La scelta del nuovo presidente cinese Xi Jinping di recarsi in visita a Mosca come primo impegno ufficiale internazionale, lo scorso marzo, stimola riflessioni...

La scelta del nuovo presidente cinese Xi Jinping di recarsi in visita a Mosca come primo impegno ufficiale internazionale, lo scorso marzo, stimola riflessioni sulle strategie che guideranno le politiche estere dei Paesi della regione nei prossimi anni. L’incontro con il capo di Stato russo Vladimir Putin è stato preceduto da incisive dichiarazioni volte a ribadire, da entrambe le parti, l’importanza di una vincente cooperazione tra le due potenze, necessaria all’avanzamento di un ordine mondiale più equilibrato, attento alla pace e alla sicurezza. Sarà impossibile in futuro, secondo il presidente cinese, che un solo Paese domini l’intero sistema delle relazioni mondiali. L’ampliamento della collaborazione sino-russa si sviluppa su più campi. Dal punto di vista energetico sono stati formalizzati una serie di accordi che prevedono il raddoppiamento delle forniture di petrolio destinate a Pechino; si lavora poi, parallelamente, al raggiungimento di un’intesa tra il gigante russo Gazprom e la compagnia cinese Cnpc, per la realizzazione di un gasdotto in grado di veicolare 38 miliardi di metri cubi di gas l’anno.

Mosca sta dunque puntando a un rafforzamento delle proprie esportazioni di idrocarburi fuori dall’Europa, mentre la Cina si sta assicurando risorse energetiche alternative rispetto a quelle provenienti dal Golfo Persico, le cui rotte marittime, percepite come instabili, prevedono nella maggior parte dei casi il transito in nodi strategici controllati dagli Stati Uniti e dai suoi alleati. Significativi progressi sono stati registrati anche nell’ambito della cooperazione tecnico-militare, con la conclusione di due importanti contratti di vendita relativi all’acquisto, da parte di Pechino, di 24 caccia Sukhoj Su-35 e di 4 sottomarini diesel di classe Lada. I due Paesi hanno inoltre dimostrato in più di un’occasione il consistente peso geopolitico di una loro intesa strategica, riuscendo ad esempio a bloccare durante la lunga crisi siriana la risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sul rinnovo della missione di osservazione in Siria, colpevole, secondo il portavoce russo Churkin, di essere unilaterale e di non escludere un intervento militare.

Interessi economici e obiettivi geopolitici comuni favoriscono dunque il momentaneo superamento di antagonismi e diffidenze reciproche, in virtù di una collaborazione strategica apertamente diretta a contrastare l’influenza statunitense nell’area. In questo quadro, s’inseriscono le ambizioni dell’India, il cui ruolo e le cui prospettive non appaiono ancora del tutto definite. L’India aspira da tempo a imporsi come potenza internazionale e leader regionale, favorita in questo da tassi di crescita che hanno mantenuto discreti livelli anche in un contesto di crisi finanziaria mondiale. Allo scopo di mantenere una politica estera indipendente, che gli permettesse di affermarsi come garante della stabilità del continente, Nuova Delhi ha cercato di mantenere un orientamento il più equidistante possibile tra i vari attori locali e globali. Nell’ottica statunitense, l’India, con la sua dimensione estesa e con la sua posizione centrale e allungata nell’Oceano Indiano, a metà tra i cruciali stretti di Hormuz e di Malacca, riveste un’importanza strategica notevole. Le sue caratteristiche fisiche la rendono in effetti adatta a ricoprire una funzione contenitiva nei confronti, principalmente ma non esclusivamente, della Cina.

Considerando Nuova Delhi come un possibile rivale in grado di sfidare le mire egemoniche di Pechino nell’area, gli USA hanno fatto della cooperazione con l’India in ambito difensivo ed economico un obiettivo fondamentale della propria politica estera nell’Asia-Pacifico. Accordi e intese tra le amministrazioni dei due Paesi hanno permesso la fornitura di materiali e tecnologie nucleari, oltre che la vendita degli avanzati sistemi d’arma americani, mentre dal punto di vista economico sono stati incoraggiati gli investimenti delle multinazionali statunitensi nel Subcontinente, sebbene ancora ostacolati a livello interno da molteplici fattori. Un’India forte e competitiva assolverebbe quindi allo scopo di scoraggiare eventuali tentativi cinesi di stabilire un predominio in Asia Meridionale e nell’Oceano Indiano. Esistono però diverse criticità nel rapporto tra Washington e Nuova Delhi. Ne è un esempio l’affinità di quest’ultima con Tehran, destinataria di numerose risoluzioni Onu di condanna del suo programma nucleare.

Pur rispettando le sanzioni previste dal Consiglio di sicurezza, compreso l’embargo di alcuni materiali potenzialmente utilizzabili in questo tipo di progetti, l’India continua a voler mantenere buoni legami con l’Iràn, individuato come indispensabile alleato strategico nel caso di un inasprimento dei rapporti con il Pakistan. L’intesa assumerebbe poi un’importanza vitale in previsione di una caduta di Kabul sotto l’influenza d’Islamabad, scenario plausibile in particolare dopo il ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan previsto per il 2014. La presenza di consistenti giacimenti di gas e petrolio rende inoltre Tehran un partner appetibile dal punto di vista dell’approvvigionamento energetico, anche se, cedendo alle pressioni americane, Nuova Delhi sembra avere accantonato definitivamente il progetto IPI, relativo al gasdotto che permetterebbe all’Iràn di rifornire allo stesso tempo India e Pakistan. Al di là dell’opposizione statunitense, a scoraggiare la sua partecipazione sono state ulteriori considerazioni relative alla sicurezza di una simile opera, che rischierebbe di attribuire a Islamabad la capacità di ricattare Nuova Delhi, minacciando di ostacolarne il funzionamento. Un altro punto di frizione nel rapporto tra India e USA è rappresentato proprio dal Pakistan e dalle relazioni ambigue che lo legano a Washington. Nonostante ripetute crisi impediscano una collaborazione continuativa tra i due Paesi, il coinvolgimento d’Islamabad nella promozione del dialogo con i talebani in Afghanistan spaventa non poco Nuova Delhi, preoccupata del conseguente aumento d’influenza nella regione del suo storico rivale.

Il partenariato indo-statunitense, benché indebolito e ridimensionato, non è ovviamente apprezzato da Cina e Russia, insofferenti nei confronti delle ingerenze di Washington nel continente. Il perseguimento dei propri obiettivi rende comunque l’atteggiamento dell’India tutt’altro che chiaramente schierato. Mosca, Pechino e Nuova Delhi sono riuscite, insieme a Brasile e Sudafrica, nell’intento di aumentare sensibilmente l’impatto delle rivendicazioni dei Paesi in via di sviluppo in ambito internazionale, attraverso il mantenimento di posizioni unitarie e l’impegno nel rafforzamento della loro collaborazione. Il ruolo che il gruppo dei BRICS riuscirà a ritagliarsi nel panorama mondiale è però ancora profondamente incerto, vista l’evidente difficoltà nel conservare un orientamento comune nel momento in cui entrano in gioco interessi contrastanti. Episodio emblematico lo scorso anno quello che ha visto India e Sudafrica votare a favore della risoluzione Onu riguardante la questione siriana, in aperta opposizione ai piani di Russia e Cina. In questo caso la scelta di Nuova Delhi è comprensibile, più che in funzione filo-statunitense, sulla base del rapporto con l’Arabia Saudita e i paesi arabi del Golfo, cui è legata da consistenti interessi economici ed energetici.

Decisamente complesse sono poi le relazioni con Pechino, importante partner commerciale dell’India con la quale effettua scambi per oltre 60 miliardi di dollari. I due Paesi condividono l’appartenenza al gruppo dei BRICS e all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (OCS), ai cui lavori Nuova Delhi partecipa in qualità di membro osservatore. Sono accomunati inoltre dalla volontà di affermarsi come potenze in un ordine mondiale egualmente percepito come multipolare. Nonostante questi punti di convergenza, tra Cina e India esistono numerose questioni irrisolte. I contenziosi territoriali, come quello riguardante l’Arunachal Pradesh, sono solo una parte delle criticità che ne rendono instabile il rapporto, minato anche e soprattutto da una competizione geopolitica per il predominio della regione, che si traduce nella volontà di estendere continuamente la propria influenza e i propri canali di approvvigionamento energetico. Pechino ha intensificato la cooperazione con molti Paesi dell’area del Subcontinente, come Pakistan, Nepal, Bangladesh, Sri Lanka e Maldive, mentre Nuova Delhi ha stretto legami, tra gli altri, con Myanmar, Corea del Sud, Giappone, Vietnam e Mongolia. Se da una parte l’amicizia tra India e Stati Uniti non è gradita alla Cina, l’intesa sempre più pronunciata tra Islamabad e Pechino impensierisce notevolmente Nuova Delhi, angosciata in particolar modo dalla loro collaborazione in ambito difensivo. La Cina ha inoltre investito ingenti risorse nella concretizzazione di progetti infrastrutturali sul suolo pakistano, come il porto di Gwadar, la cui posizione strategica fornisce un’alternativa rispetto alle rotte navali passanti per lo stretto di Malacca, e consente di monitorare i traffici nel Golfo Persico e nel Mar Arabico. L’India potrebbe dunque vedere ridimensionati i vantaggi in ambito marittimo garantiti dalle proprie caratteristiche geografiche. Nuova Delhi teme poi un’ingerenza di Pechino nella questione del Kashmir.

Indubbiamente meno teso è il rapporto dell’India con la Russia, legame consolidato che risale al periodo della Guerra Fredda. I due Paesi cooperano continuativamente in ambito militare e tecnologico, con la fornitura da parte di Mosca di avanzati equipaggiamenti militari e con lo sviluppo e la produzione congiunta di sistemi d’arma futuristici. In costante evoluzione sono poi le relazioni in campo energetico, con il coinvolgimento di compagnie indiane in progetti di estrazione di petrolio e gas in territorio russo. In questi settori l’espansione della collaborazione tra Pechino e Mosca rischia di svantaggiare l’India, e di renderla una partner meno indispensabile per la Russia.

In considerazione dei possibili mutamenti negli equilibri della regione, si prospetta dunque per Nuova Delhi la necessità di ripensare l’orientamento della propria politica estera, con la consapevolezza che il mantenimento di una posizione di equidistanza tra i vari attori operanti nella regione potrebbe essere una strada non più praticabile, che la esporrebbe al rischio di marginalizzazione nella competizione per la conquista di potere e influenza. Molto dipenderà comunque dall’effettiva capacità di Cina e Russia di rispettare nel tempo i loro propositi di cooperazione, privilegiando l’osservanza degli obiettivi economici e strategici comuni.

NOTE:

Chiara Macci è laureanda in Relazioni Internazionali (Università degli Studi Roma Tre) e stagista del programma "Asia Meridionale" dell'IsAG.


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