Il numero 4 del primo volume di \”Geopolitica\”, intitolato “America Latina: tentativi di unità”, è stato presentato il 17 giugno a Roma presso l\’Università...

Il numero 4 del primo volume di \”Geopolitica\”, intitolato “America Latina: tentativi di unità”, è stato presentato il 17 giugno a Roma presso l\’Università di Roma Sapienza(vedi). Tra gl\’interventi quello della Prof.ssa Laura Mariottini del Dipartimento di Scienze Politiche, di cui pubblichiamo il testo dell\’intervento.

 
Il numero 4 del primo volume della rivista Geopolitica, dedicato ai tentativi di unità in America Latina, esce nel momento più adatto, proprio quando si stanno celebrando i duecento anni di indipendenza dei Paesi latinoamericani (2009-2024), offrendoci un’occasione unica e importante per ripercorrere il recente passato, per disaminare il presente e per indirizzare le azioni future. Tre dimensioni in dialogo continuo e costante. È un dialogo che si sviluppa su diverse dimensioni: tra le immagini in copertina che evocano il dialogo tra le idee e gli obiettivi del passato e ancora vive nel presente, a sua volta frutto di un dialogo tra popoli diversi che, nell’incontro, hanno fondato l’unità della nazione latinoamericana.

L’importanza e la necessità di una nazione latinoamericana unita è chiara sin dal XIX secolo, come ci spiega Simona Bottoni nel suo contributo: Bolívar e San Martín ne danno prova. Il primo, a capo dell’esercito del Nord, il secondo del Sud, mirano a rendere indipendenti le terre dell’impero spagnolo per realizzare “la patria grande”. Allora non fu possibile a causa della balcanización e, come sostiene José Martí alla fine del XIX secolo, “lo que Bolívar no hizo, aún queda por hacer”. In questo senso ho letto il sottotitolo del volume, Tentativi di unità. Torno indietro di quattro secoli.

Il primo tentativo di unità si ebbe proprio con l’Impero spagnolo, anno 1492. In quel tempo, l’anno dell’arrivo nel Nuovo Mondo, abbiamo la politica di unificazione della Corona dei Re Cattolici perseguita attraverso la “toma de Granada” che segnava la fine della Reconquista e la cacciata dei mori dalla penisola; l’editto di espulsione degli ebrei e, ultimo ma non meno importante, la pubblicazione della prima grammatica della lingua castigliana ad opera dell’umanista Elio Antonio de Nebrija, nel cui exergo si legge “la lengua siempre fue compañera del Imperio”. Nell’anno in cui Colombo arriva nel nuovo mondo, assistiamo ad una importantissima unificazione territoriale, linguistica e religiosa. La lingua è alla base dell’unificazione culturale, se siamo concordi con Eduardo Galeano nel sostenere che la cultura è comunicazione.

Arriviamo al 1713, pieno secolo dei lumi: la Spagna è governata dalla dinastia borbonica, viene fondata la Real Academia Española de la Lengua (RAE), il cui scopo è normativo oltre che descrittivo giacché si propone di combattere l’impoverimento della lingua dovuto alla contaminazione e alla vastità geografica dell’Impero. La RAE aveva alla nascita un carattere monocentrico e uninormativo (vale a dire, esisteva un unico centro irradiatore della norma linguistica); ora, invece, si basa su una cultura linguistica pluricentrica (ci sono più centri che costituiscono modelli di prestigio e indicano le norme). Il pluricentrismo normativo riconosce le alternative, le differenze nell’unità garantita dall’Associazione delle Accademie. Dunque, ripeto, è la lingua alla base della cultura e della nazione culturale di cui parla Miguel Ángel Barrios nel volume ed è a partire da questa unità linguistico-culturale latinoamericana che si tenta di costruire la nazione geo-politicamente intesa. Per questo, ancora Barrios ci dice che la cultura in America Latina non è un soft power bensì un hard power. Potrei a questo punto azzardare: la lingua/cultura è sempre un hard power perché definisce identità ed ideologie individuali e collettive, identifica gruppi sociali, costruisce i noi, i voi e i loro, i qui e i là, gli spazi, i limiti, i confini, le frontiere, i dentro e i fuori.

Due esempi: il primo viene dalla stampa nazionale italiana, dove la parola “latino” appare con altissima frequenza in riferimento a fatti di cronaca nera e giudiziaria. “La guerra tra bande di latinos”, “lite tra latinos, accoltellato nel metro”, “baby gang latinoamericane”, “traffico di latinos”. Ricordo che lo spazio della lingua è lo spazio del pensiero, anche ideologico. Se, quindi, la lingua semplifica, il pensiero e l’ideologia costruiti sono semplificati, stereotipati, incasellati in contenitori troppo piccoli. Il secondo esempio riguarda l’uso dell’aggettivo etnico nei titoli giornalistici: “peruviano violenta ragazza, poi scappa via”; “cocaina al porto. Arrestata colombiana”; “badante peruviana trafficante in coca”. Ciò per sottolineare, come sostiene Luigi Maccotta, sempre nel volume, che nei rapporti tra Italia e America Latina molto è stato fatto, ma a livello istituzionale, alto. Molto, moltissimo resta ancora da fare nel basso, nel contatto reale e quotidiano tra le persone.

La migrazione latinoamericana in Italia, infatti, è un fenomeno sociale nascosto rispetto ad altri più alla ribalta. I migranti latinoamericani che arrivano in Italia, dopo aver subito il complesso del fallito riconoscimento, danno luogo a costruzioni linguistico-identitarie ibride: non si adattano e non si assimilano, non rimangono confinati, ma soffrono del semi-riconoscimento, prigionieri della situazione dello “stare-tra”. Ne è una prova il fatto che si sentano legittimati solamente come parlanti del “itagnolo”, né più dello spagnolo, né ancora dell’italiano. Ciò evidenzia la perdita della memoria linguistica che veicola una perdita di sé. Il semilinguismo presente nelle conversazioni ordinarie con latinoamericani è veicolato anche dal discorso pubblico, della stampa; basta sfogliare qualche pagina di Expreso Latino per rendersene conto: parole come “permesso di soggiorno”, “badante”, “servizi domestici” sono ormai entrati nel socioletto dei migranti latinoamericani in Italia. Tali termini, oltre che contribuire alla preoccupante pratica del semiriconoscimento, definiscono spazi sociali nei quali confinare le persone.

Gli spazi linguistici e culturali, invece, devono essere spazi di incontro che danno luogo ad un “transnazionalismo” additivo (non a qualcosa definibile solo come “semi”, metà), vale a dire, che non deve stabilire dei limiti bensì offrire delle possibilità di attraversamento geografico, linguistico e culturale che porti all’arricchimento individuale e collettivo.

NOTE:

Laura Mariottini, ricercatrice, è docente di Lingua spagnola all'Università Sapienza di Roma.


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