Introduzione La Cina negli ultimi trent’anni ha conosciuto uno sviluppo economico e sociale quasi senza precedenti:1 dal 1978 il Pil si è settuplicato e...
Introduzione

La Cina negli ultimi trent’anni ha conosciuto uno sviluppo economico e sociale quasi senza precedenti:1 dal 1978 il Pil si è settuplicato e il reddito pro capite di un cittadino cinese di oggi è più di cinque volte di quello della fine degli anni ’70. Alla ricchezza si sono aggiunte importanti vittorie sul piano sociale, in particolare contro la povertà e l’analfabetismo: se nel 1980 oltre 750 milioni di persone vivevano sotto la soglia internazionale di povertà (1.25$), oggi solo il 3% della popolazione ancora vive in povertà.2 Stessa cosa si può dire per l’analfabetismo, giacché più del 94% della popolazione odierna è alfabetizzata.3 Lo sviluppo economico ha portato quindi a notevoli miglioramenti nella qualità della vita, debellando la fame, allungando la vita e migliorando il livello di istruzione dei cittadini cinesi.4

Il quadro è indubbiamente estremamente positivo e non ci si può davvero stupire del perché la Cina continui a mettere come priorità di massima importanza la crescita economica; tuttavia il processo di sviluppo ha anche portato a gravissimi danni all’ambiente. Nonostante non tutti i problemi ambientali cinesi siano prodotti dell’uomo, l’intervento umano e il massiccio sviluppo industriale hanno decisamente aggravato i problemi già presenti, provocando enormi costi umani, sociali ed economici. Se finora il motto dell’economia cinese è stato “svilupparsi prima e risistemare l’ambiente dopo”, l’aggravarsi dei problemi ambientali e la crescente consapevolezza del governo e della società civile riguardo alla gravità della situazione pongono la Cina di fronte a una questione di grande importanza: la sostenibilità del proprio sviluppo economico a lungo termine.

I problemi ambientali e i suoi costi

I principali problemi ambientali cinesi includono un pesante inquinamento dell’aria, forti contaminazioni delle principali fonti idriche, una massiccia deforestazione, problemi di desertificazione, perdita di terra arabile e una drastica diminuzione della biodiversità della flora e della fauna. Questi problemi si scontrano inoltre con un territorio dalla complessa conformazione geologica e climatica: oltre ai processi di degradazione ambientale procurati dall’uomo, la Cina è esposta a terremoti, siccità e, a meridione, a piogge monsoniche. Tutto ciò rende la situazione ambientale cinese fragile quanto complessa da analizzare.

Gli effetti distruttivi dell’inquinamento aereo sulla salute hanno fatto di questo problema uno dei più visibili e preoccupanti a livello internazionale. La causa principale del problema risiede nella fonte energetica principale, il carbone, che costituisce il combustibile con cui si produce oltre il 70% dell’intera produzione energetica. Il carbone, notoriamente fonte energetica sporca ed altamente inquinante, una volta bruciato produce enormi quantità di polveri sottili, di zolfo, ossidi di azoto e anidride carbonica.5

Sebbene le misure per ridurre le sostanze nocive prodotte dalla combustione del carbone siano relativamente facili da attuare e piuttosto economiche, la maggior parte delle combustioni avviene fuori dai controlli statali in stufe di piccole e medie dimensioni, destinate a fornire energia ad aziende e abitazioni private. L’enorme quantità di carbone bruciato non solo provoca l’inquinamento outdoor, ma inquina anche ambienti domestici e lavorativi, con devastanti effetti sulla salute. Si stima infatti che ogni anno circa 420.000 persone muoiono di malattie provocate dall’esposizione all’inquinamento indoor; a questi si aggiungo circa altre 470.000 persone che ogni anno muoiono prematuramente a causa dell’inquinamento outdoor.6

Il problema dell’inquinamento delle acque è un problema egualmente serio, aggravato da due importanti fattori: primo, le risorse d’acqua in Cina sono insufficienti per soddisfare tutti i bisogni della popolazione; secondo, l’inquinamento delle acque ha importanti conseguenze sulla produzione agricola e quindi sulla salute dei cittadini.

La Cina ha infatti solo 2.156.000 litri d’acqua pro capite all’anno, il che è circa un quarto della media mondiale e decisamente inferiore alla quantità disponibile in Paesi come gli Stati Uniti, che possono vantare più di 10.780.000 di litri pro capite all’anno. Il problema dell’inquinamento è particolarmente grave nel nord, che contiene il 44% della popolazione e il 65% della terra arabile, ma solo 757.000 litri pro capite.7 La scarsità d’acqua rende necessario alla popolazione attingere l’acqua da risorse inquinate, con gravi conseguenze per la salute; infatti, solo una piccola percentuale delle risorse idriche cinesi sono classificate come potabili e sicure dopo il trattamento.8 Finora la soluzione all’inquinamento delle acque è stato arginato prendendo l’acqua da risorse sotterranee, presenti proprio nel nord-est. Questo processo tuttavia non è sostenibile a lungo termine, in quanto drenare acqua da sottoterra, a profondità sempre maggiori, provoca sprofondamenti, frane e valanghe di fango.9

La tabella presentata di sotto riassume i principali effetti collaterali dovuti all’inquinamento.10

Traditional, modern and emerging environmental risk factors in China Fonte: Zhang et al., 2010, op. cit., p. 1111
Major health effect Populations at risk or affected
Traditional
Indoor air pollution from solid fuel combustion Chronic obstructive pulmonary deasease, acute lower respiratory infection, lung cancer, possibly low birthweight Almost all rural residents (-740 million); about 35% of urban residents (-200 million); estimated 420000 premature deaths yearly
Unsafe drinking water and poor sanitation Infectious desease (eg. diarrhoea, hepatitis A, typhoid, schistosomiasis) >40% of rural residents (>296 million); >6.2% urban residents (46 million)
Modern
Outdoor air pollution Cardiorespiratory mortalities and morbidities (acute respiratory infections and symptons, lung cancer, possibly adverse birth outcomes) Almost all urban residents (about 580 million); rural residents living near industrial facilities and cities; an estimated 470000 premature deaths in 2000
Industrial water pollution Cancers of the digestive system (eg. stomach, liver, oesophagus, or colorectal cancer) Affected population unknown; an estimated 11% of total digestive system cancer cases (about 954500 yearly)
Emerging
International transport of persistent chemical contaminants Cardiorespiratory diseases from particulate matter and ozone, neurological damage from mercury exposure People living downwind of China (eg. Japan, Korea and USA)
Climate change Deaths due to heat waves, floods, fires, and droughts; increased infectious diseases Throughout China, including coastal communities, water-scarce regions, and urban populations; global populations

 
Altri problemi che hanno un impatto diretto sulla vita economica e sociale cinese sono i problemi legati alla desertificazione, alla deforestazione e in generale alla perdita della qualità della terra. Considerate le sue dimensioni e la sua immensa popolazione, la terra arabile in Cina è relativamente scarsa: ciò chiaramente significa che i problemi legati al suolo hanno conseguenze negative proprio sull’agricoltura.

Il deserto del Gobi ricopre attualmente circa il 30% della superficie della Cina, tuttavia si stima che, con gli attuali ritmi di sviluppo e le tecnologie attualmente usate, tale area è destinata ad espandersi ulteriormente, creando seri problemi agli agricoltori dell’ovest – area dove il problema è di maggiore impatto.11 A questo si aggiungono i problemi di deforestazione: ogni anno la Cina perde infatti circa un milione di ettari di foreste, che vengono trasformate in aree urbane o adibite all’agricoltura.12

Appare a questo punto chiaro che i problemi ambientali cinesi sono diversi, complessi e con profonde conseguenze per la vita sociale ed economica del Paese. Si stima infatti che ogni anno circa il 10% del Pil venga perso per cause ambientali, creando quindi un danno pesantissimo sull’economia cinese. È probabile comunque che questa stima sia fin troppo ottimista, giacché basata sui dati ufficiali dell’Istituto Nazionale di Statistica della Cina, i quali non sempre sono trasparenti e affidabili (es. mancano completamente statistiche sull’inquinamento dell’acqua potabile da parte di fabbriche e industrie).13

Politiche ambientali dal 1970 ad oggi

L’accumularsi e l’aggravarsi dei problemi ambientali ovviamente non è passato inosservato dal governo e dalla società cinese. Tuttavia, in generale si è preferito sempre promuovere politiche ambientali ed energetiche in risposta ad un problema preciso ormai già pressante, piuttosto che fare una politica lungimirante ed a più ampio respiro.14

Harry e Yu dividono in quattro fasi le politiche ambientali cinesi: il periodo Maoista e gli anni ’70, gli anni ’80 e inizio anni ’90, gli anni dal 1992 al 1999 e dal 2000 a oggi.15

Come giustamente nota Shapiro nel suo libro “Mao’s war against nature”16, il periodo dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949 alla morte di Mao ha imposto il principio ideologico dell’uomo alla conquista della natura, promuovendo uno sviluppo economico17 senza alcun interesse riguardo ai potenziali danni ambientali a breve o a lungo termine.

La prima presa di coscienza dei problemi ambientali è avvenuta nei tardi anni ’70, nel momento in cui i problemi di inquinamento dell’aria e dell’acqua si erano fatti ormai molto evidenti. Le prime azioni sono rivolte a ridurre i residui industriali e trattare le acque reflue: la prima legge promulgata è la Legge sulla Protezione Ambientale del 1979, a cui ne seguono molte altre negli anni ’80 e all’inizio degli anni ‘90 (es. la Legge sulla Prevenzione e il Controllo dell’Inquinamento delle Acque del 1984, la Legge sulla Prevenzione e il Controllo dell’Inquinamento dell’Aria del 1987, la Legge sulla Conservazione delle Acque e del Suolo del 1991, etc.).18 In questo periodo, tuttavia, si registrano anche diverse opposizioni a livello internazionale su eventuali coordinamenti transnazionali.19 Nei vari incontri intergovernativi tenuti tra gli anni ’70 e i primi anni ’90, quali la Conferenza delle Nazioni Unite del 1972 e il Comitato di Negoziazione Intergovernativa dell’United Nation Environment Programme (UNEP) del 1991, la Cina ha sempre tenuto una posizione scettica riguardo ai problemi ambientali: i principali argomenti riguardavano l’incertezza scientifica del cambiamento climatico, le responsabilità occidentali sui problemi ecologici mondiali e la protezione della sovranità nazionale.20

Nonostante l’atteggiamento di diffidenza sia continuato anche nel secondo periodo (1992-1999), la Cina in questi anni ha partecipato a numerose conferenze e comitati intergovernativi, che hanno portato a un parziale disgelo della Cina nei confronti della cooperazione internazionale sull’ambiente. Nel 1998 la Cina ha infatti firmato il Protocollo di Kyoto: la motivazione principale per l’adesione non è stata però l’aderenza ai princìpi e ai metodi proposti dal Protocollo, ma l’opportunità di migliorare la propria efficienza energetica e combattere l’inquinamento a livello locale.21

Il terzo periodo (dal 1999 ad oggi) ha portato ad una maggiore attenzione ai problemi ecologici, sebbene con risultati non sempre ottimali. A livello internazionale la Cina è infatti rimasta piuttosto ostile a lavorare per obiettivi tramite coordinamenti intergovernativi, ribadendo come nel 1991 la necessità di proteggere la propria sovranità nazionale e la responsabilità dei Paesi industrializzati nei danni ambientali mondiali. A livello nazionale, al contrario, i problemi ambientali sono al centro di numerose politiche e leggi, ma i risultati sembrano ancora tardare ad arrivare. I motivi principali sembrano trovarsi in politiche non sempre adeguate, nella mancata applicazione delle normative ambientali in certe aree e, più in generale, nella preferenza a una crescita economica rapida piuttosto che sostenibile.

Il principale strumento con cui il governo cinese pianifica gli interventi economici e le politiche ambientali è il Piano Quinquennale. L’attuale 12° Piano Quinquennale, valido dal 2011 al 2015, pone grande attenzione ai problemi energetici e ambientali e alla necessità di promuovere uno sviluppo sostenibile investendo nelle energie pulite e nelle nuove tecnologie. I principali obiettivi sono di aumentare i combustibili non-fossili per produrre almeno l’11% dell’energia, di ridurre i consumi d’acqua a livello industriale del 30%, di diminuire i consumi energetici del 16% e le emissioni di diossido di carbonio del 17% e di aumentare la superficie delle foreste per raggiungere il 21% del territorio cinese. Altri obiettivi includono una spesa consistente (2.2% del Pil) in ricerca e innovazione tecnologica e il mantenimento della popolazione a 1.39 miliardi di persone.22 Nonostante i target siano ineccepibili, le esperienze precedenti insegnano che i risultati potrebbero comunque non essere così immediati. Gli obiettivi del 12° Piano Quinquennale non differiscono molto da quelli del 10° e dell’11° (rispettivamente 2001-2005 e 2006-2010): migliorare l’efficienza energetica, promuovere uno sviluppo sostenibile, ridurre i consumi energetici e migliorare i problemi di deforestazione e legati alla qualità del suolo. Tuttavia, in molti criticano i Piani Quinquennali come modalità di pianificazione economica, accusandoli di essere di strette vedute e deboli nell’affrontare i molteplici problemi connessi all’ambiente.23 Ad esempio, il procedere per obiettivi ha portato a dei paradossi alla fine del 10° Piano Quinquennale: nel 2005, benché molti degli inquinanti chiave fossero stati ridotti, le emissioni di diossido di zolfo (SO2) erano invece aumentate rispetto al 2001.24

Sebbene qualche risultato ci sia stato, sia a livello nazionale25 che provinciale26, le politiche ambientali cinesi nel complesso risultano oberate da una serie di problemi. Il primo è da ricercare nella legislazione farraginosa e nella mancanza di coordinamento tra le diverse agenzie che si occupano di ambiente: infatti non solo le direttive e le leggi nazionali possono essere in contrasto con le regolamentazioni locali, ma già a livello nazionale legiferare su questioni ambientali è piuttosto difficile poiché più Ministeri (il Ministero della Protezione Ambientale, il Ministero delle Foreste, il Ministero dell’Energia e il Ministero dell’Agricoltura) hanno potere decisionale. Il coordinamento dunque non risulta sempre facile.

Un altro problema è la mancata applicazione di norme vigenti: i governi locali, responsabili dell’applicazione delle leggi e della loro amministrazione, spesso tendono a non vedere la protezione ambientale come una priorità.27 Questo è particolarmente vero per le province più povere, i cui governi locali sono più interessati a promuovere lo sviluppo economico e l’urbanizzazione e sono quindi molto disponibili a chiudere un occhio su eventuali violazioni della regolamentazione sull’ambiente per promuovere uno sviluppo più accelerato.28 Tutte queste problematiche rendono le politiche ambientali cinesi piuttosto deboli nell’affrontare la già critica situazione del Paese.

Conclusioni

Negli ultimi trenta anni, la rapida crescita economica è riuscita a risolvere una serie di importanti problemi sociali ed economici che vessavano il Paese. Tuttavia, i problemi ambientali sono stati spesso e volentieri sottovalutati o non corretti adeguatamente con politiche oculate, che si proponessero di prevedere con uno sguardo ampio le problematiche a lungo termine e provvedere alle questioni connesse all’ambiente in senso più lato (come l’agricoltura e la sanità). Benché il governo si sia affaccendato molto negli ultimi decenni per parare alcuni dei problemi più critici, tuttavia l’inquinamento, la perdita di terra arabile dovuta a desertificazione e al cambiamento della qualità della terra, la deforestazione e il declino della biodiversità rimangono problemi molto gravi per la società cinese odierna. Le politiche ambientali non efficaci o troppo limitate sembrano non tanto derivare da un’incompetenza politica, quanto da un affidamento eccessivo a modelli economici ispirati alla curva di Kuznets29, secondo cui nella prima fase di intensa crescita economica i danni sull’ambiente sono numerosi, ma destinati a diminuire nel momento in cui l’economia, ormai ricca, permette di investire maggiormente su tecnologie innovative ed energie pulite. Tuttavia, l’adeguatezza di questo modello per la situazione cinese è contestata da molti30 e ci si augura quindi che la Cina riveda in tempi brevi le proprie priorità politico-economiche e migliori le proprie politiche ambientali per raggiungere l’obiettivo di uno sviluppo più equo e sostenibile.

NOTE:

Alessandra Gherardelli è dottoressa magistrale in Lingue e Civiltà Orientali a La Sapienza di Roma con il massimo dei voti, e ha conseguito il Master in Cooperazione allo Sviluppo conseguito alla School of Oriental and African Studies di Londra. Da Ottobre 2013 collabora con l’IsAG nel programma di ricerca Asia Orientale.

1Hanno avuto sviluppi comparabili a quello cinese le “Tigri Asiatiche”: Corea del Sud, Taiwan, Singapore e Hong Kong. Questi Paesi hanno infatti conosciuto un enorme sviluppo economico (oltre il 7% di crescita annuo) nel periodo tra gli anni Sessanta e gli anni Novanta (Page, J., 1994. “The East Asian Miracle: Four Lessons for Development Policy”. NBER, pp. 219–282)
2Istituto Nazionale di Statistica della Cina (2011) Chinese Statistical Yearbook, Online: chinadataonline.org.ezproxy.soas.ac.uk [Accesso il 01/04/2013]
3Bramall, C. (2009). Chinese economic development. New York: Routledge.
4Naughton, B. (2007). The Chinese economy: transitions and growth. Cambridge, Mass.: MIT Press.
5Smil, V. (2004). China’s past, China’s future energy, food, environment. New York: Routledge.
6World Bank (2007) Cost of Pollution in China: Economic Estimates of Physical Damages, Washington D.C.: World Bank.
7Zhang, J., Mauzerall, D. L., Zhu, T., Liang, S., Ezzati, M., & Remais, J. V. (2010). “Environmental health in China: progress towards clean air and safe water”. The Lancet, 375: 9720, pp. 1110–1119.
8Ibid.
9Bramall, C. (2009). Chinese economic development, op. cit.
10Zhang, J., Mauzerall, D. L., Zhu, T., Liang, S., Ezzati, M., & Remais, J. V. (2010). “Environmental health in China: progress towards clean air and safe water”, op. cit.
11Han, J. (2008) "Effects of Integrated Ecosystem Management On Land Degradation Control And Poverty Reduction." Workshop on Environment, Resources and Agricultural Policies in China, Online: www.oecd.org/agriculture/agricultural-policies/36921383.pdf [Accesso il 20/11/2013]
12Smil, V. (2004). China’s past, China’s future, op. cit.
13Zhang, J., Mauzerall, D. L., Zhu, T., Liang, S., Ezzati, M., & Remais, J. V. (2010). “Environmental health in China: progress towards clean air and safe water”, op. cit.
14Edmonds, R. L. (2011). The Evolution of Environmental Policy in the People’s Republic of China. Journal of Current Chinese Affairs, 40:3, pp. 13–35.
15Harris, P. and Yu, H. (2005), “Environmental change and the Asia Pacific: China responds to global warming”, Global Change, Peace and Security, 17:1, pp. 45-58
16Shapiro, J. (2001). Mao’s war against nature: politics and the environment in Revolutionary China. Cambridge: Cambridge University Press.
17Nonostante sia facile condannare politicamente il periodo Maoista, sicuramente fatto di eccessi e abusi, valutare economicamente tale periodo può essere più difficile. Escluso il dramma economico ed umano del Grande Balzo in Avanti (1958-1961) e il parziale fallimento del Terzo Fronte (1964-1971), il periodo Maoista ha portato anche a una leggera crescita economica (ca. 4-5% annuo secondo le statistiche ufficiali) e all’estensione del servizio sanitario e scolastico pubblico e gratuito alla quasi totalità della popolazione (Bramall, 2009, Chinese economic development, op. cit).
18Chow, G. (2013) “China’s Environmental Policy: a critical survey” in Man, J. Y. (ed). China’s environmental policy and urban development, Cambridge, Mass: Lincoln Institute of Land Policy.
19Chmutina, K. Jie Zhu & Riffat, S. (2012) "An analysis of climate change policy-making and implementation in China", International Journal of Climate Change Strategies and Management, 4:2, pp.138 - 151
20Ibid.
21Ibid.
22Assemblea Nazionale del popolo (ANP) (2011), China’s Twelfth Five Year Plan (2011-2015), traduzione in inglese redatta dalla Delegazione dell’Unione Europea in Cina, Online: www.britishchamber.cn [Accesso il 20/11/2013]
23Liu L., Bing Z., Jun B. (2012) “Reforming China's multi-level environmental governance: Lessons from the 11th Five-Year Plan”, Environmental Science and Policy, 21: 106–111
24Wang, L. (2010) “The changes of China’s environmental policies in the latest 30 years”, Procedia Environmental Sciences, 2, pp. 1206–1212
25Molti degli obiettivi principali del 10° e 11° Piano Quinquennale sono stati in effetti stati raggiunti (Chow, G. (2013) “China’s Environmental Policy: a critical survey” in Man, J. Y. (ed). China’s environmental policy and urban development, op. cit.).
26Come ben evidenziato nell’articolo di Remais e Zhang (2011) “Environmental Lessons from China: Finding Promising Policies in Unlikely Places”, Environmental Health Perspectives, 119:7, pp. 893-895
27Chmutina, K. Jie Zhu & Riffat, S. (2012) "An analysis of climate change policy-making and implementation in China”, op. cit.
28Chow, G. (2013) “China’s Environmental Policy: a critical survey” in Man, J. Y. (ed). China’s environmental policy and urban development, op. cit.
29La curva di Kuznets nasce inizialmente come modello economico per spiegare il rapporto tra sviluppo economico e disuguaglianze sociali; tuttavia questo modello è facilmente applicabile all’ambiente per dimostrare l’andamento dell’inquinamento e dei danni ambientali in rapporto con la crescita economica.
30Zabielskis, P. (2013) “Environmental Problems in China: Issues and Prospects” in Hao, Z., & Chen, S. (eds.). Social issues in China: gender, ethnicity, labor, and the environment, Londra: Springer

BIBLIOGRAFIA
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