L’anno appena iniziato è destinato ad avere un’importanza fondamentale per il futuro dell’Afghanistan. Il prossimo 5 aprile si terranno le elezioni che dovranno designare...

L’anno appena iniziato è destinato ad avere un’importanza fondamentale per il futuro dell’Afghanistan. Il prossimo 5 aprile si terranno le elezioni che dovranno designare il successore di Hamid Karzai, dopo due mandati segnati da mille difficoltà, accuse di dilagante corruzione e clientelismo. Definito spesso dagli oppositori, e non solo, semplicemente “Sindaco di Kabul”, la presidenza Karzai e stata contrassegnata in particolare dalla difficoltà di esercitare un potere esteso realmente a tutto il Paese.

Ancora più importante, la fine del 2014 segnerà il ritiro delle truppe statunitensi e la fine della missione ISAF. Non è ancora stato definito con chiarezza il numero degli effettivi che rimarranno in suolo afghano, così come anche i compiti che a essi verranno affidati; ciononostante, il ritiro del contingente internazionale apre una serie di incognite sulla stabilità futura del Paese.

Per un’analisi approfondita sulla guerra in Afghanistan, sulle sue cause e conseguenze, luci e ombre, i tempi appaiono prematuri, e saranno necessari ancora diversi anni, come anche la raccolta di maggiori informazioni. È possibile però trarre alcune considerazioni su un conflitto iniziato il 7 ottobre 2001 e che ha avuto importanti conseguenze, in primo luogo per gli Afghani, ma anche per l’unica superpotenza rimasta dopo la caduta del Muro di Berlino.

Quando si analizzano le scelte di politica internazionale, e non solo, si ha spesso la tendenza errata nel voler vedere in chi esercita la leadership una visione di lungo periodo, sia che la si consideri giusta o sbagliata. Tale considerazione è rilevante nel caso dell’Afganistan, in quanto le ragioni individuate dai diversi analisti alla base del mancato successo nella stabilizzazione del Paese, erano tutte già ben presenti alla fine del 2001 e potevano essere tratte dalle pagine di storia. Per questi motivi, l’impegno in Afghanistan andrebbe invece considerato nelle sue diverse fasi. Pur non volendo sottovalutare le prospettive di lungo periodo, come quella di esercitare influenza in un Paese dalla fondamentale posizione geostrategica al centro dell’Asia, lo shock dell’11 settembre sembrerebbe aver avuto un peso decisivo nella decisione iniziale di intraprendere il conflitto. Ottenuto, non tanto l’appoggio, ma quantomeno la non opposizione del Pakistan, l’obiettivo prioritario, raggiunto in tempi rapidi, era quello di smantellare il regime talebano e con esso le roccaforti garantite alla rete di al-Qaeda, responsabile degli attentati compiuti nel cuore degli Stati Uniti.

La mancata cattura tra gli altri di Bin Laden e del Mullah Omar segna la seconda fase della guerra, contraddistinta dai tentativi si stanare i capi talebani e qaedisti, primo fra tutti lo sceicco saudita. Al contempo, si rese evidente come la necessità di dare vita a un regime “amico” che potesse scongiurare il ritorno dell’integralismo islamico al potere, richiedeva un impegno sempre più crescente da parte delle forze di occupazione. Impegno cui l’apertura di un secondo fronte in Iraq, sottraeva energie, uomini e risorse.
Pur senza la guerra in Iraq, con buona probabilità, le difficoltà nella ricostruzione in Afghanistan sarebbero state notevoli. Il problema infatti, come più volte sottolineato, non era tanto o solo la minaccia talebana, ma la stessa struttura tribale della società afghana. Un sistema in cui i vari clan appaiono restii a rinunciare alle proprie prerogative in favore del governo centrale a Kabul, in particolare in un contesto carico di violenza, insicurezza e instabilità.

In Afghanistan da più punti di vista si è registrata una “vendetta della geografia”, che è anche il titolo di un recente saggio scritto dall’esperto di geopolitica statunitense Robert Kaplan. Uno degli assunti del discorso sulla globalizzazione, è che quest’ultima ha sancito il superamento dei limiti spaziali, geografici e materiali. In realtà, in Afghanistan gli Stati Uniti si sono ritrovati ad avere a che fare con le stesse montagne, lo stesso territorio ostile e la stessa società tribale che poco più di un decennio prima aveva sconfitto i sovietici. Un contesto ostile e immutato, dove nemmeno l’enorme superiorità tecnologica di cui disponevano i nordamericani ha consentito a quest’ultimi di colmare il divario. Per un paradosso storico, le forze statunitensi si sono trovate a fronteggiare, quando non gli stessi nemici, certamente le medesime armi, che loro stessi avevano contribuito a fornire largamente ai mujaheddin nel tentativo di dissanguare l’Armata Rossa. Si sono trovati poi, come già i Sovietici, a dover gestire il “problema Pakistan”, derivante dal fatto che se la linea Durand rappresentava un limite invalicabile per le truppe nordamericane, così non era per i loro nemici, Bin Laden in primis.

Bisogna sottolineare però come la missione in Afghanistan non è stata segnata solo da ombre, miglioramenti ad esempio si sono registrati negli ultimi anni dai punti di vista dell’educazione, della sanità, della partecipazione popolare e degli sviluppi relativi al commercio e all’industria mineraria. Ciononostante, il disimpegno internazionale rischia di vanificare anche gli aspetti positivi. Come detto, bisognerà valutare l’estensione e i compiti degli effettivi che statunitensi e alleati manterranno in Afghanistan. Lo scenario peggiore per il futuro del Paese vede quest’ultimo ripiombare nella guerra civile. Una prospettiva invece maggiormente favorevole, sembrerebbe necessitare una struttura fortemente decentralizzata e dunque un compromesso tra le varie etnie e clan, intesa che per forza di cose non può escludere del tutto i Talebani. Quest’ultimi attualmente sembrerebbero essere molto più divisi al loro interno, non disponendo più della compattezza che tra le altre cose aveva consentito loro di prendere il potere negli anni ‘90. Fondamentale sarà poi il ruolo delle potenze vicine, le quali se magari concordano nel voler evitare il diffondersi del caos in Afghanistan, hanno idee di ordine non necessariamente congruenti, e più in linea con i rispettivi interessi nazionali (si veda soprattutto India e Pakistan).

Parlando dell’Afghanistan, si è spesso soliti definire il Paese come tomba o crocevia degli imperi1, riferendosi in particolare alle disastrose campagne intraprese tra le montagne afghane prima dai Britannici e poi dai Sovietici. Sfortunate avventure che hanno avuto conseguenze nefaste: nel caso dei Britannici il declino si è sviluppato nei decenni successivi, in quello dei Sovietici il tracollo è stato pressoché immediato.

Attualmente è al centro del dibattito il tema del declino degli Stati Uniti, dopo il breve periodo di egemonia unipolare derivante dalla fine della Guerra Fredda e dal venire meno del contrappeso rappresentato dall’Unione Sovietica. Il dissanguamento umano ed economico delle guerre in Afghanistan e Iraq, unito alla recente grave crisi finanziaria, ha duramente colpito gli Statunitensi e potrebbe, tra le altre cose, tradursi nei prossimi anni in un ridimensionamento del bilancio alla difesa.

In realtà il tema appare ancora controverso, e se il declino viene negato da alcuni, altre interpretazioni differiscono nel valutarne l’entità. Nessuno può negare però il contemporaneo emergere nello scacchiere internazionale di nuovi poteri regionali e non. Ci si riferisce in particolare alla Cina, al ritorno della Russia, all’India e al Brasile. Si parla a riguardo di un graduale shift geopolitico uni-multipolare2, un contesto internazionale cioè, che tende verso un maggior equilibrio nei rapporti di forza. Gli Stati Uniti continueranno nei prossimi decenni a rivestire un ruolo di primissimo piano, ma con buona probabilità, appoggiandosi maggiormente a poteri regionali e aree di influenza. Si parla dunque per il prossimo futuro, della probabilità che emerga un sistema di tipo hub and spoke con un centro rappresentato da Washington, collegato a una serie di sistemi regionali, alcuni dei quali guidati da una potenza egemone, altri tenuti in equilibrio dal bilanciamento dei poteri3.

I tempi quindi appaiono ancora del tutto prematuri per sostenere che l’avventura afghana ha rappresentato per gli Stati Uniti il crocevia dell’inizio della fine della propria egemonia. In conclusione, diversi decenni dovranno ancora passare per sapere se un’ulteriore tomba andrà aggiunta al cimitero degli imperi.

NOTE:

Francesco Bellomia, dottore magistrale in Relazioni Internazionali (Università degli Studi di Roma "La Sapienza"), è ricercatore associato del programma "Asia Meridionale" dell'IsAG.

1. Si veda tra gli altri: M. Bearden, Afghanistan, Graveyard of Empires, "Foreign Affairs", November/December 2001.
2. T. Graziani, La globalizzazione della crisi e lo shift geopolitico, "geopolitica-online.com", 30 agosto, 2013.
3. Prospettiva delineata, tra gli altri, da Carlo Jean in Geopolitica del mondo contemporaneo, Bari, Laterza, 2012


  • Alberto Capece

    22/02/2014 #1 Author

    Ho l’impressione che invece gli Usa, la cui economia dipende ormai in gran parte dalla posizione di preminenza imperiale, siano tentati di conservare e semmai potenziare l’apparato militare (con relativo sistema di alleanze) come surrogato a una centralità economica e monetaria ormai appannata e contesa tra i nuovi protagonisti entrati sulla scena.

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    • Francesco Bellomia

      25/02/2014 #2 Author

      Condivido il fatto che l’economia statunitense sia ormai largamente dipendente dalla propria egemonia mondiale, e che dunque una politica di isolazionismo oggi non sia più praticabile. Al contempo però, il bilancio alla difesa Usa è cresciuto in maniera esponenziale dal 2001, arrivando a surclassare quello di tutti gli altri. Un certo snellimento sembrerebbe quindi, oltreché probabile, anche più razionale (fra l’altro è un trend già in atto sotto l’amministrazione Obama). Per il futuro invece, molto dipenderà dalle scelte dei successori dell’attuale Presidente, oltreché dalle sfide che gli Stati Uniti si troveranno a gestire.

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