La visita del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, in Israele – con le tappe in Cisgiordania ed in Giordania tra il 20 e...

La visita del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, in Israele – con le tappe in Cisgiordania ed in Giordania tra il 20 e 22 marzo – ha suscitato reazioni contrastanti, soprattutto in riferimento alle attese della vigilia riguardo un possibile back on track dei negoziati con i palestinesi. Si è trattato del primo viaggio dell’Obama presidente. Era il gennaio del 2006, infatti, quando nelle vesti di senatore dell’Illinois intraprese la sua prima visita ufficiale nel Vicino Oriente. Il viaggio del marzo scorso, per la sostanziale coincidenza di tempi, ha assunto quasi la forma di un saluto al nuovo governo israeliano, il terzo guidato dal rieletto leader del Likud, Benjamin Netanyahu. E’ interessante in primo luogo analizzare la fisionomia politica del nuovo esecutivo uscito dalle urne il 22 gennaio scorso, alla luce di un esito elettorale incerto e non esente da novità relative al processo di rinnovamento politico interno. Esse riguardano in particolar modo l’ascesa prepotente del partito Yesh Atid (“C’è un Futuro”), secondo solo al binomio formato dal Likud di Benjamin Netanhyahu e Israel Beytenu (“Israele, Casa Nostra”) di Avigdor Lieberman. Il suo leader, Yar Lapid, noto giornalista televisivo e nuovo ministro delle finanze, ha incentrato la campagna elettorale soprattutto sui diritti civili e lotta alla corruzione, con vaghi  riferimenti alla questione palestinese, opponendosi esplicitamente al congelamento della costruzione di nuove abitazioni di coloni.1

Nei vertici dell’esecutivo, una delle cariche più rilevanti in virtù delle ripercussioni sulla vocazione espansionistica di Israele in Cisgiordania è senza dubbio quella relativa al Ministero dell’Edilizia. La sua direzione è stata affidata a Uri Ariel, membro del partito HaBayit HaYehudi (“La Casa Ebraica”). “Un colono integralista – lo definisce Uri Avnery, analista politico israeliano – fondatore lui stesso di un insediamento di coloni. Affidargli il dicastero significa indirizzare gran parte delle risorse verso una frenetica costruzione degli insediamenti, ognuno dei quali rappresenta un chiodo sulla bara della pace”2. Quello di essere sostanzialmente dominato dalla presenza di figure profondamente sensibili all’espansione della presenza ebraica e dei settlers è il tratto preponderante del terzo governo Netanyahu, a scapito, invece, della rappresentanza religiosa ultraortodossa, che per la prima volta non ricoprirà incarichi di governo. Il nuovo ministro della Difesa Moshe Yaalon, del Likud, è una vecchia conoscenza dell’establishment sionista. Ex Capo di Stato Maggiore, “è un militarista estremo – ancora Avnery –  che vede qualsiasi problema attraverso la canna di una pistola”3.

Yaalon, ad esempio, si oppose strenuamente alla decisione di Sharon di evacuare i coloni di Gaza nel 2005. Oltre alla carica di primo ministro, Netanyahu terrà provvisoriamente anche il vertice del ministero degli esteri in attesa di affidarlo a Lieberman, ora alle prese con guai giudiziari. L’uomo che nel 2006 dichiarò di essere un sostenitore della democrazia, “ma di fronte ad una contraddizione tra valori democratici e valori ebraici, i valori ebraici e sionisti devono prevalere”4. A Gerusalemme, il 21 marzo, Obama ha detto che \”la continua attività di colonizzazione è controproducente alla causa della pace\”. E’ necessario notare come la storia insegni che, sul conflitto israelo-palestinese, le parole dei presidenti degli Stati Uniti vadano interpretate con molta cautela. In ciò le parole di Obama non hanno trasgredito l’ortodosso “vocabolario del conflitto” utilizzato dall’establishment nordamericano. “La posizione statunitense è che non ci dovrebbero essere nuovi insediamenti nella West Bank o a Gerusalemme Est. Pensiamo che sia costruttivo per il processo di pace se Israele seguisse la nostra posizione”5. In questo caso non è Obama a parlare ma il presidente repubblicano USA George H. W. Bush. Era il 3 marzo del 1990.

Il riscontro effettivo alla presunta durezza e severità manifestata nei confronti dell’alleato ebraico vanno ricercate in altri ambiti. Ad esempio, al capitolo aiuti militari e prestiti. Ed in questo l’amministrazione Obama non si è distinta per un segno di discontinuità con il passato. L’ammontare degli aiuti in campo militare stanziati per il 2013 è di 3,1 miliardi di dollari, una cifra senza precedenti nella storia degli Stati Uniti. Dal 2009, con 2,55 miliardi, al 2013, l’assegno staccato da Washington ha ospitato cifre in progressivo aumento. Inoltre, quello che è ancora il primo destinatario degli aiuti americani, non sembra essere intaccato da quel percorso di revisione della spesa pubblica e riduzione del deficit federale intrapreso dal governo nordamericano. Così si espresse, nel novembre del 2011, Andrew J. Shapiro, assistente del segretario di Stato USA per gli Affari politico-militari: “Oggi, in tempi di austerità sul bilancio alcuni ci chiedono perché dovremmo mantenere l’aiuto ad Israele e se il fatto che esso è uno storico alleato e che condivida con noi un legame speciale sia una ragione sufficiente per continuare a spendere i soldi dei contribuenti americani sulla sicurezza di Israele. Non sosteniamo Israele solo per il nostro storico legame, ma perché è nel nostro interesse nazionale farlo. […] L’impegno americano in favore della sicurezza e della prosperità di Israele si prolunga da diversi decenni in quanto i nostri leader da ambo le parti hanno capito che ciò è nel nostro interesse […] Se Israele fosse più debole i suoi nemici sarebbero più forti”6.

C’è un precedente storico che è esemplificativo al fine di comprendere la natura della reticenza dei presidenti americani a subordinare gli aiuti a reali condizioni politiche all’alleato israeliano. E riguarda sempre George Bush senior. Nel gennaio del 1992, egli vincolò un prestito di dieci miliardi di dollari richiesto da Israele – ufficialmente per far fronte all’immigrazione ebraica proveniente dall’Unione Sovietica in disfacimento – al congelamento della costruzione di nuovi insediamenti in Cisgiordania, che procedeva a ritmi incalzanti sotto le direttive dell’allora governo targato Likud, guidato dal premier Yithzak Shamir. Era dalla presidenza Eisenhower che un presidente nordamericano non poneva condizioni agli aiuti chiesti da Israele.  Alla fine, dopo l’ascesa al governo della “colomba” laburista Yithzak Rabin nel 1992, che in campagna elettorale aveva assunto una posizione più morbida in merito alla costruzione di nuove abitazioni per i coloni nella West Bank, Bush acconsentì all’elargizione dei dieci miliardi. Il tentennamento iniziale non fu perdonato dall’elettorato ebraico americano che alle elezioni del ’92 voltò le spalle al leader repubblicano in favore del candidato democratico William J. “Bill” Clinton, che al contrario si era espresso in modo critico verso il suo avversario politico per aver intaccato la special relation. Lo stesso Clinton si definirà nell’autunno del 1998 “il presidente più filo-israeliano dopo Truman”7. E’ importante osservare come, invece, nel corso del mandato laburista, dal 1992 al 1996, il numero di coloni a Gaza ed in Cisgiordania aumentò del 45%, da 101.000 unità a 140.0008. Tanto che nel 1996, il ministro delle Finanze del nuovo governo del Likud di Netanyahu, Dan Meridor, porgerà uno speciale ringraziamento al governo Rabin “per aver aumentato il numero di ebrei in Giudea e Samaria (la Cisgiordania nda) nei quattro anni passati. Nel corso del loro mandato migliaia di abitazioni sono state costruite ed il loro numero è cresciuto da 100.000 a 140.000”9.

Ad un progressivo e costante aumento degli aiuti americani ad Israele negli anni dell’amministrazione Obama, è legato un incremento direttamente proporzionale dell’espansione israeliana nei Territori palestinesi. Nel 2010 il tasso di crescita della popolazione di coloni, escludendo Gerusalemme est, è stato due volte e mezzo più alto di quello della popolazione in territorio di Israele: rispettivamente 4,9% contro 1,9%10. Nel 2011 il numero di coloni superava le 520.000 unità. Secondo l’Israel Central Bureau of Statistics (CBS), la spesa israeliana per gli insediamenti tra il 2009 ed il 2011 è aumentata del 38%. Sotto l’ultimo governo Netanyahu, è stata approvata in via definitiva la costruzione di 10.031 unità abitative a Gerusalemme Est.11 I coloni israeliani presenti in Cisgiordania hanno accesso ad una quantità d’acqua sei volte maggiore rispetto ai palestinesi12. Nel 2011 le nuove costruzioni sono aumentate del 20% in più rispetto all’anno precedente. Tra il 2002, anno della sua istituzione, ed il 2012, il c.d. Quartetto – il gruppo di nazioni (USA, UE, Nazioni Unite e Russia)  chiamato ad un ruolo di mediazione nel processo di pace – ha rilasciato ben trentanove dichiarazioni congiunte di condanna all’espansione degli insediamenti. Nello stesso periodo la popolazione degli insediamenti israeliani in territorio palestinese è cresciuto del 35%, da 377.000 a 500.000 circa13. Ad oggi, la “soluzione due Stati due popoli”, principio aureo di un processo di pace che sembra giacere su un binario morto, non è percorribile. E gli ostacoli maggiori, tra gli altri, risiedono proprio nel grande equivoco storico di considerare gli Stati Uniti  mediatori imparziali del conflitto e nell’espansione incessante della colonizzazione israeliana nei territori palestinesi, che presumibilmente non subirà rallentamenti nel corso della prossima legislatura. A prescindere dalle parole.

NOTE:

Diego Del Priore è ricercatore associato dell'IsAG nel programma di ricerca "Nordafrica e Vicino Oriente".

[1] The Settlers will rise in power in Israel’s new government, Haaretz, 14 marzo 2013.
[2] Uri Avnery, In Israel, the New Politics looks like the Old Politics. To the Victor the Spoils, Counterpunch, 15 Marzo 2013.
[3] Uri Avnery, cit.
[4] Donald Macintyre, Lieberman: The man dragging Israel to the right, The Independent, 3 Novembre 2010.
[5] Yehuda Lukacs, The Israeli-Palestinian Conflict: A Documentary record 1967-1990, Cambridge University Press, Cambridge, 1992, pag. 133.
[6] Jeremy M. Sharp, U.S. Foreign Aid to Israel, Congressional Research Service, 12 Marzo 2012.
[7] Robert Fisk, Cronache Mediorientali, Il Saggiatore, Milano, 2006, pag.51
[8] Kathleen Christison, Perceptions of Palestine: their influence on U.S. Middle East Policy, Los Angeles, University of California Press, 1999, pag. 271.
[9] Nicholas Guyatt, The Absence of Peace. Understanding the Israeli-Palestinian Conflict, Zed Book, London, 1998, pag. 81
[10] B’Tselem – The Israeli Information Center for Human Rights in the Occupied Territories.
[11] Settlements and the Netanyahu Government: A Deliberate Policy of Undermining the Two-State Solution, Peace Now, 16 gennaio 2013.
[12] The Humanitarian Impact of Israeli Settlement Policies. Update December 2012, OCHA, United Nations.
[13] Words are not enough. The continued growth of Israeli settlements in the occupied Palestinian Territories, Oxfam report, 2012.


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