Da qualche tempo ormai si parla di cedere le ultime partecipazioni statali, un retaggio vero e proprio degli anni in cui le imprese di...

Da qualche tempo ormai si parla di cedere le ultime partecipazioni statali, un retaggio vero e proprio degli anni in cui le imprese di Stato erano il perno dello sviluppo italiano. Oggi sembra che ci si appresti ad abbandonare Eni e alcune sue controllate, ma le nubi si addensano anche su Finmeccanica che sembra essere presa di mira in maniera sempre più costante dalla magistratura. A distanza di vent’anni, maturata l\’esperienza delle prime dismissioni, andrebbe fatto un bilancio critico delle scelte fatte. Fu davvero a conti fatti e soprattutto dinanzi alle promesse del neoliberismo, che oggi sembra entrato in una profonda crisi, una scelta vincente? Negli anni Novanta iniziò un processo di dismissioni in tutta Europa: è in Italia però che si osserva un travaglio con non poche ambiguità e ombre che accompagneranno tutto il processo di liquidazione del gruppo IRI. A distanza di tempo, è ormai certo che il processo avvenne con eccessiva leggerezza e non poche zone grigie, senza poi un vero piano che cautelasse quello che queste industrie rappresentavano per il paese.

Dagli anni Novanta l’Italia entrerà in un lento decadimento, innescato da una deindustrializzazione che a conti fatti porterà a una perdita di competitività, venutasi a creare sia dall\’abbandono di vari settori produttivi, nei quali l’Italia era oltretutto all’avanguardia, tanto quanto dalla cessione di quote di mercato interno senza una corrispettiva acquisizione di nuove quote all’estero. Ad esempio la Francia entrerà in posizione quasi dominante nella distribuzione alimentare, con la cessione della GS (SME gruppo IRI), alla società Carrefour che insieme con altre entreranno nel mercato italiano, ma non lo stesso farà l’Italia in Francia. Nell’agroalimentare vi è stata una debolezza e un’incapacità nel tutelare il settore: il gruppo SME, sempre in attivo nella sua storia, sarà spezzettato e venduto a competitori esteri. Saranno ceduti alcuni tra i più prestigiosi marchi italiani che per qualità e unicità riconosciuta in tutto il mondo genereranno una perdita sostanziale. Dopo la privatizzazione, infatti, verrà a mancare la base per riorganizzare il settore con la creazione di un grande gruppo agroalimentare in grado di massimizzare la competizione e primeggiare a livello internazionale; obiettivi d’indubbia riuscita per i prodotti italiani. La stessa piccola e media impresa avrebbe beneficiato di questa piattaforma di proiezione e tutela sul mercato internazionale; basti pensare alla perdita derivante dal giro miliardario della contraffazione dei prodotti italiani. Famoso il caso del Parmigiano prodotto negli Stati Uniti e ultimamente dell’aceto balsamico di Modena prodotto a New York. Di una vera Caporetto possiamo invece parlare per industrie di prestigio come la Nuovo Pignone.

La Nuovo Pignone era l’azienda metalmeccanica dell’Eni; dopo la messa al bando del nucleare prese piede lo sviluppo di centrali a gas: lo stesso mercato delle turbine a gas era previsto in crescita in tutto il mondo, il futuro dell’azienda non presentava ostacoli ma opportunità concrete e durature. In cantiere vi era poi il progetto congiunto di Ansaldo con Breda e Nuovo Pignone di creare un polo tutto italiano; quest’unione avrebbe portato alla nascita di un unicum per capitale umano, innovazione tecnologica e capacità d’esportazione, insomma aveva tutte le carte in regola per primeggiare a livello internazionale negli anni che venivano. Lo sposalizio tra le aziende non avvenne, fu annullato dal governo Amato che operò per la cessione di Nuovo Pignone; tra le polemiche l’azienda fu ceduta all’americana General Elettric. Oltre ad aver assorbito un formidabile avversario, la GE farà suo un portafoglio clienti con commesse per un valore di circa 3000 miliardi di lire solo nei primi cinque anni. Se si calcola che l’acquisizione costò a GE solo 700 miliardi e che l’industria solo per le commesse ne valeva quattro volte tanto, la privatizzazione di Nuovo Pignone non fu un affare1, ma addirittura un regalo. In più l’Italia andava perdendo per sempre un’azienda di rilievo e la sua presenza in un settore produttivo avanzato. Cominciava un nuovo capitolo della storia italiana, in altre parole quel processo di deindustrializzazione che ci accompagnerà fino ad oggi. Per fare un esempio, le navi della Marina militare imbarcano come propulsione turbine a gas GE/Avio, ma l’aspetto più significativo e indiscutibile, sta nel fatto che la Nuovo Pignone ha moltiplicato per otto il suo capitale e che questo incremento si era già preventivato al tempo della dismissione.

Le privatizzazioni sono servite solamente a fare cassa velocemente con l’obiettivo di rientrare nei parametri di Maastricht; dunque il calcolo è stato nel breve-medio periodo, scandito da una tempistica, non interna, ma imposta dall’Unione Europea2. Negli altri paesi esse si sono accompagnate con dei piani strategici di tutela nazionale, mantenendo le aziende e i capitali in patria, ma ciò non è avvenuto in Italia, dove si è assistito a una vera e propria colonizzazione economico-industriale della quale non si nascondono neanche le velleità straniere. Oggi dinanzi alla crisi economica si vuole rispondere con la stessa ricetta, si parla di cedere le partecipazioni statali che restano con l’intento di fare cassa, ma allo stesso tempo si salvano le banche. Ciò che ha permesso negli anni settanta di superare l’Inghilterra come potenza economica e di resistere alla crisi di quel decennio, fu il modello IRI, la famosa terza via, che vedeva lo Stato partecipare con i privati nella vita industriale del paese. Dall’energia alla distribuzione, al chimico ai trasporti e ai generi alimentari, toccando in pratica tutti i settori vitali del paese, questo baricentro verrà a mancare improvvisamente e senza una sua riorganizzazione. Nell’era del neoliberismo, dove l’Unione Europea è liberale nella sua genesi costitutiva3, in particolar modo dopo il crollo del muro di Berlino, notiamo che l’espansione del mercato globale trasforma le multinazionali nei nuovi attori di riferimento al posto degli Stati che assumono sempre più un ruolo prettamente burocratico nell’attuazione delle politiche fiscali e di tutela desiderate. I grandi potentati economici anglosassoni operano avendo alle spalle gli Stati di appartenenza: famoso il caso in cui il sistema di spionaggio Echelon è usato per agevolare le aziende americane, in quella nuova forma d’intelligence industriale ed economica, figlia per l’appunto dell’era del mercato globale.

L’Italia è deficitaria in questo più degli altri paesi? Sembra che in verità all’Italia sia mancato quel gioco di squadra che altri paesi come Francia e Germania hanno saputo fare nel nome dell’interesse nazionale che in Italia è stato ed è fortemente trascurato dalla politica, se non addirittura del totale disinteresse per esso. Il ruolo di potentato fu svolto proprio dall’IRI e da una classe politica venuta dalla guerra che seppe guardare con responsabilità a quello che fu motore dello sviluppo e del successivo boom economico. La classe dirigente della seconda repubblica ha evidenziato incapacità nel proteggere e agevolare la produttività nazionale nel mercato globalizzato. Critiche arrivano anche dalla Corte dei conti4: nel suo rapporto datato 2010 fa notare che dopo le privatizzazioni, le società hanno aumentato i profitti solamente grazie all’aumento delle tariffe, sfruttando le posizioni di mercato e senza aver operato alcuna vera innovazione e investimento. In ultimo, l’annuale rapporto dei servizi segreti evidenzia come ci siano delle manovre straniere miranti all’acquisizione delle industrie strategiche come Finmeccanica, Ansaldo energia, Agusta Westland, Eni, in altre parole il settore difesa ed energia. La Francia è interessata a delle controllate di Finmeccanica tra cui la Selex e la efficientissima Waas. L’azienda leader a livello mondiale nel settore dei sistemi d’arma subacquei fa gola alla francese Thales con la quale fa parte del consorzio italo-francese Eurotorp, operante nel settore difesa subacquea con il 50% controllato da Waas e 24% e 26% per le francesi Thales e DCNS. Ansaldo energia è invece nelle mire della tedesca Siemens e della coreana Samsung. Non mancano inglesi e americani interessati ad Augusta Westland e a DRS, una controllata di Finmeccanica in America.

Ancora una volta sembra ripetersi il copione di una classe politica distratta e incapace di tutelare le aziende, in questo caso ai primi posti per innovazione in settori all’avanguardia come la difesa, e ancora una volta si perde di vista un fattore reale delle industrie statali: esse possono generare maggiori risorse di quelle derivanti dalle liquidazioni. Se inserite in quadro di politiche di sviluppo, il processo di accumulazione di capitale diventa una funzione pubblica con entrate disponibili per l’interesse pubblico. Si va ripetendo anche il modus operandi delle privatizzazioni in Italia; in pratica di come le aziende siano ridotte a uno spezzatino diminuendone il loro potenziale. Il grande valore di Finmeccanica è nella sua natura multisettoriale che le permette una versatilità e capacità produttiva unica e invidiata. Come per l’Eni che può operare in tutto il processo del petrolio e del gas, spezzettarla vuol dire renderla meno competitiva e diminuirne il valore. I casi portati ad esempio mostrano come, venuto meno l’attore principale di un determinato comparto, si venga a creare un precedente tramite il quale attori esterni operano scalate al mercato, arrivando al controllo di una percentuale rilevante di esso, disperdendo capitale e innovazione nazionale, destrutturando o inglobando i segmenti minori alle grandi industrie. Lo stesso rapporto dei servizi segreti e la Confederazione italiana agricoltori (CIA) denunciano, infatti, una perdita annua del prodotto fabbricato in Italia pari a 210 miliardi di euro5, proprio tramite i meccanismi citati. Essi, infatti, permettono acquisizione di marchi e brevetti, e la possibilità di delocalizzare fuori dall’Italia la produzione, spesso coadiuvati da politiche fiscali favorevoli. La classe politica, ma anche la dirigenza delle società deve impedire l’ennesimo sacco di Roma.

In conclusione, le privatizzazioni sono state operate con una totale incoscienza politica senza piani post-dismissioni e di tutela del mercato interno dinanzi al nuovo assetto internazionale, svendendo segmenti industriali prosperi e strategici, lasciando l’Italia in balia di gruppi stranieri che senza mezzi termini hanno fatto la spesa a costi di favore. Questo è stato il prezzo per entrare in Europa, un prezzo troppo alto che qualcuno dovrebbe ridiscutere. Adesso in gioco ci sono le ultime aziende di valore rimaste, ma anche lo stesso status dell’Italia tra le grandi potenze; si eviti l’ultimo colpo fatale che farebbe dell’Italia una \”colonia\” senza mezzi propri, in totale posizione di dipendenza.

NOTE:

Alessandro Di Liberto è collaboratore dell'IsAG.

1. Interrogazione a risposta scritta, Camera dei Deputati
2. Privatizzazioni e interesse pubblico, "Centro Ricerche Documentazione Economica e Finanziaria".
3. Il Trattato che istituisce la Comunità europea (nella versione in vigore dal 1° febbraio 2003, integrato con le modifiche apportate dal trattato di Nizza, firmato il 26 febbraio 2001) all’articolo 87 (ex articolo 92), comma 1, dispone che: "Salvo deroghe contemplate dal presente trattato, sono incompatibili con il mercato comune, nella misura in cui incidano sugli scambi tra Stati membri, gli aiuti concessi dagli Stati, ovvero mediante risorse statali, sotto qualsiasi forma che, favorendo talune imprese o talune produzioni, falsino o minaccino di falsare la concorrenza".
4. Corte dei Conti: le ex aziende pubbliche ora fanno i soldi grazie a tariffe più care, "Corriere della Sera", 26 febbraio 2010.
5. Crisi: l’agroalimentare “made in Italy” è ormai terra di conquista. Mani straniere su un patrimonio da 210 miliardi di euro, "Confederazione Italiana Agricoltori", 28 febbraio 2013.


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