Oggi, a livello mondiale, si può distinguere un “Blocco Democratico” (UE ed USA), un “Blocco Autoritario” (Cina e Russia) ed un “Blocco Islamico” (Medio...

Oggi, a livello mondiale, si può distinguere un “Blocco Democratico” (UE ed USA), un “Blocco Autoritario” (Cina e Russia) ed un “Blocco Islamico” (Medio Oriente, parte dell’Asia Centrale e parte dell’Africa): quindi un sistema eterogeneo, nel quale i vari attori perseguono (con strumenti e modi diversi) una politica di espansione e potenza, la quale dipenderà sempre più dall’accesso alle fonti di approvvigionamento energetico, più che dalle conquiste territoriali.

In questo “Nuovo Grande Gioco”, il gas risulta essere un elemento fondamentale, dato che per i Paesi industrializzati sarà una risorsa sempre più imprescindibile, che dovrebbe addirittura (secondo Michael Economides, importante analista americano nel campo energetico) prendere il posto del petrolio, come più importante risorsa energetica, a livello mondiale (dal 2030). Il gas, infatti, ha numerosi pregi rispetto a petrolio e carbone (superiore valore calorifico, minore emissione di anidride carbonica e maggiore facilità di trasporto) e le sue riserve, con il consumo attuale, dovrebbero durare per tre secoli (secondo l’AIEA: Agenzia Internazionale Energia Atomica). Queste stime, che nel 2030 vedono l’Unione Europea dipendente per l’80% da importazioni di gas naturale (di cui avrà sempre più bisogno), introducono seriamente il problema della “sicurezza energetica”.

Con l’accordo pilota Brandt-Breznev (del 1970), attraverso il quale partì la prima fornitura di gas dalla Russia alla Germania Orientale (il 1° Maggio 1973), iniziò quella che è diventata una vera e propria dipendenza europea dal gas russo (che copre 1/4 del nostro fabbisogno), anche se sarebbe più corretto definirla interdipendenza (il mercato europeo rappresenta i 2/3 delle esportazioni di gas russo). La Russia vede nell’Europa il maggiore (per il momento) acquirente del suo gas, ma attraverso la controllata Gazprom (che è presente complessivamente in 18 Stati dell’Unione Europea), approfitta della concorrenza del mercato interno all’UE per allacciare rapporti “bilaterali” (privilegiando Francia e Germania, allontanando l’Inghilterra), evidenziando un’asimmetria istituzionale tra la politica energetica europea e quella russa.

Il Corriere della Sera dell’8 Agosto 2009, titolando “Relazioni Pericolose”, faceva riferimento all’accordo Russia-Turchia sul gasdotto South Stream. Con una premessa un po’ troppo enfatica (“‘La Guerra Dei Gasdotti’ è la vera partita geostrategica del nostro tempo. Dove si muovevano soldati e divisioni corazzate, oggi si muovono tubi e permessi di transito”), si evidenziava uno “scontro” geopolitico in atto fra Stati Uniti e Russia, con ambiziosi progetti (geoeconomici) per il trasporto e lo sfruttamento del gas naturale.

L’Europa, in questa corsa al gas, si ritrova quindi in posizione di debolezza nei confronti della Russia, la quale non esita a stringere rapporti con l’Algeria per collaborare nelle forniture di gas (come evidenzia l’accordo stipulato tra Gazprom e la statale algerina Sonatrach, il 4 Agosto 2006), stringendo l’Europa in una vera e propria morsa geoeconomica (ricalcando le stesse caratteristiche di una classica manovra strategico-militare). Il quotidiano La Stampa del 5 Agosto 2006, titolando “Mosca e Algeri fondano l’Impero del gas”, faceva riferimento proprio all’accordo stipulato il giorno prima a Mosca. La Russia cercava di creare un’alleanza fra i grandi produttori di gas naturale, per gestire la politica dei prezzi, delle esportazioni e dello sfruttamento dei giacimenti (con l’intenzione di coinvolgere anche Sudafrica, Marocco ed Angola, con lo scopo di allargare la cooperazione in questo settore vitale per l’economia). Poiché l’Italia importa circa il 70% del gas da Algeria e Russia, la sua dipendenza energetica dall’asse Mosca-Algeri rischierebbe di diventare sottomissione geopolitica.

Per valutare l’importanza e l’efficacia dei rapporti “bilaterali” di una forza preponderante nei confronti di altri attori più deboli, risulta interessante analizzare le dinamiche (modalità e motivazioni) della rapida espansione della Repubblica di Venezia nei territori della terraferma circostante (ed oltre), che in brevissimo tempo (1404-1427) portò alla creazione dello “Stato da Tera”, che assieme al “Dogado” (il territorio metropolitano della Repubblica di Venezia) e allo “Stato da Mar” (i domini marittimi, cioè i territori oggetto del primo moto d’espansione del potere veneziano) costituì l’area di dominio dello Stato Veneziano.

Prima della Guerra di Chioggia (1379-1381), che aveva sancito la vittoria della Serenissima sulla Repubblica di Genova, ci furono solo poche “uscite” della Repubblica di Venezia verso la terraferma circostante (per esempio, con l’inclusione di Treviso nel 1339, considerata il “giardino di Venezia”). Infatti, come esortava il Cancelliere Ducale Raffaino Caresini (capo della Burocrazia veneziana) verso la fine del Trecento, quest’ultima doveva “coltivare il mare e lasciare stare la terra”, perché era dal mare che arrivavano le ricchezze (in quanto potenza commerciale marittima). Fino al 1404, la Repubblica di Venezia aveva stabilito accordi di pace con quasi tutto l’entroterra circostante, formando una specie di protettorato, che lei non amministrava, ma controllava, per salvaguardare le vie di comunicazione, per un solo fondamentale motivo: garantire la sicurezza del flusso commerciale (che, ovviamente, stava alla base della sua ricchezza).

Per poter perseguire questo obbiettivo, la Serenissima aveva bisogno di mantenere inalterate due condizioni indispensabili, nei confronti della terraferma circostante: frammentazione di quest’area (per evitare che un solo Stato potesse inglobare Veneto-Friuli, isolando il “Dogado” dal resto della penisola) e non belligeranza nell’intera zona (per salvaguardare la sicurezza delle strade, permettendo il normale scambio commerciale, elemento di vitale importanza). Dai primi anni del 1400, questo equilibrio cominciò ad evidenziare segni di rottura; i Visconti (Ducato di Milano) si erano espansi fino a Verona, mentre i Carraresi (Carrara) avevano inglobato Padova. Nel 1402, la morte di Giangaleazzo Visconti aveva provocato l’implosione dello Stato visconteo, innescando un periodo (di circa dieci anni) in cui i vari Capitani di Ventura (mercenari al soldo degli Stati italiani) cercavano di accaparrarsi un pezzo dell’ormai ex-Stato visconteo).

Da questa situazione fortemente instabile, i Carraresi trassero vantaggio: presero Verona (nel 1402) e assediarono Vicenza (nel 1404); inoltre, in qualità di cugini dei Castellani friulani Valvasoni, che avevano comprato Latisana dai Conti di Gorizia (in precedenza offerta, ma rifiutata, alla Repubblica di Venezia, per 12.000 Ducati), i Carraresi allargarono la loro influenza anche in Friuli. Nel 1404, la Repubblica di Venezia (in pericolo) si trovò “costretta” ad agire. Assoldò i Capitani di Ventura, ormai ex-viscontei (provenienti da famose famiglie, impegnate in questa “professione”, come quella dei Malatesta o dei Gonzaga), ruppe l’assedio carrarese a Vicenza, occupando la città, per poi inglobare Verona l’anno successivo, tramite accordi diplomatici (ma anche con la minaccia dell’esercito alle porte); lo stesso anno venne presa anche Padova, questa volta con l’uso della forza (uccidendo tutti i Carraresi presenti in città e scalpellando via dalle mura tutti i loro simboli famigliari).

Nel 1405, la Repubblica di Venezia si estese a quasi tutto il Veneto e si fermò (temporaneamente), perché il suo obbiettivo (come spiegato precedentemente) non era creare lo “Stato da Tera”, ma salvaguardare gli interessi commerciali derivanti dallo “Stato da Mar”, mantenendo la supremazia marittima; infatti, dopo il 1405, molte città (come Piacenza, Ancona e Ravenna) si offrirono di entrare nello “Stato da Tera”, ma la Repubblica di Venezia decise (successivamente) di inglobare solo Rovereto (nel 1418), per salvaguardare la sicurezza delle strade (e di conseguenza il flusso commerciale) in quest’area, resa instabile da scontri locali.

Dal 1410, la situazione cominciò a diventare instabile anche in Friuli (costituito da una miriade di realtà castellane locali, riunite solo “formalmente” sotto il blando controllo del Patriarca di Aquileia, che operava in rappresentanza dell’Imperatore, il quale, periodicamente, rivendicava pretese in questa Regione), con due fazioni (divise dal Fiume Tagliamento) in aperto conflitto fra loro; tra il 1412 ed il 1420, la Serenissima intervenne inglobando tutto il Friuli (compresa Latisana, rifiutata dieci anni prima), non con la forza (a parte Latisana stessa ed un’unica famiglia ostile, esiliata poi in Ungheria: i Prata), ma con i già citati rapporti “bilaterali” (differenti accordi con ciascuna delle tante realtà castellane locali).

Nel 1470, fu eletto Patriarca di Aquileia (da Papa Paolo II) un Patrizio veneziano (Marco Barbo), il quale riconobbe “formalmente” il dominio della Serenissima nel Friuli. Nel 1421, Pandolfo Malatesta propose di vendere Bergamo e Brescia (da lui controllate) alla Repubblica di Venezia (perché troppo onerose per lui, che era già Signore di Rimini), ma quest’ultima rifiutò l’offerta, in quanto considerava il Fiume Adda una linea di confine invalicabile (per non allargare troppo lo “Stato da Tera”); perciò, Pandolfo Malatesta accettò l’offerta del ricostituito Stato visconteo (con Filippo Maria Visconti), cedendo Bergamo e Brescia al Ducato di Milano, che subito impose dazi doganali, complicando improvvisamente lo scambio commerciale Veneziano in questa importante zona di transito, ai confini con lo “Stato da Tera”.

Nel 1426, finalmente, nel Senato Veneziano prevalse l’ala interventista (Famiglia Foscari) su quella riluttante (Famiglia Moncenigo) e si decise di agire; la Repubblica di Venezia utilizzò la solita tecnica dei rapporti “bilaterali”, assoldando Francesco Bussone (Conte di Carmagnola), un ambiziosissimo Capitano di Ventura ex-visconteo, il quale contrattò (in nome della Repubblica di Venezia) con le diverse realtà locali (città, castelli e comunità), stabilendo una serie di variegati accordi, che la Serenissima rispettò al momento dell’inclusione di quest’area (Brescia nel 1426 e Bergamo nel 1427) nello “Stato da Tera”; solo trenta Castelli bergamaschi (facenti capo alla Famiglia Suardi, filo-viscontea) furono presi militarmente dalla Repubblica di Venezia. A Francesco Bussone venne concesso un “Nido” (Feudo di Chiari) e successivamente fu nominato Conte (Conte di Chiari), ma quando il Senato veneziano capì che Francesco Bussone aveva delle pericolose ambizioni destabilizzanti e difficilmente arginabili (impossessarsi del Ducato di Milano), lo invitò a Venezia (con un tranello), lo imprigionò e lo decapitò (nel 1432), senza processo. Successivamente (dal 1441), il Comandante di Ventura Bartolomeo Colleoni creò uno “Stato Cuscinetto” (fra lo “Stato da Tera” ed il Ducato di Milano) nella Pianura bergamasca, grazie alle varie concessioni ricevute dalla Serenissima, la quale si riprese tutto (rimangiandosi gran parte delle promesse fatte a Bartolomeo Colleoni) al momento della sua morte (nel 1475).

La Repubblica di Venezia, in questa sua veloce espansione (che portò alla formazione dello “Stato da Tera”), ha sempre valutato le diversissime realtà locali (città, comuni, signorie, castelli, famiglie, comunità…), individuando, di volta in volta, i diversi rapporti di forza che si erano creati prima del suo arrivo, basando su questi il proprio “distaccato” controllo del territorio, delegando (in sostanza) ad esse la giurisdizione della terraferma (per non destabilizzare l’equilibrio creatosi prima del suo arrivo e per non spendere nemmeno un soldo nell’amministrazione dell’entroterra); tutto questo fu fatto senza nessun atteggiamento ideologico (appoggiando sia città sia signorie, dove esse risultassero localmente “forti”), tenendo conto anche dei successivi mutamenti degli equilibri territoriali (cambiando di conseguenza i propri rapporti “bilaterali”) e senza perseguire nessuna opera di accentramento (fino alle Guerre della Lega di Cambrai: 1508-1510), perché lo “Stato da Tera” doveva essere solo funzionale allo “Stato da Mar”, elemento da cui proveniva la vera supremazia della Repubblica di Venezia.

Questo spiega la velocissima disgregazione dello “Stato da Tera”, avvenuta dopo la sconfitta veneziana di Agnadello (ad opera dei Francesi): per quanto scioccante ed inaspettata fosse, si trattava sempre di una singola battaglia persa, ai margini dello Stato (che in quest’epoca, era un termine infinitamente lontano dal concetto di Stato in Età Contemporanea). Dal 1510 al 1516, lo “Stato da Tera” fu ripristinato (altrettanto rapidamente), con quasi gli stessi confini e con i medesimi rapporti “bilaterali” (praticamente riconosciuto nel Trattato di Noyon, del 1516, tra il futuro Imperatore del Sacro Romano Impero Carlo V ed il Re di Francia Francesco I).

Ovviamente, questi esempi storici non possono strutturare una regola valida per ogni situazione geopolitica, perché si tratta di diversi contesti geoeconomici, in epoche profondamente diverse, però è curioso notare il sapiente uso di metodi “bilaterali” utilizzati da Mosca, nei confronti dei singoli Stati dell’Unione Europea, diminuendo la già debole coesione dell’UE, ponendosi efficacemente come potenza preponderante: “Divide et Impera” (“Dividi e Domina”).

Oggi, in un quadro geopolitico così complesso, basato sulla dipendenza economico-energetica delle potenze in gioco (che si muovono in questa scacchiera geopolitica) ogni previsione teorica si potrebbe prestare ad un fallimento pratico; la Storia non è una scienza, perché non si può basare su modelli dogmatici ripetibili (a causa del fato), come ci ricorda anche Niccolò Machiavelli (a cavallo fra il XV Secolo e il XVI Secolo) in un’Italia divisa dai conflitti fra piccoli Stati (paragonabili agli Stati dell’Europa in Età Contemporanea) in balia delle crescenti Monarchie Europee in lotta fra loro, come Francia e Spagna (paragonabili a Stati Uniti e Russia, a cavallo fra il XX Secolo e il XXI Secolo): “Così è la ‘Fortuna’ e volge il suo impeto dove la ‘Virtù’ non è preposta a resisterle.”.

Il “Modo di Combattere Occidentale” (caratterizzato da due elementi fondamentali: uso della “tecnica” e “annientamento” del nemico) lo si può individuare già nell’Europa Moderna (tra il 1560 e il 1660, secondo Michael Roberts, tra il 1450 e il 1800, secondo Geoffrey Parker), nella quale il bene più prezioso era la terra (tanti uomini in uno spazio geografico relativamente limitato), mentre in Asia ed Africa era l’uomo (pochi uomini in uno spazio geografico immenso). Nel Mondo Contemporaneo, invece, l’elemento fondamentale è l’energia, ma l’obbiettivo finale resta il medesimo: “l’acquisizione di supremazia geopolitica”.



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