Che cos\’è il terrorismo? Il terrorismo può essere visto come la “guerra” di chi non può fare la guerra. Gruppi politici non statuali contrapposti...

Che cos\’è il terrorismo? Il terrorismo può essere visto come la “guerra” di chi non può fare la guerra. Gruppi politici non statuali contrapposti ad un avversario enormemente più potente: uno Stato1. È bene sottolineare come l’asimmetria in campo non sia limitata alle risorse militari o economiche ma sia anche un’asimmetria di legittimità in merito all’esercizio della violenza politica. In una guerra vera e propria, quindi uno scontro diretto convenzionale, i terroristi sarebbero destinati allo sterminio. Essi fanno un uso della violenza politica pur non essendo autorizzati ad usarla: quindi un suo impiego in maniera illegittima.

Per definizione anche questi gruppi sono illegittimi, a riprova di ciò si può notare come la parola terrorismo sia il prodotto di un’elaborazione di giudizio sociale, una specie di verdetto anziché una segnalazione o descrizione neutrale dell’emergere di una certa realtà. Per aiutare a chiarire meglio il fenomeno si possono individuare tre condizioni base affinché si possa parlare di terrorismo: un’enorme sproporzione tra le parti in lotta, il verificarsi di una congiuntura storica che non permetta al terrorista alternative e che quest’ultimo sia spinto alla scelta di mezzi di rapida efficacia anche simbolica. La decisione di agire sempre con la stessa tecnica, non essendo questa la migliore possibile ma l’unica possibile, delinea una vera e propria strategia terroristica.

Laddove la forza del movimento o dell’entità politica che sia in lotta presenterà caratteristiche tali da poter sostenere uno scontro armato, quindi di accorciare il più possibile il gap e di limitare l’asimmetria esistente con uno Stato in merito all’utilizzo e alla modalità d’impiego della violenza politica, la pratica terroristica costituirà una forma di fiancheggiamento per l’azione militare2. Una guerra di liberazione o una guerriglia sono azioni e lotte violente condotte da entità politiche ormai legittimate sia dal giudizio di valore che dal punto di vista giuridico da parte della Comunità Internazionale, in quanto i soggetti che le compiono sono in grado di esercitare in maniera corretta e rispettosa delle regole condivise la violenza politica.

Ad esempio separare i combattenti dai non combattenti creando le istituzioni militari: le uniche autorizzate all’esercizio della guerra o ancora vestire le uniformi senza le quali risulta impossibile identificare gli appartenenti a queste istituzioni, i cui membri sono tenuti insieme da quel collante costituito dallo spirito di corpo e dalla disciplina3. In una guerra di liberazione o guerriglia gli attori non statuali possono o no ricorrere al terrorismo ed in tal caso il ricorso ad esso costituirebbe un enorme danno d’immagine per il movimento stesso. Chi vi ricorre in maniera esclusiva lo fa non perché esso stia rappresentando un equivalente o una scorciatoia al conflitto classico ma perché è una vera e propria forma di “guerra”, l’unica alternativa sarebbe l’inazione4.

Veniamo ora a quello che è il caso in esame:Hamas. L’organizzazione nasce verso la fine del 1987, all’inizio di quella che fu la prima Intifada palestinese. Hamas al pari delle omologhe organizzazioni terroristiche palestinesi, ha un preciso obbiettivo nazionalista/statuale legato quindi all’esercizio dell’autorità di governo. In questo caso si tratta del raggiungimento dei territori della Palestina storica, mediante la creazione di uno Stato islamico palestinese al posto di Israele. La struttura di Hamas prevede, oltre che l’ala politica, anche un braccio armato: l’Izz Al Din, ovvero le brigate Qassam, le quali a partire dagli anni ‘90 iniziarono una campagna di attacchi terroristici anti-israeliani sia nei territori palestinesi che in Israele.

Questi attacchi hanno visto un ampio ricorso di attentati suicidi ai danni di civili fino a giungere in tempi recenti all’utilizzo di IED (Improvised Explosive Device) così come un massiccio impiego di razzi e colpi di mortaio o più generalmente armi a tiro indiretto. Questi ultimi sono aumentati in maniera significativa da quando Israele eresse nel 2004 un muro di cinta in grado di limitare efficacemente l’entrata degli attentatori suicidi nel proprio territorio. Punto di svolta nell’evoluzione politico/militare di Hamas è stata la vittoria alle elezioni legislative nei territori palestinesi agli inizi del 2006 le quali hanno sancito la fine della leadership di Fatah all’interno del movimento nazionalista palestinese5.

Da quel momento in poi, Hamas ha iniziato a comportarsi come un attore politico dotato di sovranità, un attore che pretende il monopolio legittimo dell’uso della violenza: esercitandolo sia all’interno del proprio territorio che nei confronti degli altri attori internazionali. Verso l’interno ha tentato di stabilizzare la situazione in Gaza garantendo, o tentando di garantire, ordine pubblico e rispetto della legge confrontandosi con le bande armate locali responsabili di fomentare caos e rapimenti. Secondariamente l’organizzazione ha portato avanti una campagna di “purghe” mirante all’isolamento e quindi all’esclusione/estromissione dal sistema di comando/controllo dei militanti di Fatah.

Al fine di raggiungere una maggior legittimazione da parte internazionale Hamas ha cercato di ottenere sempre più integrazione all’interno delle istituzioni formali della Palestine Liberation Organization (PLO): l’unica rappresentanza legale del popolo palestinese, la quale gode del riconoscimento internazionale da parte di più di 100 Stati. Ad esempio Norvegia, Russia e Turchia riconoscono Hamas, mentre il governo inglese riconosce come terroristiche le Brigate Qassam, ma non Hamas nella sua interezza: e questo ruolo delle Brigate Qassam verrà successivamente approfondito. Sempre con funzioni politiche interne, Hamas utilizza i potenziali attacchi nei confronti di obiettivi israeliani come mezzo per rafforzare la propria leadership e il proprio ruolo all’interno delle politiche nazionali palestinesi, favorendo così un arroccamento e uno schieramento in difensiva da parte della popolazione palestinese attorno all’agenda nazionale6.

Un tipico modo di operare che caratterizza gli Stati: una forma di organizzazione politica incentrata sulla schmittiana distinzione tra amico/nemico e interno/esterno. Veniamo ora al braccio armato dell’organizzazione: le brigate Qassam. A seguito del ritiro israeliano dalla striscia di Gaza del 2005 i membri delle brigate hanno iniziato un percorso addestrativo strutturato in due fasi: una prima effettuata direttamente a Gaza mentre una seconda seguendo stage formativi in Iran, in Siria o più facilmente presso le forze di Hezbollah in Libano, affinando le loro tecniche ed ambliando il loro arsenale. Quest’ultimo è arrivato ad includere razzi di gittata compresa tra i 20 e 40 km nonché mortai, IED e missili controcarro sia prodotti localmente che importati7. È però più interessante soffermarsi sulla struttura organizzativa delle Brigate Qassam essa è infatti tipicamente convenzionale: nucleo comando, cellule d’artiglieria (se sono i razzi Qassam, queste cellule sono da intendersi come reparti strategici), unità snipers ed anticarro. Ma soprattutto perno fondamentale una struttura su battaglioni di manovra: formati da 4 compagnie a loro volta suddivise in 4 plotoni ciascuna.

Il 27 dicembre 2008 esplose il conflitto tra Israele e Hamas in Gaza. Aveva inizio l’operazione Cast Lead: un conflitto di tipo asimmetrico nel quale Hamas si contrappose alle Israel Defence Forces (IDF). Il leader di Hamas definì lo scontro come la prima guerra su larga scala combattuta e vinta in terra palestinese. Le brigate Qassam hanno affermato di aver ucciso 49 soldati israeliani, di aver distrutto 47 carri e blindati (APC e MBT), di aver sostenuto durante la campagna 19 scontri diretti e di aver colpito obiettivi militari includenti basi, depositi ed aeroporti delle IDF all’interno del territorio israeliano. Cast Lead si è rivelata essere un’azione militare maggiore caratterizzata da un’estrema efficacia da parte delle IDF su tutto l’arco delle operazioni militari condotte nei confronti del braccio armato di Hamas, il quale tentò di emulare le capacità militari dimostrate da Hezbollah durante la guerra in Libano del 2006.

Le brigate Qassam hanno palesato un enorme gap tra gli obiettivi militari desiderati e l’andamento delle operazioni8. Obiettivi militari, indicati come raggiunti dalla propaganda e ottenibili solamente mediante prestazioni militari di tipo convenzionale o simil-convenzionali, esercitabili da organizzazioni che comunemente vengono definite guerriglie o addirittura da eserciti statuali veri e propri. Un tipo di prestazioni riconducibili solamente a chi è prossimo o gode di un riconoscimento della legittimità all’uso della violenza in ambito interstatale: prerogativa auspicata ma non ottenuta da parte di Hamas.

In conclusione si può notare come l’organizzazione Hamas abbia spinto costantemente in direzione di una legittimazione al monopolio dell’uso della violenza. Sul piano interno le elezioni del 2006 hanno conferito legittimità alla volontà di perseguire un monopolio dell’uso della violenza da parte dell’organizzazione. Un monopolio effettivamente raggiunto nei confronti degli altri attori politici presenti in Gaza. La legittimazione derivante dalle elezioni ha fatto scaturire un riconoscimento ad esempio da parte di Norvegia, Russia ed anche Gran Bretagna (quest’ultima limitatamente all’ala politica e non quella militare). Sul piano esterno, cioè nei confronti di attori internazionali Hamas ha spinto verso l’auspicata legittimazione della sua istituzione reputata all’impiego della violenza politica: le brigate Qassam. Le quali non godono di alcuna legittimazione in quanto la loro strategia di lotta e di impiego della violenza è di tipo terroristico.

Il tentativo è però fallito in quanto l’auspicato confronto “convenzionale” con le IDF non si è manifestato a causa delle carenze organizzative, di leadership dei quadri e di prestazioni militari nel complesso delle brigate e soprattutto data l’estrema efficacia dell’azione delle IDF. Le brigate Qassam sono per così dire ripiombate in uso della violenza di tipo terroristico anziché quello auspicato convenzionale, rischiando così di minare il monopolio legittimo della violenza politica di Hamas stessa e permettendo a nuovi attori di farsi strada: ad esempio Jihad palestinese e sempre un maggior numero di cellule salafite, come ha dimostrato la recente operazione Pillar of Defense del 2012.

NOTE:

Michele Taufer è dottore magistrale in Politica Internazionale e Diplomazia (Università degli Studi di Padova).

1. Luigi Bonanate, Il terrorismo come prospettiva simbolica, Aragno, Torino, 2006, p.23.
2. Michele Taufer, Controterrorismo: strategie e contraddizioni della lotta al terrorismo, Dip. FISPPA, Università di Padova, 2013, pp.41-42.
3. Ivi, p. 27.
4. Ivi, p. 42.
5. Hamas's Izz al-Din al-Qassam Brigades, 27 September, 2013.
6. Mohammed Yaghi, Understanding the Hamas Agenda, "The Washington Institute for Near East Policy", Policy Focus #53, February 2006.
7. Lorenzo Striuli, Le armi di Hamas, Rivista Italiana Difesa, N°4, Chiavari, Giornalistica Riviera Soc. Coop., Aprile 2009, pp.24-32.
8. Yoram Cohen, Jeffrey White, Hamas in Combat, "The Washington Institute for Near East Policy", Policy Focus #97, October, 2009.


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