Nuove opportunità economiche, un’importante posizione a livello strategico, un regime in fase di transizione, o comunque in bilico tra vecchie alleanze e nuove prospettive....

Nuove opportunità economiche, un’importante posizione a livello strategico, un regime in fase di transizione, o comunque in bilico tra vecchie alleanze e nuove prospettive. Questi elementi consentono di cogliere il rinnovato interesse nei confronti del Myanmar, da parte degli attori regionali, “vecchi” alleati come la Cina in primis, fino a nuovi protagonisti come gli Stati Uniti. Solo pochi anni fa, sarebbe stato impensabile annoverare il Myanmar tra i paesi su cui gli Stati Uniti potessero esercitare una qualsiasi influenza. Recentemente però, la giunta militare al potere dal 1962, ha compiuto cauti passi in tal senso. La storica visita di Hillary Clinton nel Dicembre 2011, seppur da alcuni considerata prematura, ha sancito, da una parte il riconoscimento statunitense degli sforzi riformisti intrapresi dal governo birmano, dall’altra la volontà di spingere Naypyidaw verso ulteriori e più incisivi cambiamenti, dal punto di vista politico, economico e sociale. Alla visita della Clinton è seguita, nel novembre 2012, quella dello stesso Obama, che per il primo viaggio ufficiale all’estero dopo la rielezione, ha scelto l’Asia sud-orientale, toccando tre paesi: Cambogia, Thailandia e appunto Myanmar. Qui il presidente nordamericano ha annunciato la riapertura dell’ufficio dell’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (United States Agency for the International Development – USAID) e lo stanziamento di 170 milioni di dollari in aiuti per i prossimi due anni, anche se molto dipenderà dal percorso riformista che la giunta militare riuscirà a porre in essere.

Recentemente è al centro dell’attenzione il tema del “ritorno” degli Stati Uniti in Asia, in quella che viene definita la strategia del re-engagement statunitense. La volontà cioè, da parte dell’amministrazione Obama, di accrescere l’influenza politica, economica, militare di Washington, in tutta l’area Asia-Pacifico. Una strategia sintetizzata dal discorso che Obama ha tenuto, il 16 novembre 2011, presso il Parlamento australiano. Il presidente democratico, infatti, ha dichiarato che gli Stati Uniti intendono svolgere un ruolo maggiormente incisivo nel presente e nel futuro della regione, considerando la presenza nell’area Asia-Pacifico come una top priority. Corollario di tale strategia, non può che essere un accrescimento della competizione e del confronto con la Cina. Prioritario diventa dunque per Washington, da un lato rafforzare i rapporti con gli alleati storici nella regione, dall’altro allacciare nuovi legami, anche con paesi che in passato difficilmente potevano essere considerati come favorevoli. Da questo punto di vista, gli Stati Uniti possono sfruttare la diffidenza che inizia a manifestarsi in Asia, nei confronti dell’aggressiva penetrazione economica cinese, oltre che le dispute territoriali che alcuni paesi hanno con Pechino (i piani cinesi di rafforzamento della potenza militare navale, non possono che alimentare i timori in tutto il sud-est asiatico).

Tornando al Myanmar, negli ultimi tempi il regime si è timidamente aperto ad alcune istanze democratiche provenienti da occidente. La riabilitazione del partito LND (Lega Nazionale per la Democrazia), dell’ex Premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, il rilascio di alcuni prigionieri politici, l’allentamento della censura nei confronti della stampa, sono alcuni dei provvedimenti che hanno concretizzato lo sforzo riformista della giunta militare birmana. In questo senso, può essere letta anche la decisione da parte del presidente Thein Sein di allontanare alcuni rappresentanti del vecchio regime, maggiormente legati alla Cina. Tralasciando il discorso sui diritti umani, l’interesse degli Stati Uniti nei confronti del Myanmar, riguarda da una parte le opportunità economiche per le imprese statunitensi, derivanti da un’eventuale rimozione delle sanzioni. Si può facilmente intuire poi, l’interesse strategico di poter esercitare un’influenza su un paese al ridosso del confine meridionale cinese, contrastando così anche gli sforzi di Pechino per garantirsi un accesso al Golfo del Bengala.
Sarebbe però prematuro sopravvalutare le aperture di Naypyidaw nei confronti dell’occidente. I legami con la Cina restano ancora importanti e difficilmente quest’ultima rimarrà a guardare mentre gli Stati Uniti incrementano la loro presenza nella regione. Il rapporto con la Cina ha consentito al Myanmar di attenuare per diversi anni l’isolamento internazionale, potendo fra l’altro beneficiare di un appoggio all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. L’ex Birmania ha inoltre potuto contare su investimenti, infrastrutture a basso costo, oltre che fornitura di armi, da parte di Pechino.

\"ITutt’oggi la Cina, seguita dalla Thailandia, rimane il primo partner commerciale per il Myanmar, con un interscambio che si aggira intorno ai 3,6 miliardi di dollari (anno 2011/2012). La Cina, sempre più affamata dell’energia necessaria a supportare la propria crescita economica, è interessata in particolare, all’importazione di materie prime come gas naturale e legname. Riguardo la produzione di gas, seppure quella in Myanmar rappresenta ancora solo una piccola percentuale rispetto al totale mondiale (circa lo 0,4%), è interessante notare come sia progressivamente e considerevolmente cresciuta nell’ultimo decennio, passando dai 7 miliardi di m3 del 2001, ai 12,4 del 2011. I principali giacimenti di gas naturale sono situati offshore, e sono rappresentati da quelli di Yadana e Yetagun, entrambi scoperti negli anni ‘90 e dati in concessione alle occidentali Total e Texaco. Questi giacimenti alimentano due gasdotti diretti verso la Thailandia. Nel 2004 si è poi aggiunta la scoperta di un altro importante giacimento, anch’esso offshore, al largo di Shwe, dato invece in concessione alla cinese CNPC (China National Petroleum Corporation). In generale, le multinazionali cinesi risultano, dal punto di vista del settore energetico, particolarmente attive in Myanmar. Energia idroelettrica, esplorazioni di giacimenti onshore e offshore di gas e petrolio, si tratta di comparti che vedono coinvolte più di 50 compagnie cinesi.

\"IlÈ proprio nell’ambito degli idrocarburi che Cina e Myanmar hanno siglato, nel 2009, un accordo dalla notevole valenza economica e strategica. Si tratta del progetto di costruzione di un oleodotto e di un gasdotto, che partendo dal porto di Kyaukpyu sulla costa occidentale del Myanmar, correranno in parallelo attraverso il paese, fino alla città cinese di Kunning nello Yunnan. Una volta ultimato, il progetto garantirà a Pechino un accesso all’Oceano Indiano ed una fondamentale scorciatoia per il petrolio proveniente da Africa e Vicino Oriente. Ciò oltre a ridurre i costi, attenuerà notevolmente la dipendenza della Cina nei confronti dello Stretto di Malacca, dove transitano circa l’80% delle importazioni petrolifere cinesi. È facile intuire come un’eventuale chiusura di tale braccio di mare provocherebbe gravi conseguenze per l’economia cinese. Riguardo lo stretto di Malacca, si è parlato del problema sicurezza legato alla minaccia dei pirati, ma bisogna anche considerarlo nell’ottica della, ancora attuale, superiorità militare navale degli Stati Uniti. Un paese con ambizioni geopolitiche regionali e non solo come la Cina (dunque anche in vista di un confronto a tutto campo con gli statunitensi), deve necessariamente, quanto meno alleviare una tale dipendenza strategica.

Funzionale alla propria politica del “guardare ad oriente”, Look East, cioè di favorire un collegamento tra l’Asia meridionale e il sud-est asiatico, anche l’India guarda con interesse all’evoluzione interna del Myanmar. I due paesi condividono legami storici e culturali, dovuti alla diffusione del buddismo e all’origine indiana di una parte della popolazione birmana. Sotto il dominio inglese poi, entrambi facevano parte del British Raj. Dopo il colpo di stato militare però, i rapporti tra India e l’allora Birmania si deteriorarono, mentre Nuova Delhi tentò un, seppur cauto, appoggio nei confronti del movimento democratico birmano. A partire dagli anni ’90 però, forse perché resasi conto che l’opposizione non avrebbe avuto la meglio in tempi brevi, l’India adottò un approccio maggiormente pragmatico nei confronti della giunta militare. Tale nuova strategia era connessa anche alla necessità di contrastare l’attivismo cinese, in un paese che, oltre ad essere un ponte per il sud-est asiatico, garantisce nuove opportunità economiche e commerciali. Ma è soprattutto recentemente che, di pari passo con le aperture democratiche del regime birmano, i legami tra Nuova Delhi e Naypyidaw si sono rafforzati. Attualmente l’interscambio commerciale tra i due paesi si attesta intorno ai 1,2 miliardi di dollari e comprende lo sviluppo congiunto di infrastrutture che spaziano dai trasporti, fino alle comunicazioni, nonché ai settori agricolo e portuale.

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Da quest’ultimo punto di vista, di fondamentale importanza è la costruzione del porto di Sittwe, finanziato attraverso un investimento da parte indiana. L’emporio rappresenta una parte del Kaladan Multimodal Transit Transport Project, un accordo siglato nel 2008 dai governi di India e Myanmar. Il progetto, diviso in tre fasi, ha lo scopo di collegare il porto indiano di Calcutta a Sittwe, e questa, attraverso un percorso sia fluviale che stradale, allo stato indiano del Mizoram. Mentre il regime birmano garantirà la sicurezza del progetto, compresa quella dei tecnici e del personale impiegato, i costi dello stesso ricadranno interamente su Nuova Delhi e sono stimati intorno ai 134 milioni di dollari. Il piano rientra nella, già sottolineata, politica indiana di apertura verso est e sud-est, la quale mira ad accrescere l’influenza dell’India nella regione, attraverso un rafforzamento dei legami commerciali, politici e militari con i paesi limitrofi, Myanmar in testa, i quali dispongono di potenzialità economiche non ancora sfruttate. Non a caso, nel corso degli anni ‘90, alcuni di questi paesi vennero definiti “tigri asiatiche”, per via del loro dinamismo economico. Crescita sostenuta ed ulteriori margini di sviluppo, sono infatti i tratti che caratterizzano i paesi raccolti sotto l’organizzazione ASEAN, della quale lo stesso Myanmar è membro dal 1997. A riguardo, nel 2005, l’ex Birmania è stata costretta a rinunciare alla presidenza dell’associazione, per via della costante violazione dei diritti umani da parte della giunta militare al potere. Un ruolo considerevole in questo senso, l’hanno avuto le pressioni statunitensi e dell’UE nei confronti degli altri membri dell’ASEAN. Ma le recenti aperture del regime birmano, hanno fatto sì che l’organizzazione affidasse, all’unanimità, la presidenza di turno per il 2014 al Myanmar stesso. Non sono mancate critiche da parte di chi considera prematura tale scelta, ma i paesi dell’ASEAN con questa decisione hanno voluto premiare “i significativi progressi nella strada della democrazia” compiuti dalla giunta militare, oltre che certamente, favorirne di ulteriori.

Tra i paesi ASEAN, il Myanmar detiene un rapporto privilegiato con la Thailandia, che rappresenta, come detto, il principale partner commerciale insieme alla Cina, oltre che la destinazione di una buona parte del gas naturale prodotto. Recentemente al centro della cooperazione Bangkok-Naypyidaw vi è il potenziamento del porto di Dawei. Il mega progetto, la cui costruzione è affidata al gigante industriale Ital-Thai, dai costi stimati che dovrebbero toccare i 60 miliardi di dollari, comprende anche un impianto petrolchimico e una raffineria. Il porto di Dawei sposterebbe ulteriormente il centro del commercio regionale nel Golfo del Bengala, consentendo una velocizzazione del trasporto delle merci tailandesi (ma anche degli altri paesi ASEAN) verso ovest. Il progetto è però fortemente inviso ad alcune associazioni ambientaliste e alle popolazioni locali birmane, costrette ad abbandonare le proprie terre di origine. Bisogna sottolineare, a riguardo, come il confronto, spesso violento, tra gruppi etnici e governo centrale sia una costante nella storia del Myanmar. In particolare nella regione settentrionale del Kachin, dove il potere centrale di Naypyidaw è contrastato dal Kachin Independent Army (KIA) braccio armato del Kachin Independent Organization (KIO), che raccoglie le principali formazioni indipendentiste dell’area.

I contrasti centro-periferia sono alimentati anche dalla penetrazione economica cinese, percepita da buona parte della popolazione birmana come a vantaggio esclusivo di Pechino. È il caso, ad esempio, del progetto della diga di Myitsone, posta sul fiume Irrawaddy, proprio nella regione del Kachin. Mentre la maggior parte dell’energia prodotta dalla diga sarebbe andata a beneficio della Cina (si è parlato del 90%), la popolazione Katchin avrebbe dovuto sopportare trasferimenti forzati oltre che danni ambientali. Dopo anni di scontri e proteste, il presidente Thein Sein ha deciso per la sospensione del progetto, dichiarandolo “contrario alla volontà del popolo” e causando ovviamente, forti irritazioni da parte cinese, abituata ad una maggior accondiscendenza da parte dell’alleato. Alla base della recente freddezza nei rapporti tra Pechino e Naypyidaw vi è infatti la volontà, da parte della giunta militare birmana, di rafforzare la legittimazione interna. L’ampliamento del livello di democraticità del paese, avrebbe come conseguenza per il potere centrale la necessità di costruire un consenso interno, anche nelle regioni più recalcitranti. Da questo punto di vista la Cina, seppur considerando gli interessi in gioco all’interno del territorio del Myanmar, avrebbe tutto da perdere da una eventuale destabilizzazione interna; potrebbe, come sottolineano alcuni analisti, adoperare il bastone e la carota nei confronti del regime birmano. La fornitura di armi anche pesanti allo United Wa State Army (UWSA), uno dei gruppi etnici armati che in passato si è opposto alla giunta militare al potere, potrebbe essere letta come un messaggio a Naypyidaw, volto ad indurre il governo a “riflettere” maggiormente a riguardo del suo avvicinamento all’occidente.

In conclusione, visti i futuri margini di sviluppo, da più parti si parla del Myanmar come di una nuova tigre asiatica. Un ruolo importante in questo senso, lo riveste la nuova “Legge sugli investimenti stranieri” (Foreign Investment Law) promulgata dal presidente Thein Sein lo scorso novembre 2012. Concessioni terriere prolungate, agevolazioni fiscali, tutela in caso di nazionalizzazioni, sono alcuni degli elementi che la legge introduce per rendere il paese più appetibile agli investitori stranieri. Il rischio più grande per Naypyidaw però, è probabilmente quello di restare intrappolata nella competizione tra attori esterni, Cina e Stati Uniti in testa, e in quella tra le grandi multinazionali, attratte dalle nuove opportunità di profitti. Mentre l’Oceano Indiano acquista sempre maggiore importanza, il pericolo per il Myanmar, diventa in definitiva quello di trasformarsi da soggetto geopolitico, ad oggetto delle strategie altrui.

NOTE:

Francesco Bellomia, dottore magistrale in Relazioni Internazionali (Università degli Studi di Roma "La Sapienza"), è stagista nel programma "Asia Meridionale" dell'IsAG.


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