In occasione della missione a Taškent per supportare l’internazionalizzazione dell’export italiano, il Direttore del Programma di ricerca “Eurasia” dell’IsAG Dario Citati ha intervistato Borij...

In occasione della missione a Taškent per supportare l’internazionalizzazione dell’export italiano, il Direttore del Programma di ricerca “Eurasia” dell’IsAG Dario Citati ha intervistato Borij Alichanov, Vice-Presidente dell’Oliy Majlis (il Parlamento uzbeko), già Presidente della Commissione Statale della Repubblica dell’Uzbekistan per la tutela ambientale e attualmente Presidente del Movimento Ecologico dell’Uzbekistan. Nella conversazione, il politico uzbeko espone un punto di vista istituzionale sulla situazione interna al Paese, sui vent\’anni di indipendenza e sulle linee direttrici della politica estera del governo.

 
L’Uzbekistan ha raggiunto la piena indipendenza da poco più di vent’anni e, come nel caso di altri Paesi ex sovietici, l’affermazione della sovranità nazionale è risultata essere un processo molto difficile. Per Taškent, il terrorismo islamico ha rappresentato un forte ostacolo in tale percorso: la necessità di lottare contro tale fenomeno adottando misure di sicurezza ha senz’altro limitato la transizione alla democrazia. Oggi sono però maturi i tempi per un rinnovamento delle istituzioni uzbeke volto a tutelare maggiormente le minoranze – penso innanzitutto a quella cristiana – e in generale ad affermare lo stato di diritto non solo per migliorare le condizioni della popolazione, ma anche al fine di rendere il Paese più attrattivo da un punto di vista economico. Quale bilancio traccerebbe del cammino verso la democratizzazione e verso la formazione di una società civile nel suo Paese?

In primo luogo vorrei sottolineare proprio il fatto che siamo uno Stato indipendente molto giovane, che, come ha ricordato Lei, esiste come tale da appena ventidue anni. Nonostante questo, tuttavia, sotto il profilo geopolitico l’Uzbekistan ha conosciuto uno sviluppo dinamico ed un rafforzamento costante dello Stato e delle istituzioni democratiche. Negli ultimi anni, inoltre, stiamo assistendo a importanti cambiamenti nella società uzbeka, sul piano sociale, culturale, economico, e in molti altri aspetti della vita civile. Sin dalla proclamazione dell’indipendenza l’obiettivo di lungo periodo indicato dal nostro Presidente è stato esattamente quello della democratizzazione, secondo i cinque principi relativi proprio allo sviluppo democratico della nostra società che ambiscono a garantire un livello dignitoso nel contesto globale delle società civili. Posso dire apertamente che abbiamo raggiunto risultati molto importanti, se si considera quanto sia difficile realizzare un processo di democratizzazione nel giro di appena un paio di generazioni. In molti Paesi ci sono voluti decenni per l’affermazione di strutture democratiche: considerato il poco tempo trascorso, i risultati attuali in Uzbekistan sono certamente importanti. Per quanto riguarda il problema del terrorismo legato all’estremismo religioso, occorre dire che, trattandosi di un fenomeno internazionale, esso rappresenta una minaccia non solo per l’Uzbekistan, ma per l’intera civiltà umana. Il nostro Paese ha dovuto affrontare direttamente in casa propria tale minaccia, e per questo sono stati profusi tutti gli sforzi possibili per impedire il deflagrare del terrorismo non solo entro i confini del nostro Stato, ma in tutta l’Asia centrale. Le severe misure preventive, insieme all’attenzione per lo sviluppo di una società democratica, hanno dato i loro risultati. Voglio anche aggiungere che il popolo uzbeko, in ragione della sua storia e della sua mentalità, è di per sé molto tollerante verso tutte le tradizioni religiose. Una tolleranza che, potrei quasi dire, portiamo nel sangue, visto che nel corso di un millennio sul territorio dell’Uzbekistan hanno pacificamente convissuto molteplici etnie e confessioni, senza particolari conflitti su base nazionale o religiosa, e credo che il cammino intrapreso dall’indipendenza ad oggi abbia rafforzato questa propensione generale a mantenere rapporti cordiali con i vicini. Gli Uzbeki sono un popolo pacifico che tende ad evitare i conflitti. In questo senso le ultime idee espresse dal nostro Presidente relative al miglioramento delle riforme democratiche e alla formazione della società civile danno una maggiore concretezza al cammino che abbiamo intrapreso. Lo testimonia la crescita costante di organizzazioni civili che aumentano di anno in anno nel nostro Paese. Uno degli esempi che vorrei addurre in merito è quello del Movimento Ecologico dell’Uzbekistan, costituito cinque anni fa, la cui esperienza dimostra proprio come vada progressivamente ampliandosi la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica.

Lei d’altronde ricopre attualmente l’incarico di Presidente del Movimento Ecologico dell’Uzbekistan. Può dirci qualche parola sugli obiettivi di questa organizzazione, e in generale sull’importanza della tematica ambientale in Uzbekistan e in tutta la regione centroasiatica?

È importante innanzitutto ricordare la genesi di questo movimento. In epoca sovietica, a causa di un atteggiamento negligente nei confronti dell’ambiente e dei cicli della natura, si sono venute a creare le basi per una situazione molto critica, dal punto di vista ecologico, sul territorio dell’Uzbekistan e di tutta l’Asia centrale. L’esempio più illuminante è il prosciugamento del lago d’Aral: mai in tutta la storia moderna dell’umanità si era visto un disastro ambientale di questa portata, tale per cui nel giro di un paio di generazioni è scomparso un bacino lacustre che per dimensioni era il quarto mare chiuso al mondo e determinava i ritmi dell’ecosistema di tutta l’Asia centrale. Purtroppo, a causa delle politiche errate di epoca sovietica, abbiamo ricevuto in eredità questa enorme catastrofe ambientale. In tali condizioni, non soltanto lo Stato, ma la società nel suo insieme deve essere sensibilizzata rispetto ai problemi ecologici, perché solo da sforzi congiunti possono derivare soluzioni rispetto ai problemi concreti. Il gruppo di iniziativa che cinque anni fa ha fondato il Movimento Ecologico dell’Uzbekistan ha dato un potente impulso per riunire tutti i soggetti che hanno a cuore i problemi ambientali e che possono studiare strategie condivise. Nei suoi cinque anni di esistenza il movimento si è costruito uno spazio d’azione non soltanto all’interno dell’Uzbekistan, ma anche oltre i suoi confini, acquisendo un peso crescente in sede internazionale.

Proprio come il problema del lago d’Aral concerne non solo l’Uzbekistan ma l’Asia centrale nel suo insieme, così, analogamente, molte questioni di politica estera si giocano oggi sul terreno dell’integrazione regionale. La Repubblica dell’Uzbekistan è molto fiera della sua indipendenza nazionale e sembra talora assumere posizioni relativamente isolazioniste, come ad esempio nel caso della recente, quasi definitiva fuoriuscita dal Trattato di Sicurezza Collettiva. Quali sono le prospettive, dal punto di vista uzbeko, della cooperazione con gli altri Stati dell’Asia centrale e ancor di più con l’Unione Eurasiatica?

Per rispondere credo sia opportuno porre la domanda partendo da un’angolazione specifica: noi siamo sempre pronti a partecipare, e partecipiamo attivamente, a tutti i processi di integrazione, se questi corrispondono ai nostri interessi nazionali. L’esperienza dimostra tuttavia che alcune istituzioni sovranazionali – formalmente chiamate ad avvicinare gli Stati, ma che non sono state in grado di offrire risultati concreti – a mio parere hanno dimostrato esse stesse di non avere reale utilità e prospettive efficaci. La nostra visione della politica internazionale è prima di tutto pacifica: essa mira a non interferire nei conflitti armati, a non entrare a far parte di alleanze militari, e soprattutto a costruire relazioni con gli altri Stati sulla base di condizioni paritarie e rispondenti a interessi reciproci. Proprio questa visione si riflette nella concezione della politica estera uzbeka. Quando si verificano queste condizioni, l’Uzbekistan è sempre pronto a risolvere le controversie cooperando con gli altri Paesi: non ci tiriamo certo indietro rispetto alle grandi questioni geopolitiche di portata globale.

Quindi ad esempio è ipotizzabile una partecipazione più attiva e magari un ingresso futuro nell’Unione Eurasiatica?

Non faccio riferimento qui a nessuna istituzione particolare, parlo sul piano dei principi di fondo. Quando la cooperazione risponde ad interessi reciproci, capita persino che due singoli Stati, nelle loro relazioni bilaterali, riescano a trovare una lingua comune per dirimere i problemi molto più efficace della piattaforma offerta dalle organizzazioni sovranazionali.

Rispetto proprio alle relazioni bilaterali, come vede il rapporto tra l’Italia e l’Uzbekistan, dopo aver peraltro visitato in due occasioni il nostro Paese? Da una parte l’antica Via della Seta, la civiltà timuride di Samarcanda, l’eredità dei khanati di Khiva, Kokand e Buchara; dall’altra l’impero romano, i tesori dell’arte italiana, la cultura europea e mediterranea nelle infinite varianti regionali della penisola: accanto al piano economico-politico, due Stati che dispongono entrambi di ricchezze storiche universalmente ammirate hanno buoni motivi di migliorare la conoscenza reciproca.

Serbo un ricordo eccezionale dell’Italia, di cui ho avuto un’ottima impressione nel corso delle mie due visite. L’Italia non è soltanto uno Stato attraente per molti stranieri, ma rappresenta un faro di civiltà. Il popolo italiano, per la sua mentalità e i suoi tratti di fondo, è inoltre molto affine a quello uzbeko: anche di questo posso dare una testimonianza personale. Quando ci si reca all’estero è assolutamente comprensibile percepire, soprattutto all’inizio, una sensazione di estraneità o comunque di diversità. Ricordo invece con quanta rapidità sono riuscito, soggiornando in Italia, a sentirmi subito quasi come a casa. Per quanto riguarda la cooperazione in ambito culturale, economico e politico, sono convinto che le risorse da sfruttare siano ancora molte. Ma abbiamo già registrato dei risultati positivi: ritornando alla questione ecologica, ad esempio, abbiamo costruito relazioni molto strette con alcuni partner italiani. Non molto tempo fa, una troupe italiana ha visitato per due settimane la nostra Repubblica, filmando e documentando la situazione del lago d’Aral e i problemi di inquinamento nella regione uzbeka di Surkhandarya, zona transfrontaliera al confine con il Tagikistan, il Turkmenistan e l’Afghanistan dove viene estratto e lavorato l’alluminio grezzo, ma anche i siti di maggiore interesse turistico dove si conserva il patrimonio storico e spirituale del popolo uzbeko: Khiva, Samarcanda, Buchara, Shahrisabz e molti altri ancora. Le riprese sono durate all’incirca trenta ore. E in quell’occasione il nostro scopo è stato proprio quello di mostrare anche ad altri Paesi europei, grazie al lavoro degli amici italiani, la vastità delle nostre ricchezze storico-culturali e di farle conoscere in modo più approfondito. Un’esperienza di successo che merita di essere ripetuta e ampliata.



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