É raro per i pensatori trovarsi in ritardo sui tempi, ma coloro che sostengono che la relazione indo-statunitense sia ridotta a semplici incontri in...

É raro per i pensatori trovarsi in ritardo sui tempi, ma coloro che sostengono che la relazione indo-statunitense sia ridotta a semplici incontri in cui “ci si sente bene” e a feste, si trovano esattamente in quella posizione – un poco fuori strada. I critici sia a Washington sia a Nuova Delhi lamentano come nell’alleanza esista la preponderanza di una grande retorica priva di concretezza. Certamente, l’India ha siglato alcuni importanti accordi di difesa con gli Stati Uniti, ma i critici si chiedono dove stiano la reale sostanza o il contenuto strategico di tali mosse. Questa descrizione riduttiva è più una funzione dei tratti tipici delle personalità nei due paesi – se alcuni nordamericani sono guidati dalla “gratificazione istantanea”, le loro controparti indiane vedono il “melodramma” come una virtù. Ma al di là di questi capricci di personalità, gli indizi indicano un partenariato sempre più maturo che non ha più bisogno dell’adrenalinica spinta offerta da grandi sviluppi nella relazione, come ad esempio l’accordo sul nucleare civile indo-statunitense del 2008.

Il linguaggio

È evidente che India e Stati Uniti hanno fatto una scommessa a lungo termine l\’una sugli altrid, anche se il linguaggio riflette una cauta discrezione nutrita nel realismo politico. In India non è ancora lecito per molti definire gli Stati Uniti come un buon alleato, un utile partner. È sempre così facile indicare la lunga storia delle attenzioni poste da Washington nei confronti del Pakistan e il suo disprezzo per gli interessi indiani, valutati come una sorta di esibizionismo. Le loro controparti a Washington però lamentano: cosa ha fatto l’India di recente per gli Stati Uniti? Ricordate la promessa di dividendi commerciali derivati dall’accordo nucleare? Per fortuna, coloro che prendono le decisioni sono in gran parte liberi da questo tipo d’approccio. Non vogliono che il presente sia completamente ostaggio del passato. Si stanno già muovendo in avanti, spinti dai cambiamenti nelle diverse aree geografiche e da nuove sfide. La relazione indo-statunitense sta emergendo come una delle tre relazioni bilaterali che daranno forma all’Asia e che forse definiranno la politica globale nei prossimi decenni. Le altre due sono quelle sino-statunitense e indo-cinese.

Quattro tendenze

Il nuovo partenariato indo-statunitense ha quattro tendenze generali, evidenziatesi nel corso delle recenti discussioni tra parlamentari e studiosi indiani con alti funzionari dei Dipartimenti di Stato e della Difesa e al Consiglio di Sicurezza Nazionale come parte di una delegazione organizzata dalla Scuola di Specializzazione Navale di Monterey Bay e dall’Observer Research Foundation. L’attuale relazione è andata oltre le “azioni parallele” in cui entrambi i paesi hanno agito separatamente, nonostante una congruenza d’interessi, ad esempio in Myanmar, Medio Oriente o Afghanistan. L’antica sfiducia è stata sostituita da un nuovo rispetto per questo tipo di parallelismo indipendente, che ora sembra essere diventato convergente. Questo ha aperto il campo a una vasta gamma di questioni per una franca discussione e uno scambio di idee tra le parti. Dal Pakistan, alla sicurezza informatica, allo spazio, nessun argomento è tabù. I due principali fattori per il consolidamento del pensiero nordamericano sono: da una parte un’entità che si chiama Cina all’esterno, dall’altro lato i dubbi interni sui meriti dell’unilateralismo. Gli statunitensi non hanno alcuna voglia di nuovi costosi impegni esterni. Essi si immaginano meglio come “dominatori da dietro le quinte”, malgrado il clamore dei falchi conservatori.

La seconda tendenza evidente è la compresione reciproca tra le leadership di entrambi i paesi, sottolineata e ripetuta a livelli molto alti. Negli Stati Uniti il supporto bipartisan nei confronti dell’India è pubblico ed entusiasta, mettendo Nuova Delhi nella posizione di non doversi preoccupare del possibile cambio d’amministrazione a Washington. In India il supporto è ribadito con calma e fermezza e ripetuto mediante viaggi di ex segretari degli esteri e generali in pensione. La sfida è quella di superare l’inerzia della burocrazia di medio livello in entrambi i paesi, la quale può ostacolare i più grandi sogni dei loro capi politici mediante pericolosi e residui ricordi istituzionali. Allo stesso tempo agli alti livelli statunitensi esiste un apprezzamento di tipo nuovo nei confronti dell’India, poiché la scommessa indiana non può e non deve essere puramente connessa solamente al suo grande mercato. L’emergere dell’India è un bene di per sé grazie alle convergenze strategiche. Le aspettative di transazioni a breve termine attorno a quel bizzarro contratto o all’affare legato alla difesa andato storto continueranno a deludere le aspettative nordamericane, ma i politici hanno capito la necessità di avere “pazienza” – una parola che è diventata parte integrante della considerazione ufficiale statunitense dell’India. L’intesa ha aperto la strada a Washington nel guardare all’India nel medio-lungo periodo anziché considerare solamente i guadagni a breve termine. Un numero crescente di pensatori a Washington ritiene che il rafforzamento dell’India sarà una delle caratteristiche principali della presenza degli Stati Uniti in Asia in questo secolo.

L’ultimo e forse più interessante sviluppo è il vero e proprio ingresso del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti per cercare di “possedere e guidare” il rapporto con l’India in una maniera impensabile fino a pochi anni fa. Il Segretario della Difesa Leon Panetta e il vice-Segretario Ashton Carter hanno preso la decisione di agire su alcune delle perenni lamentele dell’India, ovvero il trasferimento di armi e tecnologia per dare concreta sostanza all’alleanza. Quasi tutte le relazioni chiave degli Stati Uniti sono guidate dal Dipartimento della Difesa, tenendo conto di un contenuto strategico di alto livello. In questo senso è significativa la traiettoria dai primi anni ’90, quando il DoD difficilmente aveva alcun interesse nei confronti dell’India, ad oggi, dove ha raggiunto un punto in cui vuole essere la principale forza guida.

Questioni regionali

Questo ha importanti vantaggi. In primo luogo un chiaro dialogo. Gli alti funzionari statunitensi hanno apparentemente trasmesso ai generali pakistani che gli interessi strategici dell’India supereranno di gran lunga i loro poiché l’India ha maggiori capacità e portata, così come in ultima analisi obiettivi più robusti nella regione. Dunque è meglio che si abituino all’idea. Questo cambiamento è lontano dalla strategia di due anni fa, quando gli statunitensi erano evasivi con le loro scommesse su entrambi i paesi. Ma oggi c’è una maggiore attenzione nei confronti degli interessi dell’India. Gli statunitensi sono altrettanto perplessi su come trattare con un paese che ha permesso la sua lenta radicalizzazione e che, nonostante le opportunità, non è riuscito ad arginare la marea. Dove portano le nuove tendenze? Ci potrebbe essere una mancata corrispondenza di aspettative e capacità. Per esempio, gli Stati Uniti possono essere diposti a che l’India sia un elemento chiave di equilibrio nella regione e in Afghanistan. Nuova Delhi, tuttavia, può essere più a suo agio con un ruolo molto modesto. È improbabile che l’India accetti di essere un operatore di una rete di sicurezza e la sua visione strategica può essere limitata alla garanzia che le forze anti-indiane non dominino a Kabul. Gli attacchi contro le truppe statunitensi potrebbero aver aumentato il nervosismo della classe politica indiana a proposito della formazione delle forze afghane. Infine c’è la bruta realtà della stessa India, che può allontanare il più forte alleato. I democratici e i repubblicani sono uniti nel loro sostegno nei confronti dell’India, ma per quanto riguarda Nuova Delhi come considerare il clima politico dagli orizzonti ristretti e le ossessioni di breve termine che si manifestano in manovre “tattiche” tali da poter far deragliare gli obiettivi strategici più grandi del paese?

(Traduzione dall\’inglese di Francesco Brunello Zanitti)

NOTE:

Seema Sirohi è un giornalista con sede a Washington DC. Samir Saran è vice-presidente dell’Observer Research Foundation.

La traduzione è stata realizzata dall'IsAG su autorizzazione del detentore dei diritti; la responsabilità dell'accuratezza della traduzione ricade sull'IsAG.

FONTE:

Observer Research Foundation, 29 settembre 2012.


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