Sono passati ormai 14 anni dalla fine di quella che è stata battezzata la guerra del Kosovo. L’ex provincia serba ha testato in pieno...

Sono passati ormai 14 anni dalla fine di quella che è stata battezzata la guerra del Kosovo. L’ex provincia serba ha testato in pieno le reali capacità dell’Unione Europea nelle relazioni internazionali. Quel ruolo le competerebbe per l’importanza economica, demografica e i valori che trasmette, ma, nel campo degli affari esteri, fa ancora fatica ad affermarsi come attore principale. Per la sua stessa struttura indefinita – meno di uno stato ma più di un’organizzazione internazionale – rimane ne limbo dei poteri che gli stessi Stati che la compongono le danno. Nel caso del Kosovo, già prima degli bombardamenti della Nato, l’UE si era dimostrata non pronta ad affrontare un conflitto del genere. La politica del dialogo con Milošević e le misure in termini di embargo economico nei confronti della ex-Jugoslavia non diedero i frutti sperati. Quel momento fu sfruttato a pieno dalla NATO, che con la fine della guerra fredda rischiava di perdere la sua importanza vedendo lo storico nemico ad est sconfitto. La NATO intervenne in Kosovo senza l’ausilio del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, aprendo la strada a future missioni fuori dai suoi confini. Nella fase di ricostruzione del Kosovo dopo la fine dei bombardamenti, l’UE ha ricoperto un ruolo chiave per quanto riguarda la ristrutturazione dell’economia del paese. Durante il periodo della Missione delle Nazioni Unite UNMIK rappresentava il cosiddetto quarto pilastro, ovvero la ricostruzione economica.

Dal 18 febbraio del 2008 il Kosovo dichiara unilateralmente l’indipendenza dalla Serbia. L’UE non si espone per dare un giudizio su questa indipendenza, lasciando agli Stati membri di decidere autonomamente se riconoscere o no la nuova Repubblica. Ancora una volta, l’UE si dimostra debole nel prendere una decisione in maniera autonoma. Infatti, cinque Stati su ventidue non riconoscono il Kosovo, dimostrando una certa mancanza di coesione al suo interno. Ma l\’UE si fa carico di una missione molto ambiziosa, l’EULEX, che deve aiutare la nuova Repubblica kosovara a costruire uno Stato di diritto. Il dispiegamento di questa missione già al suo avvio pone delle domande. Sarà impiegata per supervisionare l’applicazione della Costituzione del Kosovo? Sarà lì per impedire questa indipendenza, in accordo con la dichiarazione degli Stati membri che si sono rifiutati di riconoscere il nuovo Stato? Questa ambiguità e la non coesione tra gli Stati membri dell’Unione Europea si rifletterà anche sugli esiti della missione stessa. Infatti, un rapporto della Corte dei Conti europea ha classificato la missione come non efficace e lo Stato Kosovaro “limitato” nella lotta contro il crimine organizzato e la corruzione. Il Nord del Kosovo non risponde né all’autorità di Pristina né alla missione EULEX. I serbi hanno costruito delle strutture parallele e si autogestiscono autonomamente, causando sempre tensione tra le due comunità, serba e albanese.

Per porre fine a questo tipo situazione, l’Unione Europea ha dato mandato al suo Alto Rappresentante per gli Affari Esteri, Catherine Ashton, di intraprendere una strada di dialogo tra il Kosovo e la Serbia. Dopo quasi sei mesi di trattative spinose, lunghe ed estenuanti riunioni a Bruxelles, finalmente il 20 aprile i due Primi Ministri di Kosovo e Serbia hanno firmato l’Accordo per la normalizzazione dei rapporti tra i due Stati. L’Ashton è uscita trionfante dichiarando che questo accordo aprirà la strada congratulandosi con i due Primi Ministri per il coraggio e la loro visione. La Serbia in questa maniera ha dato un’accelerata alla sua integrazione verso l’Unione Europea. Da questa estate può cominciare l’iter delle trattative con i governi degli Stati membri per l’approvazione della Serbia nell’UE. Malgrado il malcontento della minoranza serba del Kosovo, del patriarcato serbo e di quella frangia ultranazionalista che si sente tradita, questo era un passo dovuto per la Serbia. Rischiava di rimanere isolata e chiusa nel suo passato. Il Kosovo da parte sua, riesce ad avere una certa identità dal punto di vista dei confini essendogli riconosciuti anche quella parte del territorio dove non ha mai esercitato il suo potere. Ha ricevuto la promessa della Serbia di non interferire nella sua strada per il riconoscimento da parte della Comunità Internazionale (ad oggi il Kosovo è riconosciuto da 99 Stati su 193). Ed infine, ha incassato la promessa per la sottoscrizione del patto di Associazione e Stabilizzazione con l’UE, primo passo verso l’integrazione.

Questo accordo non mette sicuramente fine alle divergenze tra Serbia e Kosovo. Non è stata mai menzionata l’idea di un riconoscimento ufficiale da parte di Belgrado nei confronti di Pristina. Una Serbia nell’Unione Europea farà sempre più paura alla strada di Pristina verso l’UE. Il grado di autonomia che godranno i comuni a maggioranza serba nel Kosovo rischiano di dare nuovi grattacapi all’UE. La fase di implementazione di questo progetto si presenta tutt’altro che facile. In Serbia gli ultranazionalisti e i serbo-kosovari nel Kosovo hanno promesso che non riconosceranno mai l’autorità di Pristina. Il leader di Vetevendosje! Albin Kurti, da sempre ostile all’apertura di questo dialogo senza un riconoscimento ufficiale dalla Serbia, ha dichiarato che il Kosovo rischia di diventare come la Bosnia e Mitrovica del Nord sta diventando come Banja Luka. Il rischio è di non poter esercitare la propria sovranità su tutto il territorio.

Il successo vero è proprio lo incassa l’Unione Europea. Per la prima volta è riuscita a sedere sullo stesso tavolo negoziale con serbi e kosovari. Ha dato risalto al ruolo fino ad adesso ricoperto dalla Baronessa Ashton, come interlocutore privilegiato. L’Unione Europea si dimostra capace di intraprendere delle trattative spinose anche in maniera autonoma. Riscopre ancora una volta di essere “sexy” come l’aveva battezzata Van Rompuy per spiegare che l’UE è ancora una prospettiva per altri paesi. Se sarà una vittoria da parte dell’Unione Europea o un grattacapo in più la sottoscrizione di questo accordo, si vedrà solamente nella fase dell’attuazione. Di certo dei passi in avanti dal punto di vista diplomatico si sono fatti, ripensando a quell’UE debole di appena 10 anni fa che non riusciva ad essere interlocutore privilegiato durante tutta la guerra nella ex-Jugoslavia.

NOTE:

Juljan Papaproko è dottore magistrale in Scienze Politiche. Collabora con diverse testate giornalistiche.


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