Nello scenario a geometrie variabili che si sta profilando a livello globale il risultato delle elezioni presidenziali venezuelane riveste un’importanza cruciale per la ridefinizione...

Nello scenario a geometrie variabili che si sta profilando a livello globale il risultato delle elezioni presidenziali venezuelane riveste un’importanza cruciale per la ridefinizione dei futuri equilibri regionali. Quello che doveva essere un trionfo per Nicolás Maduro si è rivelata contro ogni aspettativa e previsione una modestissima vittoria che, oltre a non rendere onore alla memoria del Colonnello, pone seri dubbi sulla effettiva e possibile prosecuzione del processo bolivariano. Il risultato delle consultazioni dello scorso 14 aprile che hanno consegnato palazzo Miraflores a Maduro per una manciata di voti – soli 250.000 – con una risicatissima maggioranza del 50,66 % contro il 49,07% dello sfidante Capriles descrive un Paese confuso, disorientato, perfettamente spaccato in due blocchi e candidato per tali ragioni ad una condizione di stallo ove il neopresidente non riuscisse nel breve termine a trovare una giusta mediazione.

La spaccatura sostanzialmente è frutto della poderosa rimonta riuscita a mettere in campo da Capriles a cui va riconosciuta l’abilità di essere riuscito a colmare in pochi mesi quel gap dell’11% che alle precedenti elezioni dello scorso ottobre lo separava da Chávez. Questo dato appare ancora più significativo se si pensa che la campagna elettorale sia durata appena dieci giorni e sia stata condizionata – peraltro evidentemente meno delle aspettative – dall’onda emotiva per la morte di Chávez. Tuttavia, tralasciando il caos delle polemiche successive allo spoglio, e certi che il riconteggio non ne smentirà il risultato poiché le operazioni di voto in Venezuela si sono svolte secondo regole molto precise e rigorose quali la doppia identificazione degli elettori e la doppia certificazione del voto e sono state sottoposte all’attenta sorveglianza di tre grandi osservatori internazionali quali l’UNASUR, il Centro Carter e il CNE nonché di un cospicuo numero di rappresentanti di lista di entrambi gli schieramenti, siamo convinti che governare il Paese e portare avanti il processo bolivariano sarà per il neoletto Presidente Maduro impresa tutt’altro che facile, soprattutto se si considera che la situazione interna al suo schieramento non è certamente tra le più rosee. Certamente non si può negare il pregio e l’importanza della politica posta in essere dal precedente governo nel corso degli ultimi 14 anni. Stando ai dati della Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi (CEPAL), numerosi sono stati i segni positivi della politica di Chávez fra cui, per fare qualche esempio, la riduzione della povertà dal 49,4% del 1999 al 29,5% nel 2011 e dell’indigenza dal 21,7% all’11,7%, il calo della mortalità infantile dai 20,3 decessi ogni 1000 nati vivi del 1998 ai 12,9 nel 2010, e l’aumento del tasso di iscritti che nelle scuole primarie è passato dall’85% al 92,7%, mentre nelle secondarie dal 48% al 72,8%.

Tuttavia, oltre ai dati positivi, Maduro eredita dal precedente governo anche l’arduo compito di provvedere alle questioni irrisolte quali, fra tutte, il problema dell’inflazione rimasta a due cifre nonostante abbia chiuso il 2012 al 20,1% (7,5 punti percentuali in meno rispetto al 2011) e della criminalità che ha registrato un aumento del tasso degli omicidi di ben il 14% nell’anno 2012. Vi è poi il problema dell’eccessiva dipendenza dalle risorse petrolifere e del mancato completamento di quel processo di diversificazione economica del Paese che consentirebbe al Venezuela di distaccarsi da un importante 95% di dipendenza dalle esportazioni di petrolio e che il governo di Chávez è stato incapace di completare. Quest’ultima questione appare, infatti, cruciale per il futuro del Paese se solo si pensa che la detta dipendenza comporta una spesa di circa 30-40 miliardi di dollari per coprire i costi di importazione e che, in più, nonostante il prezzo del petrolio sia relativamente alto, il volume delle entrate rimane molto inferiore rispetto a quello delle uscite dello Stato, ragion per cui Caracas, nel febbraio del 2013, è stata costretta a svalutare, per la quinta volta in un decennio, la sua moneta del 32% al fine di porre un freno all’uscita dei capitali dal Paese e per creare una maggiore competitività dell’industria nazionale; scelta, questa, che ovviamente ha prodotto nuovo aumento inflazionistico. È chiaro, dunque, che nonostante il Venezuela abbia superato l’Arabia Saudita in termini di riserve di greggio, un’economia così esclusivamente dipendente da tale risorsa non può considerarsi solida nel lungo periodo, soprattutto per la rilevanza di altri fattori, quale ad esempio l’oscillazione dei prezzi che può causare seri rischi per la tenuta economica del Paese.

Infatti, se al momento i prezzi sono in ascesa, non è peregrina l’ipotesi di un loro tracollo in particolare se si pensa che la crisi economica in atto ha portato ad una forte diminuzione del consumo di risorse energetiche. Stando ai dati forniti qualche settimana fa da due market reports – dell\’OPEC e del U.S. Energy Department – nell’anno in corso si sta registrando un ribasso di richiesta di petrolio globale dovuta principalmente al consumo decrescente in Europa e in Giappone; se a ciò, poi, si aggiunge che gli Stati Uniti – principali acquirenti di petrolio venezuelano – hanno in previsione di raggiungere l’autosufficienza energetica, si comprende allora la precarietà che l’eccessiva dipendenza dal petrolio potrebbe costare all’economia venezuelana sul lungo periodo. Peraltro, sempre in ambito petrolifero, tra le sfide a cui il nuovo governo dovrà far fronte vi è ricompresa quella dell’ammodernamento di gran parte degli impianti di estrazione petrolifera dal momento che la produzione di energia è sorretta per il 35% da sistemi idroelettrici che fanno calare in maniera notevole la domanda interna di petrolio.

Oltre ai problemi di natura economico-sociale, Maduro dovrà fronteggiare altre spinose questioni quali l’indebolimento politico registrato dal risultato delle urne e la relativa parabola ascendente dell’opposizione, argomento che appare ancor più arduo stante le crepe che iniziano ad aprirsi anche sul fronte interno del partito. Il PSUV è, infatti, una formazione giovane nata soli sei anni fa per subentrare al precedente Movimento V Repubblica che era stato il primo supporto politico di Chávez e contempla fra le sue caratteristiche la stretta dipendenza dalla leadership del suo fondatore, ideologo e dirigente. Ad oggi, il PSUV, che con 5,7 milioni di iscritti è il più grande partito di riferimento socialista al mondo, non è riuscito ancora a liberarsi da questo peccato originale legato alla sua nascita verticistica e ciò, quasi sicuramente, potrà determinarne l’indebolimento. Si dubita che Maduro, pur essendo cresciuto all’ombra del vecchio Presidente, possegga quelle caratteristiche necessarie per tenere insieme un apparato così eterogeneo. A tal proposito, gli esperti già parlano di una eventuale tripartizione del potere tra Maduro, quale rappresentante dell’area civile, Cabello, esponente delle forze armate e presidente dell’Assemblea nazionale, e Rafael Ramirez, l’uomo chiave del PVDSA, la potente società petrolifera di Stato. Se, quindi, un’ampia vittoria elettorale avrebbe potuto certamente fungere da collante per mantenere unito il partito, oggi non può negarsi che un risultato così risicato possa nel lungo periodo scatenare processi centrifughi incontrollabili.

Con riferimento, invece, alla politica estera del Paese, si è certi che Maduro manterrà la politica precedente da lui stesso condotta negli ultimi sei anni in qualità di Ministro degli Esteri, mantenendo le relazioni con Russia e Cina, due importanti partner politico-commerciali, mentre si paventa un miglioramento dei rapporti con gli Stati Uniti. Ciò che potrebbe, invece, mutare è il peso del Venezuela in ambito regionale dal momento che Chávez, indiscusso leader carismatico, era stato l’antesignano del cambiamento politico del subcontinente e aveva conferito al Venezuela un ruolo preminente. Maduro, oltre a non possedere le caratteristiche carismatiche del suo predecessore, si trova a dover affrontare le già citate spaccature interne al suo schieramento e le ulteriori problematiche di carattere politico, economico e sociale che, almeno per ora, fanno intuire difficoltà nel mantenimento della leadership regionale per la quale, al contempo, tacitamente si candidano altri attori.

In definitiva, risulta evidente come la rivoluzione bolivariana, per quanto difficilmente potrà essere cancellata dalle dinamiche politiche del Paese, si troverà a percorrere un cammino arduo e complicato, che non esclude l’eventualità di battute di arresto e profondi mutamenti. Molteplici e differenti sono le sfide alle quali il Presidente Maduro dovrà far fronte. Solo se sarà abile e pragmatico, riuscirà a combinare insieme i vari elementi e assicurare il prosieguo del processo in corso, in quanto un eventuale cambio di scenario interno al Venezuela sicuramente porrebbe definitivamente fine al processo bolivariano.

NOTE:

Filippo Romeo è ricercatore associato del programma "America Latina" dell'IsAG.


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