L’essere o non essere dell\’intervento in Siria Non c’è dubbio che l’attuale e intenso dibattito sull’utilizzo di armi chimiche nella guerra civile siriana non...
L’essere o non essere dell\’intervento in Siria

Non c’è dubbio che l’attuale e intenso dibattito sull’utilizzo di armi chimiche nella guerra civile siriana non è una questione secondaria. La loro qualificazione come armi di distruzione di massa e il loro carattere indiscriminato, oltre alla grande difficoltà di controllare il loro raggio d’azione e i loro effetti, fanno sì che queste armi abbiano, giustamente, una pessima reputazione che va oltre il loro potenziale reale, per entrare quasi nell’ambito del leggendario. Dopo l’uso generalizzato durante la Prima Guerra Mondiale, la loro effettiva assenza nella Seconda Guerra Mondiale fu considerata come un progresso molto positivo. Tuttavia, l’assenza delle armi chimiche in un conflitto che contemplò bombardamenti aerei di massa sulla popolazione, immensi dispiegamenti di artiglieria e perfino l’unico utilizzo fino ad oggi dell’arma per definizione, la bomba atomica, non smette di essere un paradosso.

Il mondo però non si articola intorno a realtà del tutto razionali, ma intorno a percezioni. Ed è a questo livello che si colloca il possibile utilizzo delle armi chimiche in Siria. Si è diffusa la convinzione che questo deve essere, in linea di principio, il limite da porre alla condotta in guerra del regime di Assad.
Bisogna ricordare le parole del presidente Obama, pronunciate pubblicamente lo scorso 30 aprile in una conferenza stampa tenuta alla Casa Bianca, rispetto al fatto che l’utilizzo da parte del regime siriano di armi chimiche contro la popolazione sarebbe considerata una “linea rossa” che, nel caso venisse oltrepassata, lo obbligherebbe ad un cambiamento della sua politica verso il conflitto, che si può facilmente interpretare come un’allusione ad un intervento militare. Questa dichiarazione si univa alle precedenti, nelle quali ha spiegato: \”Non tolleriamo l’uso di armi chimiche contro la popolazione siriana, o il trasferimento di queste armi a terroristi\”. Nella conferenza stampa ha perfino utilizzato l’espressione game changer, spiegando che l’uso di queste armi cambierebbe completamente lo scenario in Siria e l’atteggiamento statunitense rispetto al conflitto. Non ha specificato però che tipo di intervento provocherebbero gli attacchi chimici, anche se ha chiarito che l’intervento in ogni caso dovrebbe essere portato avanti coordinandosi con gli alleati.

Logicamente, dopo queste parole, è stato dedotto che il tanto atteso intervento in Siria dipendesse esclusivamente dall’uso o meno di armamento chimico da parte del regime siriano, delle milizie ribelli e dei gruppi terroristici all’interno delle suddette milizie. Con il suo breve intervento il presidente Obama ha riposto in queste armi l’essere o non essere dell’intervento occidentale nella guerra, atteggiamento che non può definirsi opportuno a causa di quanto viene spiegato in seguito.

Parallelismo con l’intervento in Iraq

Il possibile intervento in Siria ha prodotto un’associazione immediata con il controverso tema delle cause dell’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003. La già allora famosa presenza – o meno – di armi di distruzione di massa in mano al regime di Saddam Hussein è un tema che, trascorso un decennio, non è ancora stato risolto politicamente né negli Stati Uniti né in molte delle nazioni che accettarono o al contrario rifiutarono la tesi di cui si era servita in quegli anni l’amministrazione Bush. In qualunque caso, e torniamo a parlare di percezioni, il ricordo di quegli argomenti non risulta oggi gradito alla maggior parte dell’opinione pubblica, perciò una dichiarazione che inevitabilmente ci rimanda a quei momenti non è opportuna.
Di conseguenza si sono alzate molte voci che avvertono di come gli Stati Uniti starebbero utilizzando per la seconda volta la stessa tesi per giustificare un intervento in Siria in realtà già auspicato. Però non è così, come dimostra una sfumatura essenziale.

Il presidente Obama non ha mai parlato solo del mero possesso di armi chimiche e del pericolo potenziale del loro uso contro la popolazione, come fece il presidente Bush rispetto all’Iraq, nel qual caso sì avrebbe ripetuto la strategia del 2003, ma ha parlato in modo specifico dell’uso di queste armi. La distanza che c’è tra le due dichiarazioni è grande. In primo luogo perché si esclude assolutamente di entrare in un dibattito senza senso sul possibile possesso di armi chimiche da parte del governo siriano. La loro esistenza, concepita come arma di dissuasione davanti all’armamento nucleare di Israele – ancora tecnicamente in guerra con la Siria – non solo non è messa in discussione, ma è anche stata riconosciuta diverse volte dal regime siriano.
In secondo luogo perché identificare la linea rossa con l’uso delle armi vuole lasciare la patata bollente nelle mani di Assad. A differenza dell’Iraq, non sarebbero gli Stati Uniti a portare avanti un attacco preventivo, ma questo, al verificarsi, sarebbe una reazione, la risposta a un regime che avrebbe trasgredito le regole del gioco in un modo inaccettabile o a una fazione oppositrice che avrebbe superato i limiti nella sua lotta. Ancora una volta l’eterno dilemma del primo aggressore e della guerra giusta.

Scarsa volontà statunitense di intervenire

Di conseguenza il comportamento degli Stati Uniti, tra l’altro non sostenuto da nessuno dei suoi principali alleati che optano invece per un appoggio più deciso ai ribelli, sarebbe più un intento per dissuadere Assad dall’uso delle armi piuttosto che la ricerca di una scusa per intervenire. La verità è che né il presidente né la popolazione statunitense desiderano un intervento, una nuova guerra oltremare. Come spiega bene Ramos, il presidente Obama ha ereditato due guerre, Iraq e Afghanistan – la prima probabilmente non necessaria, la seconda imprescindibile – che hanno messo a dura prova la pazienza della popolazione, la resistenza delle sue FAS e i forzieri dello Stato. Il suo ruolo è stato proprio quello di mettere fine a entrambi i conflitti nel miglior modo possibile. Ora che ha portato a termine l’esperienza in Iraq e sta almeno riducendo la presenza statunitense in Afghanistan da qui fino al 2017, la possibilità di aprire uno scenario di conflitto, di durata e risultati imprevedibili, è contemplata con enorme riserbo dall’amministrazione statunitense. Questo intervento sarebbe inoltre contrario allo spirito di nation building at home, con il quale gli Stati Uniti cercano di consolidare una leadership mondiale sostenibile, ostacolato da decadi di sovra espansione e sovra intervento in uno scenario di Guerra Fredda prima e di Guerra conto il Terrorismo poi.

Le caratteristiche del contesto siriano, insieme alle implicazioni geopolitiche del contesto regionale, invitano a pensare che un intervento aeronavale limitato, anche se potrebbe essere plausibile, non sarebbe sufficiente per assicurare una Siria post Assad stabile, perciò sarebbe nuovamente imprescindibile occuparsi del dispiegamento sul territorio di truppe terrestri, ora come ora tanto oltraggiate dalla società statunitense e occidentale in generale. In definitiva le necessità economiche, sociali e politiche del presidente Obama fanno pensare che un intervento di queste caratteristiche sia l’ultima opzione nell’agenda statunitense. In linea con il concetto di “leadership in ombra” che vogliono esercitare gli Stati Uniti, l’intervento terrestre dovrebbe però necessariamente contare su una partecipazione attiva degli alleati, e in modo particolare delle potenze europee con maggiori capacità militari e la Turchia, tanto prossime geograficamente allo scenario del conflitto. Tutte nazioni che stanno affrontando le stesse difficoltà statunitensi nel processo di ritiro o diminuzione significativa delle loro forze in Afghanistan e che sono inoltre interessate da una crisi economica in alcuni casi molto grave.

Tutto ciò che è stato esposto precedentemente trova giustificazione anche nelle successive dichiarazioni dei membri dell’amministrazione americana. Di fronte ai sospetti dell’uso di armi chimiche in Siria, sia da parte del regime che dei ribelli, si sono precipitati a chiarire che, perché questo presunto utilizzo costituisca l’attraversamento dell’ipotetica linea rossa marcata dal presidente Obama, è necessario che il loro uso sia sistematico, indiscriminato e altri termini simili. E rettificare è saggio.

Esistenza di altre motivazioni di pari o maggiore importanza

Un aspetto poco trattato, forse perché assorbiti dal citato inganno delle armi di distruzioni di massa in generale, e delle chimiche in particolare, è il fatto che solo questa circostanza sia da considerare per cercare di evitare maggiori sofferenze ad una popolazione estremamente colpita da due anni di guerra e da circa centomila morti e dispersi. Il sistematico e indiscriminato uso della forza aerea e dell’artiglieria pesante da parte del regime in quartieri controllati dai ribelli, le continue e feroci repressioni da parte delle milizie fedeli al regime, la partecipazione alla guerra di contingenti internazionali di jihadisti e le esecuzioni sommarie di sostenitori del regime che le milizie ribelli mostrano spesso in rete, per non parlare della situazione sempre più preoccupante degli scontri in Libano e dei centinaia di migliaia di rifugiati siriani sono probabilmente argomenti almeno della stessa importanza del possibile utilizzo delle armi chimiche.
Le potenze internazionali, che se avessero avuto la capacità di imporre ad entrambe le parti una negoziazione che permettesse un’uscita dal conflitto avrebbero portato avanti una meritoria iniziativa politica, avrebbero dovuto più ragionevolmente parlare di situazione umanitaria intollerabile come limite alla loro azione invece di basarsi sull’uso di armi chimiche che, tra l’altro, è molto difficile da verificare inequivocabilmente.

Verifica e intervento, o al contrario?

Non è intenzione di questo documento realizzare un’analisi tecnica degli argomenti sulla verifica dell’uso di armi chimiche, che si può consultare in varie documenti pubblicati da questo Istituto, ma di evidenziare quello che sembra essere un controsenso. Davanti alle considerazioni esposte nei punti precedenti e sulla base dei numerosi possibili indizi rispetto all’uso di armi chimiche, tanto da parte del regime come da parte dei ribelli, è necessario considerare le seguenti questioni:

  • L’utilizzo di armi chimiche da parte della fazione avversaria si è convertito in un’arma propagandistica di primordine. La mera accettazione di questo utilizzo da parte della comunità internazionale può determinare la vittoria militare in particolare dei ribelli, ma perfino del regime.
  • Di conseguenza entrambe le fazioni si sforzano per “dimostrare” l’uso delle armi chimiche da parte degli avversari. Ovviamente, in un contesto di guerra come l’attuale, queste dimostrazioni non sono attendibili, anche quando includono le testimonianze di professionisti qualificati, come i medici siriani, che facendo dichiarazioni sulla natura delle lesioni dei feriti possono essere sottomessi a coercizione o essere spinti da interessi partitici.
  • Le valutazioni sul campo, le dimostrazioni ottenute non si sa come che possono successivamente arrivare a laboratori situati fuori dal territorio siriano, i possibili gruppi di ricerca indipendenti che sarebbero diretti dalle autorità di una o dell’altra fazione per il territorio sotto il loro controllo, e tutti gli altri intenti di verifica non sono attendibili nella situazione attuale.
  • Qualunque fazione che arrivasse ad utilizzare le armi ovviamente impedirebbe che il complesso procedimento tecnico e giuridico che potrebbe verificare inequivocabilmente l’uso di armi chimiche si completasse, perciò non si andrebbe più in là di indizi o prove incomplete o poco attendibili.
  • L’uso di VRAC, UAV, UVG, aeronavi convenzionali e laboratori sul campo, che possano recuperare le prove e garantirne la custodia fino alla loro analisi in laboratori indipendenti tecnicamente qualificati, richiede il pieno accordo e appoggio delle autorità e totale libertà di movimento in tutto il territorio siriano, circostanza che nel mezzo della guerra civile in corso è evidentemente impossibile.

 
Perciò non rimane che concludere che le condizioni necessarie per una verifica scientifica e giuridica dell’utilizzo di armi chimiche da parte di una o entrambe le fazioni della guerra civile siriana solo possono prodursi nel caso di un intervento militare internazionale nel territorio che permetterebbe, salvaguarderebbe e assicurerebbe l’uso dei mezzi tecnici necessari per effettuare questa verifica, così come la protezioni fisica degli ispettori. Cioè, la necessaria verifica che dovrebbe provocare l’intervento straniero portato avanti dagli Stati Uniti si può ottenere con garanzia di successo solo dopo aver portato avanti il suddetto intervento. Un problema di difficile soluzione.

Conclusioni

Come già è accaduto in precedenza in Iraq e in Libia, non è giusto indicare l’uso di armi chimiche come elemento di decisione per un intervento militare statunitense, anche se si potrebbe dire occidentale ma non unanime, nella guerra civile siriana dato che risulta estremamente difficile realizzare una verifica del loro utilizzo da parte di una o entrambe le fazioni, fino a quando la guerra non finisca. Di fatto, molto probabilmente, si potrebbero avere le condizioni necessarie per realizzare questa verifica solo avendo il controllo del territorio e dello spazio aereo dopo un intervento militare con un’importante dispiegamento terrestre. Poiché causa e effetto si confondono e si invertono all’analizzare il problema, è evidente che si è creato un circolo vizioso dal quale sarà molto difficile uscire.

In qualunque caso, il possibile intervento portato avanti dagli Stati Uniti è una decisione puramente politica, dato che oltre al possibile uso di armi chimiche ci sono numerose ragioni che possono spingere all’intervento o al non intervento; perciò mettere come fattore di decisione un elemento di così difficile verifica si tratta di una posizione scomoda, con più inconvenienti che vantaggi, sulla quale non si dovrebbe insistere. In questo senso, nella conferenza sulla Siria che si terrà il mese prossimo a Ginevra, con la presenza anche della Russia, probabilmente si affronteranno nuove strategie per dirigersi verso la fine del conflitto. Durante la conferenza, naturalmente, si affronterà la questione dell’uso di armi chimiche, ma sarebbe utile che questo aspetto si affrontasse in un modo rigoroso e che si considerano allo stesso modo altri aspetti, trattati in questo documento, che sono importanti almeno quanto l’uso di suddette armi chimiche.

(Traduzione dallo spagnolo di Arianna Plebani)

NOTE:

Il Ten. Col. Francisco J. Berenguer Hernández è analista dell'IEEE (Istituto Spagnolo di Studi Strategici).

FONTE:

IEEE, 22 maggio 2013.


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