L’Afghanistan in vista del disimpegno degli Stati Uniti Il ritiro di Washington dall’Afghanistan, previsto per il 2014, induce a tirare le somme di un...
L’Afghanistan in vista del disimpegno degli Stati Uniti

Il ritiro di Washington dall’Afghanistan, previsto per il 2014, induce a tirare le somme di un impegno, da più parti considerato come fallimentare. In un articolo recentemente apparso su Foreign Policy1, l’ex presidente pakistano Pervez Musharraf, ha individuato tre errori fondamentali che gli Stati Uniti avrebbero commesso negli ultimi venticinque anni, destabilizzando l’area e favorendo la crescita del terrorismo internazionale. Un primo errore risalirebbe al 1989. Sconfitti i sovietici, sottolinea Musharraf, Washington si è disinteressata sia alle sorti dell’Afghanistan che a quelle del Pakistan, avvicinandosi invece all’India. Tutto ciò avrebbe condotto prima al caos perpetrato dai signori della guerra, e successivamente all’affermazione a Kabul dei talebani. Un secondo errore riguarderebbe i tentativi statunitensi d’isolare quest’ultimi, una volta saliti al potere. Secondo l’ex presidente pakistano, invece, gli Stati Uniti avrebbero dovuto cooperare con il governo afghano. L’instaurazione di un qualche tipo di legame con i talebani avrebbe consentito, continua Musharraf, anche di prevenire l’ospitalità e l’appoggio dati da questi ad Al Qaeda e a Bin Laden. Il terzo errore infine, è successivo all’invasione dell’Afghanistan e alla rimozione del regime talebano. Washington avrebbe dovuto favorire la nascita di un governo dominato dalla componente pashtun, che rappresenta l’etnia maggioritaria nel paese. Favorendo invece l’Alleanza del Nord (dominata da gruppi etnici minoritari, soprattutto tagiki, hazara e uzbeki), il nascente governo afghano si è da subito alienato le simpatie dei pashtun, che avrebbe invece dovuto sfruttare in funzione anti-talebana. “Se tutti i talebani sono pashtun, non tutti i pashtun sono talebani”, conclude infatti Musharraf.

Nell’analisi delle strategie post 11/9, l’ex presidente pakistano omette di sottolineare uno dei principali ostacoli al successo della coalizione internazionale in Afghanistan, e cioè l’azione del Pakistan stesso in territorio afghano. L’artificialità e permeabilità della Linea Durand, rende riduttiva ogni analisi che non consideri i due paesi interconnessi. È di primaria importanza sottolineare che il nation-building afghano, per essere vincente, esigeva un dispiegamento di risorse (in termini umani ed economici), di gran lunga superiore a quelle impiegate. Un impegno finanziario e militare che gli USA, anche per via dell’apertura di un altro fronte in Iraq, non hanno voluto o potuto accollarsi. La strategia afghana presupponeva poi, la necessità di affrontare la questione pakistana. La possibilità per i gruppi militanti islamici di trovare all’occorrenza rifugio in suolo pakistano (anche grazie alle connivenze con una parte dell’intelligence e dell’esercito d’Islamabad2), ha vanificato in principio ogni possibilità di successo. Un vantaggio questo che non poteva essere assolutamente colmato neanche mediante l’utilizzo dei droni aldilà della Linea Durand, per quanto massiccio potesse essere. Per un gioco di paradossi storici, gli Stati Uniti hanno subito la stessa sorte dell’Unione Sovietica. Nello sforzo congiunto USA-Pakistan, che ha obbligato i sovietici a ritirarsi dall’Afghanistan, era stato fondamentale per i mujaheddin che combattevano l’Armata Rossa poter contare sulle roccaforti in territorio pakistano.

Come è intuibile, l’eventuale decisione da parte statunitense di un intervento di terra in Pakistan, un paese di 180 milioni di abitanti e dotato di armamenti nucleari, si sarebbe tradotta in un suicidio strategico, oltre che umano ed economico. Se a quanto finora detto si aggiunge la crescente impopolarità interna del conflitto, ci si rende conto di come il ritiro degli USA dall’Afghanistan fosse pressoché obbligato. Un disimpegno che lascia aperte una serie di incognite sul futuro di Kabul. Interrogativi che riguardano da un lato il modo in cui gli Stati Uniti gestiranno il ritiro (se manterranno una limitata presenza), dall’altro il ruolo delle potenze vicine, in particolare India e Cina, che in questi anni hanno allacciato intensi rapporti con il governo Karzai. In ogni caso, occorrerà soprattutto valutare come evolveranno i rapporti tra Stati Uniti e Pakistan. Relazioni quelle tra Washington e Islamabad, caratterizzate negli ultimi anni da sospetti, diffidenze, accuse reciproche e contraddizioni. L’ex capo del servizio d\’intelligence afghano Amrullah Saleh ha messo in risalto recentemente lo stupore diffuso in Afghanistan relativo a come Washington possa finanziare da un lato le forze afghane che combattono i talebani e dall’altro il Pakistan, che a sua volta sponsorizza indirettamente gruppi militanti che agiscono contro la NATO ed il governo di Kabul3. Contraddizioni evidenti, che però non intaccano il fatto che il rapporto USA-Pakistan, in definitiva, si basa su calcoli e interessi strategici. Elementi questi, che la “fine dei giochi” in Afghanistan non farà affatto venir meno.

Un’obbligata ambiguità

Dopo l’11 Settembre il Pakistan si è trovato a dover gestire un intricato compromesso. Da un lato c’erano gli USA che, intrapresa l’avventura afghana, esigevano da Islamabad supporto logistico e d’intelligence, oltre che porre fine ad ogni forma di appoggio nei confronti dei talebani. Dall’altro la necessità per il governo di garantire la stabilità interna, contro le varie forze che ne minacciavano la disgregazione. Un appoggio troppo evidente a Washington avrebbe rischiato di rendere ingestibile la già difficile tenuta del sistema interno. Tralasciando le contiguità con una parte dell’establishment e l’utilizzo del fondamentalismo in funzione anti-indiana, le autorità pakistane sono comunque costrette a fare i conti con l’universo dell’integralismo islamico, che in una parte dei suoi gruppi militanti ha tra le sue ragion d’essere proprio la lotta al potere d’Islamabad (si veda ad esempio, il Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP), che raccoglie una parte dei talebani pakistani attivi a ridosso della Linea Durand)4. Come sottolineato da diversi analisti5, vista la situazione, il Pakistan ha optato per l’unica via percorribile, quella del doppio gioco6: cooperare con gli Stati Uniti per quanto possibile, senza però spingere l’impopolarità di tale appoggio fino al punto di innescare una guerra civile e il collasso del regime stesso.

Le periodiche accuse da parte statunitense di connivenze con i gruppi militanti attivi in Afghanistan, sono così anche funzionali a tale strategia. Islamabad può servirsene al suo interno, per dimostrare quanto in realtà si dimostri poco collaborativa. Ma la necessità di mantenere legami con i gruppi integralisti, non è solamente legata alla salvaguardia del sistema. Se per gli USA l’Afghanistan è soltanto uno dei teatri in cui sono più o meno attivi militarmente e dunque possono permettersi un certo disimpegno, il Pakistan non può assolutamente farlo. Vitale sarà anzi la capacità d’influire sulle vicende afghane del dopo 2014, contrastando in particolare, i legami che in questi anni Nuova Delhi ha allacciato con il governo Karzai. Un Afghanistan troppo vicino all’India, infatti, si tradurrebbe in una minaccia su due fronti per il Pakistan. In questo senso, i gruppi militanti islamici legati in varia misura all’ISI o all’esercito, rappresenterebbero la longa manus d’Islamabad su Kabul.

Sul fronte opposto però, mantenere una qualche cooperazione anche con gli Stati Uniti, è funzionale alla necessità di evitare di veder scivolare gli Stati Uniti totalmente dalla parte dell’India. Non di secondaria importanza sono poi gli aiuti economici provenienti da Washington. Questi ultimi sono cresciuti notevolmente dal 2001 in poi, soprattutto dal punto di vista dell’assistenza militare7. A riguardo, lo scorso maggio 2012, gli USA hanno tagliato, simbolicamente, 33 milioni di dollari di aiuti diretti al Pakistan, una mossa successivamente parzialmente rivista. Non è la prima volta che gli USA chiudono (e riaprono), il rubinetto degli aiuti diretti ad Islamabad. Nell’intricato rapporto tra i due partner, lo strumento finanziario è una delle armi di cui gli Stati Uniti si servono per invogliare “l’alleato” ad una maggiore collaborazione.

Bisogna dire comunque, che gli Stati Uniti hanno, con buona probabilità, maturato una certa consapevolezza sui limiti e le ambiguità del sostegno pakistano. Tuttavia, per le operazioni condotte in Afghanistan dal 2001 in poi risultava vitale, come detto, il supporto logistico e d’intelligence, che il governo Musharraf poteva garantire. In più, nel modo in cui hanno giostrato i rapporti, da un lato con il Pakistan, dall’altro con l’India, gli Stati Uniti non appaiono, a loro volta, immuni da una certa ambiguità. Almeno così sono percepiti dagli interessati, ricordato come Musharraf rimproverasse agli Stati Uniti di aver abbandonato il Pakistan ed essersi avvicinati all’India, dopo la sconfitta dei sovietici in Afghanistan. Inoltre, se c’è un punto su cui Washington non transige, è la necessità di evitare il tracollo dello Stato pakistano e la sua conquista da parte del fondamentalismo islamico. Alcune aree all’interno del territorio nazionale pakistano (come le Federally Administered Tribal Areas – FATA), sono solamente a livello formale sotto il controllo delle autorità centrali. Inoltre, il Pakistan è segnato da sanguinosi attentati e violenze interreligiose, soprattutto da una parte della maggioranza sunnita nei confronti della comunità sciita (concentrata nel sud, in particolare nella zona di Quetta). A complicare ulteriormente la situazione vi è poi l’ampia regione, a cavallo tra Iràn e Pakistan, del Belucistan, area ricca di gas naturale e da sempre attraversata da spinte indipendentiste, oltre che da traffico di droga e armi. La regione sta poi assumendo un’importanza di rilievo, per via del progetto del porto di Gwadar, verso il quale sono confluiti massicci investimenti da parte cinese. Per la Cina l’importanza del porto è soprattutto strategica, esso infatti rappresenterebbe un’alternativa al traffico attraverso lo stretto di Malacca.

Nello stesso tempo ulteriori elementi si aggiungono a rendere ancora più teso, un rapporto tra Stati Uniti e Pakistan già non idilliaco, una situazione che dovrà essere affrontata dal nuovo governo, dopo la vittoria alle recenti elezioni della Pakistan Muslim League – Nawaz (PML-N) guidata da Nawaz Sharif. La vicenda di Abbottabad, il riavvicinamento degli USA all’India (Obama ne ha parlato come “dell’alleanza che definirà il XXI secolo”), il problema del gasdotto IP (Iràn-Pakistan) sono ad esempio alcuni dei temi più scottanti. A riguardo, lo scorso 11 Marzo, il presidente iraniano Ahmadinejad e il suo omologo pakistano Ali Zardari hanno inaugurato la costruzione del gasdotto che trasporterà circa 21,5 milioni di metri cubi di gas iraniano verso il Pakistan. Dal punto di vista di Washington, la costruzione dell’IP è un duro colpo alla strategia volta all’isolamento internazionale dell’Iràn, la quale è unita alla manovra per colpirlo finanziariamente attraverso il sistema delle sanzioni. Inoltre, vi è anche il rischio, nell’ottica statunitense, che una volta ultimata la condotta, anche l’India decida per la sua estensione verso il proprio territorio. Infatti, il progetto inizialmente includeva anche Nuova Delhi, la quale successivamente, in seguito all’avvio della cooperazione nucleare con gli Stati Uniti e alle stesse pressioni statunitensi, decise di ritirarsi. Inoltre, non va dimenticato che la pipeline potrebbe essere indirizzata anche verso Pechino.

In ogni caso l’elemento cardine nelle preoccupazioni degli USA, riguardante la stabilità interna del Pakistan, rimane la sicurezza del suo arsenale nucleare. È facile intuire quanto nefasta sarebbe l’ipotesi che una parte di tale potenziale bellico finisse nelle mani dei gruppi radicali. Una minaccia questa, che non lascerebbe indifferenti nemmeno India, Russia e Cina, paesi che, all’interno dei loro stessi confini avrebbero di che temere un rafforzamento dell’integralismo islamico. L’amministrazione Obama ha in più di un’occasione espresso le sue preoccupazioni riguardo il rafforzamento dei talebani pakistani e la necessità dunque della messa in sicurezza degli armamenti nucleari posseduti dal Pakistan. In questo senso, gli attacchi che in diverse occasioni i militanti islamici hanno perpetrato contro basi militari pakistane (a Peshawar, Karachi e Kamra), sebbene agevolmente respinti, non possono che alimentare sempre maggiori inquietudini8.
In conclusione, in base a quanto analizzato, ci sarebbe da chiedersi se, per il dopo 2014, nell’ottica di Washington, il Pakistan sia importante in funzione della stabilità in Afghanistan; o forse viceversa, è quest’ultimo funzionale alla stabilità del primo. Il ritorno al potere dei talebani a Kabul sarebbe certamente un’ipotesi dai risvolti negativi, ma il collasso dello Stato pakistano e la sua caduta, con tutto l’arsenale nucleare in mano ai fondamentalisti si tradurrebbe in una situazione ancor più pericolosa per gli Stati Uniti e i paesi dell’area.

Oggi, da più parti, si avanzano ipotesi circa la possibilità di un’imminente rottura tra Stati Uniti e Pakistan, dopo il ritiro del contingente internazionale dall’Afghanistan. Se la situazione restasse incerta, è pur vero che tra i due partner permarranno importanti interessi a mantenere almeno un certo livello minimo di cooperazione. Dunque, con buona probabilità, tra contraddizioni, diffidenze e accuse reciproche, quello tra Washington ed Islamabad, sembrerebbe destinato rimanere un rapporto obbligato.

NOTE:

Francesco Bellomia, dottore magistrale in Relazioni Internazionali (Università degli Studi di Roma "La Sapienza"), è stagista nel programma "Asia Meridionale" dell'IsAG.

1. What Went Wrong in Afghanistan, "Foreign Policy", 4 marzo, 2013.
2. Si veda in particolare il discorso sulla rete Haqqani e le accuse americane di coinvolgimento dell’establishment pakistano. Il Network Haqqani e il ruolo dell'Intelligence interna pakistana, "TTS", 18 settembre, 2011; The Haqqani Network, "Institute for the Study of War".
3. What Went Wrong in Afghanistan, cit.
4. Per un approfondimento sull’universo del fondamentalismo islamico pakistano, Jayshree Bajoria, Jonathan Masters, Pakistan's New Generation of Terrorists, "Council on Foreign Relations", 26 settembre, 2012, o anche i recenti episodi di violenza a Karachi, P.K. Upadhyay, La violenza settaria a Karachi: il Pakistan è più vicino al baratro?, "geopolitica-online.com", 12 gennaio, 2013.
5. George Friedman, U.S.-Pakistani Relations Beyond Bin Laden, "Stratfor", 10 maggio, 2011.
6. Secondo il giornalista pakistano Ahmed Rashid, inoltre, gli Stati Uniti dopo l’11 Settembre erano come un “wounded bear”. La negazione da parte di Musharraf di cooperazione e supporto logistico per l’invasione afghana, avrebbe avuto come conseguenza, l’inserimento del Pakistan nella lista degli stati sponsor del terrorismo. Cosa che in quel momento poteva comportare anche un attacco militare. Dunque la via obbligata per il governo pakistano era in un primo momento offrire un appoggio incondizionato, per poi successivamente adottare una politica che mettesse in discussione la strategia di Washington (Ahmed Rashid, Descent into chaos, Viking, 2008, pp. 24-43).
7. U.S. Aid to Pakistan 1948-2010.
8. Sugli attacchi di gruppi militanti islamici a basi militari pakistane, in particolare l’assalto dello scorso dicembre alla base aerea di Peshawar da parte di 10 militanti armati di giubbotti esplosivi e granate, si veda, Ben West, In Pakistan, Mixed Results From a Peshawar Attack, "Stratfor", 20 dicembre, 2012.


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