A quasi dodici anni dall’attacco del 7 ottobre 2001, e dopo un lungo periodo in cui appariva superata nella lista delle priorità dei maggiori...

A quasi dodici anni dall’attacco del 7 ottobre 2001, e dopo un lungo periodo in cui appariva superata nella lista delle priorità dei maggiori paesi del mondo, la questione afghana sembra riproporsi solo adesso sulle pagine di cronaca internazionale. Come è noto, il biennio 2013-2014 sarà contrassegnato dalla fase esecutiva dell’Accordo strategico tra Stati Uniti e Afghanistan, che porrà in essere una nuova forma della presenza militare statunitense nel paese, basata sulla concessione a medio-lungo termine di importanti basi strategiche. Si può ricordare a tal proposito l’ammissione, in data 7 luglio 2012, dell’Afghanistan al ruolo di “principale alleato non-NATO degli Stati Uniti”; ruolo che ha confermato la direzione politica di Washington basata sullo Strategic Partnership Agreement che garantirà una presenza sul suolo afghano di circa 10/30.000 militari statunitensi nel prossimo decennio. La “transizione irreversibile”, e il conseguente disimpegno statunitense, porteranno le Forze di Sicurezza Afghane (FSA) ad acquistare di fatto un ruolo chiave nel mantenimento delle condizioni di sicurezza minime in un paese che si presenta ancora profondamente diviso, con differenti interessi delle potenze regionali ed economicamente instabile.

In base ad interessi di carattere strategico, gli Stati Uniti sono intenzionati a mantenere una presenza militare a lungo termine nell’Afghanistan post-2014, in linea teorica permanente, sebbene ancora non completamente definita nella natura e nei numeri effettivi. L’amministrazione statunitense è ormai da diversi anni impegnata nel negoziato per un Accordo sulla sicurezza bilaterale con il governo di Kabul, il quale ha subito nelle scorse settimane un duro colpo d’arresto motivato dall’ostilità di Hamid Karzai rispetto alle manifeste intenzioni di Washington di negoziare contemporaneamente un accordo di pacificazione con i talebani. Questi ultimi hanno predisposto un ufficio politico a Doha (Qatar) – dove è stato per altro inviato il Rappresentante speciale statunitense per Afghanistan e Pakistan James Dobbins. Sebbene Washington e Kabul siano coinvolte in un rapporto diplomatico sempre più aspro circa gli accordi di sicurezza di lungo termine, Russia, Cina, India e Iran continuano ad avere delle perplessità riguardo l’accordo che permetterebbe agli Stati Uniti di mantenere una presenza militare “importante” in una delle aree strategiche più rilevanti nell’attuale scacchiere geopolitico. Sono infatti almeno cinque le potenziali basi in territorio afghano in grado di ospitare dopo il 2014 consistenti contingenti di forze militari e unità di sostegno logistico, situate al confine con Pakistan, Cina, Iran, repubbliche centro-asiatiche e prossime al Golfo Persico. Russia e India hanno manifestato le loro preoccupazioni a riguardo, tanto a Kabul che a Washington. Anche la Cina, la cui politica in Afghanistan è ancora caratterizzata dal non-intervento al di fuori della sfera economica, non ha potuto che rendere manifesto il proprio disappunto.

Le questioni aperte rispetto all’accordo sono principalmente due: la prima riguarda le modalità della permanenza militare statunitense nel paese dopo il 2014; la seconda è invece relativa alla possibilità che il territorio afghano possa essere usato per condurre operazioni militari nei confronti di Stati terzi. Questi due fattori potrebbero senza dubbio riaccendere i conflitti sul territorio e garantire ai talebani l’appoggio – per altro già avviato e conclamato – delle altre potenze regionali – in primo luogo del Pakistan. Per quanto concerne l’Iran, alcuni aspetti riguardanti la soluzione negoziata al conflitto non rappresentano sicuramente delle possibilità auspicabili o vantaggiose. Questa considerazione deve essere ricondotta in primo luogo al timore iraniano di accerchiamento, rafforzato dalla presenza di basi USA in Afghanistan che potrebbero essere impiegate per eventuali futuri attacchi. L’Iran ha probabilmente continuato a seguire – come osserva la parlamentare afghana Shukria Barakzai – la politica del doppio binario: per quanto l’impegno diplomatico iraniano nel processo di stabilizzazione sia evidente, è ugualmente chiaro l’elevatissimo timore per le operazioni di intelligence condotte dagli Stati Uniti al confine con l’Afghanistan: elemento che fa comprendere le ragioni che hanno spinto Tehran, nonostante gli storici rapporti di antagonismo, ad appoggiare alcuni gruppi di combattenti sunniti. L’approccio iraniano sembra essersi definito attraverso una serie di spinte parallele motivate da più di un interesse, di cui però il principale è rappresentato dal tentativo di contenere l’influenza statunitense attraverso una politica che accosta il dialogo e la collaborazione con Kabul, all’appoggio ai singoli differenti soggetti politici e militari interni.

Un’altra direzione imboccata dal governo di Tehran è stata quella dell’avvicinamento diplomatico con India e Russia in previsione del disimpegno della NATO. L’Iran ha sempre giocato un ruolo fondamentale in Afghanistan, ruolo che negli ultimi anni è stato inevitabilmente influenzato dal clima di tensione tra Tehran e la Comunità Internazionale rispetto al programma nucleare iraniano. Il costante riferimento alla potenziale attuazione dell’opzione militare da parte di Washington (e forse ancor prima di Tel Aviv), ha convinto la leadership iraniana a considerare l’attacco come un rischio reale. Nel contesto del deterioramento delle relazioni avviato negli anni passati tra Karzai e gli Stati Uniti (che probabilmente ha oggi raggiunto lo zenit con la crisi nel negoziato USA-Afghanistan), l’Iran si è mosso per esercitare enormi pressioni sulla presidenza afghana in modo da evitare che venisse siglato l’accordo di partenariato strategico sulla sicurezza con gli Stati Uniti: accordo che di fatto penalizzerebbe gli interessi politici, economici e culturali dell’Iran. Dalla prospettiva iraniana l’Afghanistan potrebbe facilmente divenire un fondamentale retroterra commerciale per i prodotti dell’industria nazionale. In questo quadro sono da considerare anche il mercato degli idrocarburi, di cui l’Afghanistan ha assoluto bisogno, e l’accesso alternativo al mare mediante i collegamenti iraniani che permetterebbe di evitare il passaggio attraverso il territorio pakistano. L’Afghanistan acquista poi importanza per gli interessi di Tehran anche e soprattutto in relazione alla sua storica aspirazione di assurgere al ruolo di potenza regionale. Ipotesi che comporterebbe inevitabilmente una politica di competizione egemonica con Pakistan, Arabia Saudita, Turchia e Israele.

Nel complesso quadro afghano è innegabile che la relativa stabilità del paese non possa che essere raggiunta tramite un processo di pacificazione e collaborazione che si estenda a livello regionale e coinvolga gli Stati vicini al confine. È in questo senso che gli accordi commerciali, i contatti diplomatici, e le partnership regionali attuate a vario livello acquistano un’importanza fondamentale: obiettivo dei vari paesi sembra essere quello di accordare tra loro realtà ed interessi divergenti per eliminare o contenere le influenze esterne (per lo meno nelle loro massime manifestazioni). Lo scoglio principale a questo processo di pacificazione su larga scala è probabilmente rappresentato dal Pakistan. Le tre principali correnti del movimento talebano hanno le proprie basi nelle aree ad amministrazione tribale d’Islamabad, e ricevono da tempo accertato sostegno da parte dei servizi di sicurezza pakistani. Le amministrazioni che si sono susseguite alla guida di Washington hanno fallito nei tentativi d’indurre Islamabad ad assumere una ferma posizione contro i movimenti insurrezionali. Il governo pakistano teme sicuramente l’accresciuta influenza indiana sull’Afghanistan (collaborazione economica, apertura di sedi diplomatiche, interessi per le risorse naturali afghane) e considera un accordo con i talebani, storicamente vicini al Pakistan, e la stabilizzazione come carte spendibili da giocare con gli Stati Uniti in cambio di un ridimensionamento del ruolo indiano. Ciò che probabilmente ha più condizionato l’Afghanistan nel corso degli anni è anche il fatto che il paese è diventato progressivamente il luogo di confronto diretto e indiretto tra India e Pakistan. Dopo il crollo del regime talebano a partire dall’attacco NATO del 2001, il Pakistan ha subito una marginalizzazione del proprio ruolo sulla scena politica afghana. È stato ugualmente fallimentare il tentativo di istituzionalizzare un partito politico moderato che rappresentasse i talebani, probabilmente a causa della natura diversificata, tutt’altro che monolitica e sicuramente complessa da controllare e coordinare, del movimento talebano. In questa difficile situazione la risposta pakistana è stata, come si è già avuto modo di sottolineare, quella di provare a porre sotto il proprio controllo quel che restava dei gruppi e delle fazioni talebane sopravvissute all’offensiva occidentale. L’interesse pakistano per l’Afghanistan nasce da considerazioni di carattere prevalentemente strategico relative all’ipotesi di una guerra tra Pakistan e India. A smussare parzialmente il quadro di conflittualità descritto è intervenuto, nel dicembre 2010, l’accordo per la costruzione del gasdotto TAPI, siglato tra Turkmenistan, Afghanistan, Pakistan e India. L’accordo ha probabilmente contribuito a distendere, per ragioni legate all’inderogabile necessità di approvvigionamenti energetici dei due paesi, le relazioni tra India e Pakistan.

A fianco dell’attivismo di iraniani e indiani per fornire supporto al governo di Karzai, sono anche apparsi negli ultimi anni gli sforzi portati avanti da Mosca, la quale ha progressivamente esteso il suo sostegno a Kabul. Le azioni intraprese in questo senso non sono in realtà particolarmente rilevanti, ma probabilmente sono state sufficienti ad indurre Kabul a guardare non più esclusivamente in direzione di Washington per la ricerca di una soluzione che oggi si presenta sempre più regionale. È infatti interesse anche della Russia, al pari dell’Iran, ridimensionare o almeno contenere la presenza statunitense in Afghanistan e in Asia.
Come abbiamo accennato, anche l’Iran è intervenuto – in un quadro già molto articolato – all’interno della questione afghana. Tehran si è mossa in questa direzione unendosi all’India e alla Russia nel tentativo di negare al Pakistan la possibilità di trovarsi automaticamente a gestire il territorio afghano quando le forze occidentali si saranno ritirate dal paese. La regione risulta comunque ampiamente divisa: da un lato troviamo il Pakistan, apparentemente isolato rispetto alle altre potenze regionali, ma con il sostegno cinese. Sul fronte opposto si può invece rintracciare l’Iran, la Russia, l’India e gli stati dell’Asia Centrale che, spaventati tanto dalla possibilità di veder crescere il ruolo del Pakistan e dei talebani, quanto dalla prospettiva di una massiccia presenza militare straniera sul territorio, tentano di muoversi per impedire questi scenari, non presentando però, al momento, una qualsiasi strategia comune.

L’Iran si presenta come attore regionale di primo piano: il paese, che è indubbiamente un punto chiave dell’equilibrio dell’area in quanto snodo delle principali vie energetiche mondiali, è chiamato oggi a conciliare i propri interessi con quelli di un’area altamente instabile. Il contesto geo-strategico in cui si trova ad operare impone di procedere lungo i canali della cooperazione e della distensione per evitare il rischio di accrescere l’influenza di soggetti esterni. Tenendo conto degli elementi analizzati, e dei cambiamenti politici che hanno interessato l’area, va sottolineato comunque che, nonostante le aperture del neo-eletto presidente Rohani nei confronti dell’Occidente – salutate con entusiasmo, forse eccessivo, dalla stampa – è da verificare l’attuazione di un drastico cambiamento in politica estera, il quale appare oggi poco probabile. Al di là dei tentativi che questo nuovo governo potrà portare avanti per avviare un costruttivo dialogo con il mondo occidentale – Stati Uniti in primis – appare realistico il perdurare dell’opposizione iraniana alla permanenza delle truppe NATO in un territorio a ridosso dei propri confini nazionali. È probabile che l’Iran continuerà a portare avanti i suoi sforzi per imporsi come potenza regionale di riferimento, affiancandosi sporadicamente all\’India e alla Russia e tentando contemporaneamente la strada di una maggiore integrazione continentale. Tenendo conto del ruolo e degli obiettivi iraniani, la politica di apertura nei confronti dell’Occidente, sarà forse portata avanti, ma è difficile che essa porti il paese a invertire nettamente la sua impostazione di politica estera e a rinunciare ai suoi interessi primari nella regione, i quali si collegano alla questione afghana e all’ostilità rispetto a un accordo che permetta la permanenza militare statunitense nel paese vicino.

NOTE:

Marlène Mauro è laureanda in Relazioni Internazionali (Università degli Studi Roma Tre) e stagista del programma "Asia Meridionale" dell'IsAG.


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