Era il 14 febbraio del 1945, giorno dell’incontro tra il Presidente statunitense F. D. Roosevelt, al ritorno dalla Conferenza di Yalta, e il Monarca...

Era il 14 febbraio del 1945, giorno dell’incontro tra il Presidente statunitense F. D. Roosevelt, al ritorno dalla Conferenza di Yalta, e il Monarca saudita Ibn Saud, a bordo dell’incrociatore Uss Quincy, ancorato nel Grande Lago Amaro lungo il Canale di Suez. In seguito venne ricordato come un’incontro storico, che sanciva la sostituzione dei nordamericani agli inglesi nell’appoggio alla dinastia saudita, la casa regnante al potere a Riyad.

Sembra che l’atmosfera dell’incontro sia stata piuttosto cordiale, tanto che, a un certo punto, Ibn Saud dichiarò di considerarsi “gemello” del Presidente statunitense, per via della poca differenza di età, delle responsabilità condivise relative alla prosperità delle rispettive nazioni e della comune infermità fisica (Roosevelt era costretto alla sedia a rotelle a causa della poliomelite, mentre il Re saudita camminava a fatica per via di ferite di guerra)1.

L’accordo raggiunto dai due Paesi avrebbe avuto un’importanza fondamentale, e non solo dal punto di vista delle dinamiche in Vicino Oriente. Gli Stati Uniti, non più esportatori di petrolio, si assicuravano forniture strategiche di una risorsa rivelatasi, soprattutto nel corso delle due guerre mondiali, ormai essenziale. Inoltre, sul piano economico, la costituzione della compagnia mista Aramco, garantiva corposi profitti economici ai produttori statunitensi. Dall’altra parte invece, la casa regnante in Arabia Saudita otteneva l’appoggio e la protezione di Washington, oltreché il know how tecnologico necessario alle estrazioni petrolifere. Inoltre, una parte degli introiti derivanti dalla vendita del petrolio sarebbe poi rientrata negli Stati Uniti, per via dei massicci acquisti di armi statunitensi da parte di Riyad. I nordamericani si impegnarono in seguito anche a fornire addestramento e supporto logistico-informativo alle truppe saudite. Il legame militare tra i due paesi, ebbe la sua manifestazione più concreta nella costruzione dell’importante base aerea statunitense a Dhahran.

Stati Uniti e Arabia Saudita diedero così vita a una relazione equivoca, considerate sopratutto le profonde differenze politiche e socio-culturali tra i due partner. Un rapporto basato su pragmatismo e corposi interessi, che però ha causato all’interno delle rispettive nazioni non poche ostilità. Un’ambiguità divenuta ancor più evidente dopo l’11 settembre e le successive guerre in Vicino Oriente, accrescendo notevolmente le diffidenze tra i due paesi. Il wahhabismo infatti, detiene un ruolo fondamentale nell’universo dell’integralismo islamico di matrice sunnita, e una parte delle enormi ricchezze derivanti dal petrolio vengono utilizzate dai sauditi per finanziare moschee e associazioni islamiche in tutto il mondo.

Le relazioni tra Washington e Riyad hanno subito, negli anni successivi all’incontro sul Quincy, diversi alti e bassi, che non hanno però fatto venire meno l’interesse strategico alla partnership. Recentemente, alla base degli attriti, vi sono alcune differenze di vedute relativamente alle rivolte nel mondo arabo, in particolare riguardo alla situazione in Egitto, dove i sauditi rimproverano ai nordamericani di non aver sostenuto il regime di Mubarak. Riguardo la Siria invece, la decisione degli Stati Uniti di puntare, al momento, sulla diplomazia, non è certo stata accolta favorevolmente a Riyad. A preoccupare l’Arabia Saudita poi, la minaccia rappresentata dalle ancora caute aperture di Obama nei confronti dell’Iran.

Ma a incrinare il binomio petrolio-sicurezza su cui è stata costruita la relazione, potrebbe essere proprio il primo fattore di tale equazione. Il recente boom nella produzione di petrolio non convenzionale, sta rendendo Washington meno dipendente dalle forniture estere. Le previsioni più promettenti in questo senso, vedono il paese raggiungere la tanto agognata autosufficienza energetica nei prossimi decenni. Bisogna sottolineare però come, riguardo al petrolio, non si tratta solo di una questione di dipendenza, ma anche di prezzi. Il boom nella produzione infatti, non rende certo gli Stati Uniti immuni dalle fluttuazioni di un mercato estremamente incerto come quello petrolifero.

Ciononostante, maggiori disponibilità di idrocarburi stanno attenuando notevolmente l’importanza vitale e strategica dell’Arabia Saudita nell’ambito dell’interesse nazionale statunitense legato agli approvvigionamenti energetici. Tutto ciò potrebbe rendere Washington sempre meno disposta a impegnarsi massicciamente nel sostenere la casa regnante a Riyad.

A riguardo, diversi analisti sottolineano come sia nell’interesse di lungo periodo dei nordamericani rafforzare le proprie relazioni con l’Iran, dal punto di vista della lotta al terrorismo, così come delle possibilità economiche e d’investimento che una rimozione delle sanzioni potrebbe comportare. Inoltre, un riavvicinamento con l’Iran gioverebbe anche nell’ottica del futuro dell’Afghanistan in funzione anti-talebana. Un Iran reinserito nel sistema internazionale rappresenterebbe anche un’importante fonte per la diversificazione delle forniture energetiche, consentendo tra l’altro all’Europa di attenuare la propria dipendenza da Mosca.

Un miglioramento dei rapporti con Tehran, consentirebbe poi a Washington di focalizzarsi maggiormente su altri scacchieri internazionali, alleggerendo la pressione su uno snodo fondamentale per il commercio energetico internazionale come lo Stretto di Hormuz. Si discute molto a riguardo del nuovo pivot posto dall’amministrazione Obama nell’area Asia-Pacifico, una strategia che però fatica a concretizzarsi, per via delle difficoltà interne negli Stati Uniti, oltreché per il persistere del coinvolgimento nelle questioni relative alla guerra civile siriana.

È stato sottolineato, come anche i sauditi stiano sperimentando un proprio personale e più incisivo pivot verso l’Asia, e non solo come destinazione delle proprie esportazioni energetiche. Nel 2012, Cina e Arabia Saudita hanno siglato un accordo volto a espandere la propria cooperazione nell’ambito dell’utilizzo dell’energia nucleare a fini pacifici. Secondo “Asia Times”, tale intesa potrebbe avere una doppia valenza: testimoniare da un lato, la volontà di Riyad di seguire lo stesso percorso dell’Iran (utilizzo dell’energia nucleare per fini civili, con la possibilità, e la minaccia, di una veloce conversione a fini bellici); configurarsi dall’altro, come un messaggio agli Stati Uniti dell’intenzione saudita di ricercare partner più affidabili, qualora l’interesse nazionale lo richiedesse. Un intensificarsi delle relazioni sino-saudite, potrebbe d’altra parte far “scoprire” a Washington un interesse a sostenere le forze a Riyad, che si oppongono all’attuale casa regnante saudita2.

Di certo, le mosse dei nordamericani, in particolare riguardo ai rapporti con l’Iran, non possono che generare una crescente irritazione in Arabia Saudita. Recentemente, quest’ultima ha dichiarato di voler rinunciare al proprio seggio nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, denunciando l’incapacità dell’ONU di pervenire a una risoluzione dei conflitti. Tale incapacità ha, secondo Riyad, la sua manifestazione più evidente nel protrarsi della questione palestinese. Nel comunicato diffuso dai sauditi, viene poi sottolineato come il Consiglio di Sicurezza abbia consentito al regime di Bashar al-Assad di massacrare il proprio popolo, attraverso anche l’utilizzo di armi chimiche. Da più parti, si è evidenziato come alla base della rinuncia da parte dell’Arabia Saudita al seggio, vi sia in particolare la frustrazione e il fastidio legate alla recente politica degli Stati Uniti in Vicino Oriente.

Attualmente, la dinasta saudita è costretta a dover fronteggiare una fase particolarmente complessa, presentandosi, nel contesto dell’area, quasi come l’ultima “isola” in difesa dello status quo. Geograficamente, il paese si ritrova circondato da minacce: si va dal caos in Egitto, all’instabilità in Yemen, fino alla Siria e all’Iraq del dopo Saddam Hussein, entrambi in orbita iraniana. E poi ovviamente vi è l’Iran, ritenuta di gran lunga la minaccia numero uno. Se dovesse definitivamente venir meno il pilastro, dal punto di vista della sicurezza, rappresentato dai legami con gli Stati Uniti, la casa regnante a Riyad avrebbe parecchie difficoltà a costruire un sistema alternativo di alleanze.

Dunque, se pur le incognite rimangono diverse, il contesto attuale sembrerebbe spingere verso ulteriori raffreddamenti nell’ambito delle relazioni tra Stati Uniti e Arabia Saudita. In definitiva quindi, per il prossimo futuro, i due paesi potrebbero ritrovarsi a essere sempre meno “gemelli”.

NOTE:

Francesco Bellomia è ricercatore associato del programma "Asia Meridionale" dell'IsAG.

1. La vicenda è narrata da D. Yergin in The Prize: The Epic Quest for Oil, Money e Power, New York, Free Press, 1991.
2. Peter Lee, Saudi Arabia pivots toward Asia, January 21, 2012.


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