Mentre l’Unione Europea è alle prese con una devastante crisi economica e finanziaria che ne attanaglia le strutture, il percorso d’integrazione sembra farsi sempre...

Mentre l’Unione Europea è alle prese con una devastante crisi economica e finanziaria che ne attanaglia le strutture, il percorso d’integrazione sembra farsi sempre più lontano. Fra transizione politica e default economico, una riflessione sul perché l’Europa dell’Est appaia sempre più ostile alle politiche comunitarie.

 
Fra i temi più attuali del dibattito politico comunitario, quello relativo alla recente adesione dei Paesi dell’area centro-orientale del continente europeo alle strutture di Bruxelles, costituisce, di fatto, un argomento centrale nel quadro di sviluppo di quello spirito europeista che attualmente è stato abbracciato da ben ventisette paesi. Non solo esso si pone come il naturale punto d’incontro fra i fautori della più viva integrazione e coloro i quali, invece, restano saldamente legati alle proprie visioni anti-europeiste, ma ci permette di capire a fondo le ragioni del diffuso scetticismo fra quelle popolazioni dell’Europa orientale appena divenute a pieno titolo membri dell’Unione Europea. Chi, esattamente nove anni fa, attendeva manifestazioni di giubilo ed entusiastiche dimostrazioni plebiscitarie da parte delle opinioni pubbliche di Ungheria, Slovenia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia al processo d’adesione compiuto dai rispettivi governi, è rimasto profondamente deluso.

A tal proposito, sorprende constatare come l’attenta letteratura politologica e geopolitica europea, da sempre all’avanguardia nell’analizzare simili frizioni, abbia prestato scarsa attenzione alle cause di quella che, ad oggi, può esser definita come “autentica ostilità”, da parte di questo blocco di paesi, all’intero assetto comunitario (il caso Orbán, in Ungheria, non ne costituisce che l’esempio più evidente). Non basta, dunque, per capire questa deriva, tenere unicamente in considerazione le strategie elettorali ed i principi ideologici delle classi politiche dell’Europa centro-orientale, come si è pure ampiamente fatto, ma bisogna scavare a fondo nel contesto storico, economico e sociale di quelle nazioni che hanno assunto posizioni ostili all’integrazione europea. I punti di partenza per una simile analisi sono essenzialmente tre: la forte identità nazionale tipica di questi Stati, la loro disabitudine all’esperienza democratica e l’influente presenza dei ceti agrari sulle politiche interne nazionali; un elemento, quest’ultimo, che trasforma l’intero panorama partitico orientale rispetto a quello occidentale.

Il tema del nazionalismo caratterizza, in modi ovviamente diversi a seconda del paese interessato, l’intero comparto degli Stati un tempo membri del blocco sovietico e lo fa attraverso un differente percorso storico non privo di implicazioni che, risalendo indietro la corrente dei secoli, giunge sino al grande scisma del 1054, i cui prodromi vanno senza dubbio cercati in quella frattura non solo politica, ma soprattutto religiosa, che si verificò fra Roma e Bisanzio con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, quasi seicento anni prima. Sono eventi, questi, che hanno condotto i popoli est-europei a sviluppare una differente concezione d’Europa; una concezione che proprio nel nazionalismo trova la possibilità e la capacità di interpretare il proprio passato nei modi e nei tempi che hanno concorso a plasmarlo. Ancora osservando il quadro storico degli ultimi secoli, appare evidente come il percorso dell’area orientale del continente europeo abbia vissuto un’altra “storia”, rispetto a quella occidentale: basti pensare a come i terribili conflitti verificatisi in Europa nel corso del XX secolo abbiano letteralmente mescolato le varie comunità etniche presenti in queste zone, lasciando irrisolte problematiche che ancora oggi infiammano gli animi di milioni di persone (vedasi la questione transilvana); o come tutti i paesi dell’area siano stati soggetti a lunghe epoche di dominazione straniera, un elemento che ha di certo contribuito a sviluppare un forte sentimento d’appartenenza nazionale (ed è questo un fattore che, se legato alla lenta formazione d’un vero e proprio corpus statale, contribuisce a chiarire la dimensione del problema).

Lo stesso regime comunista, inoltre, contribuì a cavalcare queste onde nazionaliste col fine di rafforzare la propria autorità: François Fejtő, fra i più importanti politologi ungheresi, infatti, ha più volte dimostrato come «anche al momento in cui Stalin rivedeva il dispositivo di sovietizzazione dell’Europa centrale e orientale, i partiti comunisti locali proclamavano ad alta voce il proprio attaccamento alle tradizioni e al patrimonio del loro paese […] esaltando la lotta per l’indipendenza, proteggendo il folklore, pubblicando i classici della letteratura del paese, la propaganda comunista favoriva il culto dell’eredità nazionale» (La fine delle democrazie popolari, Mondadori, Milano, 1998, pag. 47). È proprio l’intrecciarsi di tali e tanti nazionalismi, spesso in conflitto l’uno con l’altro, a gettare una lunga ombra sul piano d’integrazione europea.

Per quanto riguarda la disabitudine all’esperienza democratica, invece, torna utile, in materia, un dato facilmente reperibile dai libri di storia, quello legato al tempo trascorso tra due elezioni. Relativamente ai tre paesi più grandi dell’Europa centro-orientale e cioè Polonia, Ungheria e Cecoslovacchia (dal 1993, divisasi in Repubblica Ceca e Slovacchia) basti ricordare che in Polonia, fra le ultime elezioni libere prima dell’avvento del totalitarismo (1930) e le prime successive al crollo del regime sovietico (1991), sono trascorsi ben 61 anni; 45, invece, sono gli anni di “vuoto democratico” registratisi in Ungheria, dal 1945 al 1990, mentre per la Cecoslovacchia si parla di 44 anni d’assenza del diritto di voto, dal 1946 al 1990. Non sorprende, dunque, che i principali partiti politici attualmente presenti nelle arene di questi paesi siano riconducibili, in un modo o nell’altro, alle tradizioni politiche sviluppatesi negli anni ’20 del secolo scorso: nazionalisti, agrari, cattolici, liberali, socialisti, comunisti (oggi in parte eredi del sistema di potere sovietico) e così via. È proprio questo vero e proprio congelamento imposto dal comunismo al sistema partitico di questi paesi, inoltre, come già rileva Boria in un suo lavoro (L’est euroscettico, di E. Boria, in Paneuropa – Geografia e storia di un’idea, a cura di G. Lizza, Utet, 2004), ad evidenziare il fatto che alcune famiglie politiche ormai scomparse dal panorama occidentale, come i partiti agrari, siano ancora fortemente attive nell’Est Europa, mentre proprio in queste regioni siano assenti quei movimenti politici nati relativamente di recente, come i verdi, molto radicati, invece, nei paesi dell’Europa Occidentale.

Si tratta, in questo caso, di una frattura fra Est ed Ovest che non può non esser presa in considerazione, dal momento che trasforma non solo l’assetto partitico di quei paesi in cui essi operano, ma ne stabilisce gli orientamenti ed i principi. A proposito di quest’ultimo aspetto, vale la pena ricordare come in Polonia, agli inizi del XXI secolo, circa il 20% della popolazione totale vivesse unicamente di agricoltura, impegnandosi nella coltivazione di una superficie grande, secondo i dati Eurostat del 2003, oltre due volte quella coltivata in Italia nello stesso periodo. Negli altri paesi dell’est europeo, la situazione non sembra cambiare: ad esempio, la Lituania impiega il 16,5% della propria forza lavoro in occupazioni legate al settore primario della produzione, mentre in Ungheria oltre il 40% degli abitanti risiede in villaggi di tipo rurale. Se, poi, ci si sofferma a riflettere sul modo in cui il crollo dell’URSS abbia dato nuova linfa alle rivendicazioni dei proprietari terrieri espropriati dalle politiche del regime comunista agli inizi dell’occupazione sovietica, il discorso tenderà a complicarsi ulteriormente.

I partiti agrari, inoltre, si legano ad un’immagine fortemente orientata verso la difesa dei valori tradizionali, schierandosi in Parlamento spesso al fianco di quei partiti definiti come “conservatori”, giacché proprio il concetto di “proprietà privata” è indissolubilmente ancorato all’idea del lavoro agrario, fortificato nell’ordinato svolgimento della vita sociale del proprio paese. Questo spiegherebbe perché l’HZDS, il Movimento per la Slovacchia Democratica (discendente diretto di quel Partito del Popolo Slovacco che contraddistinse la vita politica cecoslovacca nel periodo interbellico), ad esempio, fino al 2006 alla guida delle istituzioni politiche slovacche, si sia sempre dimostrato euroscettico: perché molto diffusa è la paura che le politiche agricole “decise” da Bruxelles possano danneggiare l’interno settore interno.

È su queste basi, pertanto, che deve lavorare il processo di integrazione europeo: se si vogliono mantenere intatti quei meccanismi tanto esaltati nei vari trattati comunitari che, da Maastricht in poi, hanno dato nuova importanza al concetto di spirito europeo, già peraltro contenuto nella lontana Dichiarazione Schuman, allora bisogna partire dall’analisi delle problematiche che ne frenano il compimento, mettendo da parte l’osservazione economica in favore d’un approccio finalmente culturale.

NOTE:

Stefano Ricci è dottore magistrale in Scienza della Politica presso l’Università degli Studi di Roma Sapienza; collabora con diverse testate giornalistiche.


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