Le forze politiche pakistane stanno facendo pressione sul governo affinché intavoli al più presto dialoghi di pace con i militanti talebani. L’obiettivo è contenere...

Le forze politiche pakistane stanno facendo pressione sul governo affinché intavoli al più presto dialoghi di pace con i militanti talebani. L’obiettivo è contenere i loro violenti attacchi, che contribuiscono ad alimentare un clima di terrore e instabilità difficilmente sostenibile, soprattutto in un periodo di campagna elettorale. Un ambiente così ostile, in effetti, indebolisce ulteriormente le istituzioni civili, favorendo quelli che vengono considerati da tutti, analisti internazionali e locali, i veri detentori del potere, l’esercito e i servizi segreti. Sempre meno desiderabile appare dunque, per i partiti, la prospettiva di un’offensiva militare nel Waziristan settentrionale, il santuario degli estremisti lungo il confine con l’Afghanistan, che porterebbe inevitabilmente ad uno slittamento delle votazioni.

Il Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP), organizzazione che riunisce diversi gruppi fondamentalisti accumunati dalla lotta contro i militari pakistani nelle aree tribali del nord-ovest, ha già manifestato la sua disponibilità ad un confronto negoziale, subordinato però al rispetto di alcune condizioni preliminari. In particolare i talebani, che vogliono sentirsi tutelati nei riguardi dell’elite militare, chiedono la designazione di tre leader politici come loro garanti: il presidente della Pakistan Muslim League-Nawaz (PML-N) Nawaz Sharif, il leader del Jamiat Ulema-e-Islam-Fazl (JUI-F) Maulana Fazlur Rehman, e Syed Munawar Hasan del Jamaat-e-Islami (JI). Il portavoce del TTP Ehsanullah Ehsan riferisce che le violenze continueranno in ogni caso finché non sarà raggiunto un accordo soddisfacente. L’atteggiamento dell’esercito nei confronti del fondamentalismo islamico è contraddittorio. Se da una parte gruppi radicali come il Lashkar-e-Taliba (LeT), che individuano i propri nemici all’esterno della nazione, vengono supportati dalle forze militari nella misura in cui sono funzionali ai loro scopi strategici, il TTP, con la sua ostilità rivolta alle istituzioni domestiche, oltre che all’India e all’Occidente, è al contrario un loro bersaglio.

La posizione dell’opinione pubblica pakistana rispetto all’eventualità di giungere a un compromesso coi talebani non è unanime. Ciò che turba maggiormente è l’idea di negoziare una pace nell’ambito di una guerra non da tutti percepita come propria. Sentimenti antiamericani sono vivi nella popolazione, rinforzati dalle numerose morti di civili causate dagli attacchi di droni statunitensi. Questa tensione si riflette nell’atteggiamento di molti esponenti politici che, come Nawaz Sharif, difficilmente colpevolizzano in modo esplicito gli estremisti per le vittime provocate dagli attentati terroristici, anche quando da loro apertamente rivendicati. La stampa locale s’interroga quindi sull’utilità e l’efficacia di una tale trattativa, visto l’atteggiamento ambiguo di alcuni partiti e tenuta in considerazione la natura stessa del fondamentalismo, intollerante e dunque poco incline ad accettare le regole del sistema democratico.

La possibilità che si avvii un dialogo tra estremisti islamici e autorità pakistane è una questione d’interesse internazionale che rientra nell’ampio tema della riconfigurazione dei rapporti di forza all’interno dell’Asia Meridionale. Per gli Stati Uniti una simile prospettiva potrebbe incoraggiare un miglioramento delle relazioni con Islamabad, in quanto renderebbe possibile un suo coinvolgimento diretto nella realizzazione, in Afghanistan, di accordi di pace che prevedano una reintegrazione dei talebani nel quadro politico del Paese. La mediazione del Pakistan, sul cui territorio sono localizzate le basi di diversi gruppi armati in lotta contro il governo di Kabul, potrebbe rivelarsi decisiva. Dal punto di vista pakistano, la stabilizzazione della situazione afghana contribuirebbe a contenere l’esodo di rifugiati e profughi che impone costi enormi all’economia del Paese. Lo sforzo inclusivo e di rappresentanza aiuterebbe poi a scongiurare lo scoppio di una guerra civile che coinvolgerebbe necessariamente, e in modo disastroso, le realtà confinanti. Contribuire alla costruzione del dialogo permetterebbe inoltre a Islamabad di controllare e minimizzare la temuta influenza indiana su Kabul. Gli USA, da parte loro, si trovano di fronte alla necessità di avviare la guerra afghana verso una conclusione pacifica, in previsione del loro ritiro, annunciato per il 2014. Le trattative con i talebani dunque, ufficialmente giustificate in nome della stabilizzazione etnica dell’area, sono legate alle difficoltà di protrarre ulteriormente un conflitto economicamente non più sostenibile e pesantemente impopolare.

La prospettiva di un miglioramento dei rapporti con il Pakistan, deterioratisi notevolmente negli ultimi anni, sarebbe funzionale agli interessi geostrategici statunitensi in Asia Meridionale. Il governo d’Islamabad sta in effetti consolidando dei rapporti con gli altri attori regionali, che vanno a contrastare con gli schemi tattici di Washington. L’annuncio ufficiale della ripresa dei lavori di costruzione del gasdotto tra Iràn e Pakistan ad esempio, deve aver turbato non poco gli Stati Uniti, preoccupati per il conseguente aumento dell’influenza iraniana nella regione. Washington, che con le sue pressioni ha impedito la partecipazione dell’India all’iniziativa, ha sempre ostacolato il progetto, colpevole oltretutto di indebolire i piani di realizzazione del gasdotto TAPI, controllato da investitori statunitensi, che dovrebbe attraversare Turkmenistan, Afghanistan, Pakistan e India. L’ultimatum USA rispetto alla possibilità di sanzionare il Pakistan per aver rotto l’isolamento iraniano, non è bastato a indurre Islamabad a fare un passo indietro. Tehran da parte sua, al di là degli importanti benefici che l’opera apporterebbe alla sua economia, è interessata ad evitare di essere accerchiata da alleati di Washington.

Allarmante per gli Stati Uniti è inoltre l’intesa sempre più solida tra Cina e Pakistan, che cooperano a livello militare e tecnologico e stanno potenziando le loro relazioni economiche. Islamabad, membro osservatore della Shanghai Cooperation Organization (SCO), ha beneficiato degli aiuti di Pechino nella concretizzazione di progetti infrastrutturali a lungo termine riguardanti la costruzione di strade, lo sviluppo minerario e l’industria energetica. La Cina ha inoltre investito 200 milioni di dollari nella realizzazione del porto di Gwadar, nella regione meridionale pakistana del Belucistan, evidentemente mossa da considerevoli interessi strategici. Gwadar rappresenta infatti un’alternativa valida al passaggio delle importazioni di greggio attraverso lo stretto di Malacca, sempre meno sicuro a causa dei continui attacchi di pirati. La particolare posizione del porto lo rende inoltre un punto di osservazione privilegiato delle attività navali nel Golfo Persico e nel Mar Arabico. La Cina dunque, attraverso il consolidamento dei rapporti economici con i Paesi limitrofi, sta progressivamente guadagnando influenza nella regione, realizzando la volontà di spingere gradualmente fuori gli Stati Uniti e di ridimensionare il ruolo centrale dell’India rispetto ai traffici marittimi nell’area.

Il Pakistan sembra inoltre intenzionato a intensificare la cooperazione con la Russia, soprattutto nei settori energetico, dell’acciaio e della difesa. La collaborazione con Mosca e Pechino rappresenta per Islamabad la possibilità di emanciparsi dalla dipendenza finanziaria da Washington e, conseguentemente, di produrre una politica estera più autonoma e conforme agli interessi nazionali. Per quanto riguarda la Russia, il Pakistan, con la sua posizione di ponte tra diverse aree regionali, costituisce un alleato attraente per l’espansione dei propri orientamenti strategici. I recenti sviluppi fanno dunque presagire un potenziamento del partenariato Cina-Russia-Pakistan-Iràn, scenario tutt’altro che auspicabile per gli Stati Uniti. Questi ultimi potrebbero tentare di indebolire l’asse, sfruttando la recente apertura al dialogo con gli estremisti del governo d’Islamabad per recuperare influenza coinvolgendolo nel processo di pacificazione dell’Afghanistan. Il rilancio dei rapporti tra i due Paesi è però tutt’altro che scontato, considerando la sfiducia manifesta che continua a caratterizzarli.

NOTE:

Chiara Macci è laureanda in Relazioni Internazionali (Università degli Studi Roma Tre) e stagista del programma "Asia Meridionale" dell'IsAG.


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