messo gli occhi su un ulteriore ampliamento della cooperazione tra gli Stati membri. Inoltre Mohamed Morsi, il neo eletto presidente islamico d’Egitto, parteciperà al summit [ancora da svolgersi nel momento in cui scrive l\’Autore, ndr] per consegnare la presidenza del Movimento all’Iran. Senza dubbio sarà una grande opportunità per ricostruire le relazioni storiche tra due paesi influenti del mondo islamico e del Medio Oriente, che verrà analizzata sotto varie angolazioni. Restano dubbi sugli sviluppi delle relazioni tra Tehran e il Cairo dopo il meeting. La presenza simbolica del capo dell’esecutivo egiziano sarà sufficiente per un disgelo delle relazioni diplomatiche tra i due paesi? Perché l’Iran è così desideroso di avere Mohamed Morsi al summit? Quali ostacoli ci sono sulla strada della convergenza tra le due nazioni? Prima di discutere il livello attuale delle relazioni e l’entusiasmo dell’Iran nel restaurare legami ufficiali con l’Egitto, dobbiamo mettere in rassegna le relazioni tra i due paesi sotto l’ex presidente egiziano, Hosni Mubarak.

Lungo i 30 anni del dominio di Mubarak i due paesi hanno avuto relazioni difficili. Nonostante la disponibilità temporanea di entrambe le parti a ridurre ostacoli e tensioni, a causa dell’ottica del Cairo fondata sulla sicurezza e le sue forti relazioni con l’Occidente e Israele, nessuna parte ebbe molto successo nel restaurare rapporti bilaterali. Durante il dominio di Mubarak, l’Egitto era parte del primo anello di sicurezza dell’Occidente ed era un attore importante che garantiva gli interessi regionali di Israele. Mubarak non solo seguì le politiche occidentali del suo predecessore, ma provò anche a svolgere il ruolo di mediatore tra gli Arabi e Israele. Nel fare ciò ha approfittato dell’aiuto gratuito degli Stati Uniti, che ammontava a due miliardi di dollari l’anno, per l’acquisto di equipaggiamento militare. Per l’Egitto infatti fu un premio per i suoi stretti legami con Israele. L’appartenenza dell’Egitto al club politico degli Stati conservatori arabi e il suo sostegno alle politiche anti-iraniane dell’Arabia Saudita e di alcuni altri Stati costieri del Golfo Persico, di cui fu un esempio evidente il supporto egiziano alle rivendicazioni ripetitive e prive di fondamento degli Emirati Arabi Uniti su tre isole iraniane nel Golfo Persico, ha evitato in pratica il ripristino della normalità nelle relazioni tra i due paesi. Nello stesso tempo l’Iran ha manifestato continuamente la propria volontà di ricostruire legami con l’Egitto e dimenticare le ostilità storiche per aiutare le due nazioni a riavvicinarsi. Ciò fu maggiore nel periodo in cui l’Iran seguì una politica di distensione col fine di creare una convergenza nel mondo musulmano, in particolare nei confronti di paesi come l’Egitto e l’Arabia Saudita. Tuttavia, la presenza di personaggi di potere affiliati all’Occidente e a Israele, come Omar Suleiman (ex capo dell’agenzia d’intelligence egiziana), non ha permesso agli sforzi iraniani di dare i suoi frutti per la distensione.

Dopo che Mubarak è stato rovesciato e i politici islamici sono giunti al potere in Egitto, l’Iran ha sostenuto le richieste civili e sociali del popolo egiziano grazie ad una corretta comprensione degli sviluppi politici in questo paese. L’uscita dell’Egitto dal club dei paesi reazionari che sostengono le politiche dell’Occidente nella regione per aderire al fronte moderato potrebbe aver messo in bilico la formula di potere regionale a favore dell’Iran e del fronte di resistenza anti-israeliano. Intanto il complesso gioco di potere nella terra dei faraoni era ancora in corso dopo le elezioni presidenziali in Egitto e la vittoria dei candidati islamici. La presenza di comandanti militari a capo degli incarichi di sicurezza e intelligence di questo paese da un lato, e i loro stretti legami con l’Occidente e Israele dall’altro, erano un ostacolo sulla strada di ogni possibile apertura nelle relazioni di Tehran con il Cairo. Per aumentare il suo potere politico e rimuovere persone problematiche che erano state vicine al regime di Mubarak, Mohamed Morsi era alla ricerca di un’occasione opportuna. Questa occasione è stata offerta dai recenti incidenti nel deserto del Sinai, nei quali alcuni soldati egiziani sono stati uccisi da gruppi radicali affiliati a correnti politiche islamiche. Il presidente ha accusato il Ministro della Difesa (feldmaresciallo Mohamed Hussein Tantawi) di inefficienza nella gestione degli affari militari e strategici del paese e lo ha licenziato con una mossa a sorpresa. Sebbene Morsi avesse ceduto al gioco del generale durante le elezioni per evitare ulteriore caos politico nel paese così come un possibile colpo di Stato da parte dell’esercito, e avesse praticamente confermato la sentenza della Corte Suprema d’Egitto e del Consiglio Supremo delle Forze Armate per lo scioglimento del parlamento, l’incidente gli ha offerto anche una buona opportunità per annullare questa sentenza.

In ogni caso gli sviluppi interni in Egitto hanno già provato che, dopo la stabilizzazione delle condizioni interne, il presidente islamico è deciso a rendere le politiche regionali egiziane più energiche. Sebbene il primo viaggio all’estero di Morsi avesse come destinazione l’Arabia Saudita e alcuni analisti abbiano affermato che il viaggio intendesse mostrare che l’Egitto avrebbe continuato a rimanere tra gli Stati arabi conservatori e filostatunitensi nella regione, c’è un\’altra angolazione da cui osservare quel viaggio. Probabilmente l’Egitto, che sta affrontando difficoltà economiche crescenti e un’inflazione elevata dopo la rivoluzione del 2011, sta cercando di mantenere relazioni cordiali con i paesi arabi che sono tra i suoi alleati tradizionali. Indubbiamente una volta che le condizioni economiche egiziane torneranno alla normalità e la tranquillità politica verrà ripristinata nella terra dei faraoni, l’Egitto avrà spazio di manovra per la sua politica estera. L’Egitto post-Mubarak ha dimostrato, nel breve periodo che è trascorso dalla caduta del dittatore, di essere impegnato a favore dei diritti dei palestinesi così come nella riconciliazione nazionale tra Hamas e l’Autorità Palestinese. Malgrado gli sforzi di Israele nel fomentare crisi nella regione, incluso il deserto del Sinai, il Cairo ha deciso di prendere le distanze dalle politiche del regime di Mubarak con l’apertura del valido di Rafah alla popolazione sotto assedio della Striscia di Gaza.

Forse la maggiore evoluzione della politica estera egiziana, nel breve periodo in cui Morsi è presidente, è la sua partecipazione al 16° summit del Movimento a Tehran. Senza dubbio l’Iran sta tentando di spianare la strada per la presenza al meeting di tutti gli Stati membri del Movimento dei Paesi Non Allineati. Tuttavia la partecipazione di Morsi all’incontro, per consegnare la presidenza all’Iran, è importante da un altro punto di vista. Col fine di indebolire il potere regionale dell’Iran e per provare all’opinione pubblica mondiale che le sanzioni internazionali hanno isolato l’Iran, l’Occidente e Israele stanno facendo quello che possono per evitare la possibile convergenza di due potenze influenti nella regione mediorientale. Dunque evidenziando gli approcci differenti dei due paesi alle questioni interne della Siria così come negli accordi di sicurezza nella regione del Golfo Persico, stanno tentando di erigere nuovi ostacoli sulla strada della restaurazione delle relazioni diplomatiche tra i due paesi. Da una parte gli ambienti politici occidentali stanno evidenziando il sostegno iraniano alle correnti sciite nella regione, inclusa la comparsa della Mezzaluna Sciita, descrivendo le politiche di Tehran come contrarie alla sicurezza regionale e alla sicurezza dell’Egitto. Credono che l’Egitto appartenga al mondo sunnita e stanno, quindi, mettendo molta enfasi sui divari politici e ideologici tra i due paesi. Tuttavia, nonostante tutta la propaganda negativa lanciata dai media occidentali per dissuadere Mohamed Morsi dal prendere parte all’importante summit del Movimento a Tehran, la sua presenza proverà che la politica estera egiziana ha subito una metamorfosi importante e il nuovo Egitto non cederà facilmente alle politiche dell’Occidente e di alcuni regimi reazionari nella regione.

D’altra parte l’Egitto è il centro intellettuale del mondo arabo e grazie alla sua particolare situazione geopolitica può giocare un ruolo decisivo nella riduzione dei conflitti regionali, inclusa la Siria. La proposta del Cairo di istituire un gruppo di contatto, che è stata avanzata nel recente incontro degli Stati membri dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica alla Mecca in Arabia Saudita, è stata accettata e accolta con favore dall’Iran. Questa proposta può trasformarsi in un asse portante dell’incontro del Movimento, con la possibilità di fornire una soluzione alla complicata crisi della Siria. L’Iran e l’Egitto possono trarre vantaggio dalle loro capacità diplomatiche per riportare pace e tranquillità in Siria ed evitare un intervento straniero in questo paese arabo. La presenza di Mohamed Morsi così come la partecipazione della Siria e di altri paesi importanti che sono parti interessate nella crisi siriana offre un’opportunità preziosa attraverso la quale Iran ed Egitto possono avvicinare le proprie posizioni, ponendo le condizioni per una risoluzione della crisi siriana, e spogliare l’Occidente di ogni possibile iniziativa in proposito. Allo stesso tempo, sarà irrealistico aspettarsi che la presenza di Mohamed Morsi a Tehran possa essere una condizione sufficiente per la normalizzazione a breve termine dei rapporti bilaterali. Tuttavia la proposta di piani e iniziative comuni, come il progetto di dare vita ad un Medio Oriente libero dalle armi nucleari, che fu avanzata dai due paesi nel 1974 e venne ripresa anche dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, può giocare un ruolo molto importante nel facilitare la convergenza. L’Iran e l’Egitto diffidano della ambiguità dell’Occidente sulle politiche nucleari dei paesi della regione. Infatti credono che la politica bifronte dell’Occidente, nel sostenere l’arsenale nucleare di Israele mentre fanno pressione sui paesi musulmani per impedirgli di sviluppare tecnologia nucleare pacifica, sia una delle ragioni principali del prolungamento della crisi nella regione. Dunque l’accordo e le consultazioni tra i due paesi in materia di sicurezza e problemi regionali possono aiutarli a superare le incomprensioni del passato e fare passi concreti verso la distensione tra due grandi nazioni con un eccezionale passato di civiltà alle spalle.

(Traduzione dall\’inglese di Simone Massi)

NOTE:

Davoud Ahmadzadeh è docente all’Università Islamica Azad (Tehran) ed esperto di questioni egiziane.

FONTE:

Iran Review, 31 agosto 2012.


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