E’ uno scenario in decomposizione quello globale, vissuto tra disincanto e attesa come se il solo incedere virulento degli eventi o la percezione di...

E’ uno scenario in decomposizione quello globale, vissuto tra disincanto e attesa come se il solo incedere virulento degli eventi o la percezione di essere in un atmosfera di costante propensione al cambiamento sospingesse ora allo sgomento, ora alla rassegnazione, ora ad un senso di svolta. I focolai degli ultimi anni (dovremmo dire almeno degli ultimi venti) non possono essere registrati secondo una mera rappresentazione di criticità locali che si riverberano sullo scenario internazionale, frammentandone la visuale o compromettendone la tenuta d’insieme. Non vi sarebbe lucidità in una sommatoria dei fenomeni che sfuggisse alla consapevolezza delle dinamiche di fondo che scuotono gli assetti e originano mutamenti di cui si finisce quasi sempre per avere contezza solo in là nel tempo, quando il peso si fa più incombente e la necessità di azione si scopre essere un affannoso tentativo di reazione. A non tutti i soggetti politici, grandi e piccoli, è dato di incidere oltre una data ristretta misura, e chi esercita una preponderante potenza non può comunque menare le danze, scandire i tempi, forgiare fenomeni e strategie senza fare i conti con lo stridere e la forza di altri fenomeni e di altre strategie, quando queste ci sono.

Quella attuale è una imprecisata fase di trasformazione. Lo si ribadisce in ogni dove, spesso con buona approssimazione ogni qualvolta le criticità si manifestano nei loro risvolti più espressivi e visibili in superficie. Ma le letture circoscritte, almeno quelle che scampano ad abusi di semplificazione e schematizzazione, possono trovare ben più solidi fondamenti se le si inserisce nel contesto d’insieme. Ovvero, nel momento in cui si riconosce che dati fattori si collegano ad altri macro-fattori sovrastanti. Non si tratta di usare una chiave meccanicistica d’interpretazione. Non si tratta neanche di dare un senso al caos percepito. La percezione del caos (per quanto esista anche la “strategia del caos”) è di per sé attestazione di insufficienza di strumenti e dati perché vi soggiace l’idea di immaginare un sistema (globale in questo caso) compiuto o appositamente tratteggiato. E’ un po’ come l’illusione di avere avuto prima e di non riuscire ad avere ora a che fare con una realtà più comprensibile, inquadrabile, definibile e quindi magari più controllabile.

Certo, vi è il bisogno di afferrare il senso delle congiunture storiche così come quello delle epoche che si susseguono, eppure in ogni momento storico sussiste sempre, da un lato, una tendenza ad avvertire come spiazzante e caotico il contesto in cui ci si trova, dall’altro l’esigenza di riannodare i fili, elaborare categorie, tracciare linee guida e teorizzare, astraendo i fattori determinanti e dirimenti, sì da configurarsi una realtà decifrabile e da qui, nel caso, operativa. Rimane indubbio, in ogni caso, che l’odierna dimensione abbia dei marcati connotati di incertezza e opacità, giacchè ci si trova in un progressivo sgretolamento di determinati punti di forza su cui si è retto un dato ordine, mentre emergono tendenze – di fondo od estemporanee a seconda dei casi – che dovrebbero condurre a qualcosa di più stabile e strutturato, in un lasso di tempo non ancora però sufficientemente scrutabile.

Di per sé, il concetto stesso di sistema implica una forma di cristallizzazione, di perimetrazione e contenimento del flusso continuo e inarrestabile del divenire. La storia ha certo mostrato tentativi politici di costruzione di sistemi, empirici e analitici, come è vero però che spesso la raffigurazione di un sistema è un esercizio di comprensione del presente o un utile strumento ex post. Nella sostanza, permane un problema di non poco conto: adattarsi alla realtà. Adattarsi, nella sua compiuta accezione, dovrebbe implicare consapevolezza, elaborazione strategica e dispiegamento dei mezzi. Sicchè, cavalcare gli avvenimenti in una prospettiva più o meno autonoma d’azione è un conto, subirli e condividerne le logiche quando si sta andando a sbattere è o incompetenza politica o strumentale compiacenza, per quanto sorretta da affine impostazione ideologico-culturale.

L’Italia, come ogni soggetto politico, ha le sue specificità tra novità e retaggi, ma è indubbio che le sue serbino un sovrappiù di particolarità che sovente la pone in uno stato di anomalia se gli altri soggetti di confronto sono i maggiori paesi, in particolare europei. L’anomalia si fa crisi endemica se non la si individua come problema, ma come semplice contesto in cui muoversi a tentoni e con ripiegamenti di comodo.

Si ha, dunque, che il nostro Paese vive una lunga fase di transizione dentro una sovrastante fase di trasformazione internazionale. E’ un dato che la classe dirigente nostrana ha solo sommariamente voluto comprendere e soprattutto affrontare. O almeno, gli esiti non ci dicono che il cammino intrapreso sia stato propizio.

I fatti di Roma si reggono con quelli di Kiev o anche di Tripoli, Il Cairo, Damasco e altrove ancora. Certamente segnalano cause e conseguenze diverse, ma nondimeno poggiano su fattori comuni, attinenti appunto al decomporsi e al ricomporsi di punti fermi, tendenze, contiguità geopolitiche.

Una delle più gravi carenze del ceto intellettuale e politico italiano è la debole o scarsa consapevolezza che il determinarsi della realtà socio-politico-economica è una questione di insieme, di contesto, di struttura, di rapporti di forza. Ancor di più sembra sfuggire che si è dentro ad una continua dimensione conflittuale che è di per sé istanza prima del capitalismo e del politico in senso pieno (oltre che della natura umana). Si è sempre in presenza di un dis-equilibrio di fondo che in dati momenti trova una propria composizione stabile sebbene mai immobile. Accade poi, nell’alveo di questa costante conflittualità e permanente dis-equilibrio, che l’agire delle forze in campo genera degli squilibri, siano essi più politici o economici o militari, che costituiscono risultante tanto delle relazioni tra soggetti, quanto del comportamento singolo degli stessi, immersi nella dimensione delle dinamiche sociali.

Lo squilibrio che si manifesta dalla caduta del Muro è una sorta di continuum geopolitico che sicuramente ha alzato il tasso di conflittualità, svelando al contempo la consistenza di nuove forze, il permanere e il rinnovarsi di quelle costituite e le debolezze o lo spiazzamento di quelle più deboli o deficitarie.

Nella difficoltà come nell’impellenza di adattarvisi, è come ritrovarsi in un horror vacui geopolitico.

Le crisi e i rivolgimenti di questi anni attraversano incessantemente latitudini e continenti, svelando alcuni fattori fondamentali il cui portato è fonte costante di squilibri e asimmetrie ad alta intensità.

La disgregazione dell’ordine di Yalta ha squadernato vecchie e nuove questioni, sancendo ad un tempo la messa in discussione, sebbene non la fine, degli Stati Uniti quale forza egemone e trainante i maggiori fenomeni politici internazionali. La stessa crisi economico-finanziaria sviluppatasi a partire dal 2007 è spia di un cedimento strutturale dei principi e degli assetti mediante i quali gli americani hanno gestito non solo la propria sfera di influenza, ma proiettato il loro controllo all’interno delle zone strategiche del globo. Che la deflagrazione sia avvenuta propriamente all’interno della nazione intorno cui ruota la forma del capitalismo contemporaneo è la cifra evidente che le direttrici poste in essere dagli USA nel tentativo di sfuggire alle criticità degli anni Settanta – le quali in parte coincidono con caratteristiche precipue ed essenziali della cosiddetta globalizzazione – sono profondamente incrinate a fronte di esiziali scompensi e contrasti di tipo politico, economico, militare.

Il disvelarsi del conflitto nella sua essenza geopolitico-economica non manca ancora una volta di segnalare un dato tanto ovvio quanto spesso relegato, quando ammesso, a fattore relativo: la primazia di Washington sulla scena globale e la sua proiezione strategica. Un dato da cui partire sempre allor quando si prova a comporre il mosaico.

La più evidente partecipazione e in taluni casi assertività di determinati soggetti di portata continentale o internazionale non può evidentemente considerarsi un processo di atomizzazione indistinta, bensì come un emergere di forze che occupano e modellano vuoti di potere, anche dopo fasi di scontro, ascesa e decadenza. Permane, tuttavia, una loro ipotetica ma anche visibile impostazione gerarchica, a seconda dell’effettivo ruolo e capacità che esse sono in grado di esercitare. Che ve ne sia piena consapevolezza o manifesta volontà da parte loro a ricoprire un determinato posto nell’arena globale conta in termini relativi, almeno se assumiamo l’angolo visuale di chi prova a registrare e descrivere fenomeni e processi. Tale lettura di massima viene perfettamente utile nell’approccio alle vicende italiane-europee e russo-ucraine di questi giorni.

L’incedere delle cronache se da un lato è estemporaneità, dall’altro è di certo espressione viva e duratura di fondamentali elementi politici. A Roma come a Kiev è in gioco una partita europea, eurasiatica. Che il fronte sia quello di Bruxelles o quello orientale, il nocciolo della questione è europeo nei termini, intrinsecamente geopolitici e strategici, di una sfida campale nel Vecchio Continente fin oltre gli Urali. Gli assetti istituzionali e militari attuali, quali Ue e NATO, evidenziano solo fino ad un certo punto la disposizione delle forze in campo e soprattutto scontano parametri di valutazione e assetti ancora confacenti ad un ordine sempre più precario, ma è vero anche che si tratta di forze che tentano un rilancio operativo.  Rimane pertanto ineludibile che l’intera fascia atlantico-eurasiatica sia il cuore di un profondo, graduale, lento e contraddittorio processo da cui emergeranno tendenze future dentro un contesto multipolare in via di definizione. Tuttavia, non è possibile far riferimento ad uno schema del tipo Washington-Bruxelles-Mosca, per quanto si tratti di tre attori formalmente costituiti.

Americani e russi hanno sempre condotto il loro confronto su un piano diretto che attraversa l’Europa in maniera subordinata, stante l’effettiva portata degli attori continentali e i loro legami con le due potenze. Una serie di dossier sono aperti e periodicamente registrano nuovi accordi così come nuovi attriti, mentre nuovi fronti caldi si aprono su scala regionale-globale, dove entrambe esercitano un potere d’azione più incisivo, consolidato e profondo. Usa e Russia possono, cioè, permettersi un’operatività nelle zone strategiche del mondo nella consapevolezza che gli equilibri e i punti di forza raggiungibili su un determinato scacchiere o quadrante possono avere uno spillover, uno scarico, un riverbero e una soluzione di tipo politico-diplomatico su altri tavoli e su altre questioni sul piano internazionale, dove altrettanto possono esprimere un peso decisivo o, se si vuole, l’ultima parola. E’ un dato questo che in parte preesiste alla Guerra Fredda e permane al suo epilogo. Ciò rimette all’attenzione ancora una volta due fattori ineludibili.

Primo. Il confronto bipolare non è più nè ha più le vesti ideologiche – sicuramente evidenti ma anche strumentalmente sovra-propagandate – dell’alternativa capitalismo-socialismo reale, sebbene oggi da molte parti si tenti di rimarcarlo intorno a liberalismo-autoritarismo. Quest’ultimo punto attiene in particolare a scuole politiche che indugiano sui caratteri “formali” dei modelli politici, ma di certo è uno strumento mai dismesso secondo la logica del soft power, dove indiscutibilmente gli Usa serbano un potenziale di fuoco che, anche se intaccato e discusso, rimane ancora inarrivabile per una serie di motivi che in questa sede tralasciamo. Detto ciò, quel che rileva è la profonda valenza geopolitica del confronto, già presente nelle fasi storiche sopra citate e che in quella attuale emerge con ancor più limpidezza e sostanza. L’importanza di tale contesa pare tardi a farsi consapevolezza trasversalmente in buona parte del ceto politico e intellettual-accademico europeo più in vista, ove si preferisce perseguire pseudo-principi assoluti senza poi avere la necessaria forma mentis per collocarsi rispetto all’incombenze del presente e alle traiettorie politiche ed economiche lungo le quali si misura una conflittualità che non sarà a somma a zero, ma di certo sta segnando i ruoli da esercitare, anche all’interno della divisione internazionale del lavoro. Se non si riconosce la centralità mutatis mutandis del blocco continentale eurasiatico – dalle coste atlantiche dell’Europa a a quelle bagnate dal Pacifico nell’Estremo Oriente – si rimane sospesi e spiazzati di fronte all’intensificarsi delle molteplici forme di scontro che imperversano in particolare all’interno di taluni quadranti critici e lungo linee di faglia strategiche. Intorno all’Heartland come lungo il Rimland si manifesta in maniera crescente una conflittualità tale da investire ogni campo e settore osservabile nell’ottica geopolitica. Dalle guerre dichiarate a quelle sottotraccia, dalla malferma tenuta di molti confini alle fonti e alle rotte energetiche; dai crocevia di merci e di traffici illegali alle contese riguardanti territori, accessi fluviali e sbocchi marittimi; dal dispiegarsi di spazi vitali o d’influenza da parte di potenze quali Germania, Cina, India, Giappone, Russia e Stati Uniti alla composizione di accordi regionali politico-economici o militari; dalla sfida dell’internazionalizzazione di imprese e mercati alla guerra delle valute e ai flussi finanziari che si diramano da centri di accumulazione consolidati o emergenti. Queste e altre sono le criticità di un grande gioco geopolitico-economico misurabile pienamente solo a partire dal suo retroterra storico oltre che in considerazione delle congiunture attuali quale ad esempio la crisi globale, a sua volta foriera di azioni e reazioni sul piano non solo economico-finanziario.

La battaglia di Kiev è allora una dentro mille altre, ovviamente più evidente e avvertita poiché si colloca in un tratto geografico e politico dirimente, lungo la frontiera tra Russia ed Europa classicamente intesa. Essa non solo apre le porte per il controllo dei territori delle steppe asiatiche, bensì segnala l’importanza di un passaggio nuovo della fase del policentrismo, rinnovando l’attenzione strategica statunitense (mai disconosciuta e dismessa) alla propria tenuta sul Vecchio Continente e nei confronti di una rediviva Russia, il tutto in una prospettiva di lungo periodo aperta alle turbolenze del Mediterraneo, del Medio Oriente, dell’Asia centrale e alle complessità del versante Pacifico, senza dimenticare le diramazioni africane e latinoamericane che essa contempla. E’ di tutta evidenza, quindi, come un focolaio come quello ucraino possa materializzarsi come una svolta, una messa a punto di nuovi equilibri di forza e un’apertura verso nuove iniziative politiche e geostrategiche, comprese quelle non previste.

L’Eurasia intera misura il carattere necessariamente espansivo del capitalismo e del conflitto geo-economico che ne deriva oltre che del continuo esercizio geopolitico delle potenze in campo.

Secondo punto. La crisi ucraina è un nervo scoperto dentro l’Europa, ma non è quest’ultima a controllarne l’andamento, se non di riflesso. E’ bene intendersi che indugiare sul formalismo istituzionale (con pretese di scuola funzionalista) quale consolidata pratica dalle parti di Bruxelles non sana il vulnus politico che la contraddistingue. Il coro di voci unitarie poste in calce a comunicati e documenti ufficiali nulla cambia rispetto alla realtà di un continente che nel suo volto istituzionale tenta una ridefinizione in termini finanziari per restituire solidità e garantire ancora spazi di azione ai soggetti che più ne marcano l’identità, puntellando ulteriormente uno dei principali canali di interconnessione euro-atlantica, quale appunto quello finanziario e dell’equilibrio monetario con annessi programmi di politica economica. Si tratta di una questione spinosa caratterizzata anch’essa da divisioni che in parte ritroviamo a fronte delle vicende di Kiev, rispetto alle quali non è certo il peso dell’Ue a giocare un ruolo incisivo, quanto piuttosto quello di singoli paesi. E qui il quadro è quanto mai composito.

In linea generale i fronti sono tre: a) quello dei rapporti intra-europei; b) quello dei rapporti tra Stati Uniti e taluni paesi-aree chiave; c) quello con la Russia, non meno articolato e contraddittorio.

Il richiamo a questi tre fronti implica due considerazioni di fondo, sommariamente espresse. La dimensione europea, dentro e fuori l’involucro dell’Ue, costituisce una zona di controllo e d’influenza americana che si esercita non solo a mezzo di decennali trattati, ma molto più strutturalmente nel complesso intreccio industriale, bancario, commerciale, valutario, militare, politico, culturale. Gli americani serbano una manovrabilità e profittabilità tanto nel relazionarsi ad un soggetto unitario europeo, quanto a singoli paesi e in molti casi a specifici soggetti all’interno di essi. A meno di non voler cedere a istituzionalismi di sorta o a rappresentazioni disancorate dalla realtà degli effettivi equilibri di forza, anche nei consessi quali NATO, FMI e BCE tale ordine delle cose è precipuo e ineludibile. Quindi, il tratto saliente delle strategie politiche e degli status geopolitici afferisce ad una disposizione degli attori in campo gerarchica e ad una dimensione strutturale composita. Senza con ciò implicare automatismi o eccessi di schematismo – ed evitando riferimenti a disparate categorie politologiche – risulta evidente che gli indirizzi perseguiti, le scelte fatte, l’autonomia d’azione, la mutante sovranità nazionale e la capacità d’incidere degli europei si misurano dentro questo equilibrio di potenza che è ad un tempo risultante storica e costante/variabile geopolitica.

L’altra considerazione, subordinata alla prima e già sottesa in precedenza, riguarda l’effettiva dissonanza politico-economica europea, anch’essa ben al di là degli assetti interni all’Ue e del suo perimetro monetario e geografico.

La centralizzazione operata sul versante economico-finanziario, del resto, è essa stessa riverbero di tale stato di cose e manifestazione compiuta di come determinati settori e centri decisionali siano riusciti a tracciare un rigido schema operativo concretizzatosi comunque attraverso scelte inter-governative maturate nel corso dei decenni; dato, questo, che non esime, come pure spesso trapela, da responsabilità i governi nazionali, anche nella prospettiva dei meccanismi posti in essere nell’affrontare la crisi o per eventuali cambiamenti di altro segno. Quel che è allora fondamentale è l’impostazione che assumono paesi-chiave, i loro soggetti di punta, i poteri costituiti e la rete di rapporti e dipendenze che tessono. Nel contesto europeo non vi è che una limitata e circoscritta convergenza su specifici punti, nella sostanza dettata da tali forze trainanti gli assetti di potere interni e che trovano unità d’intenti nella sfera comunitaria e rispetto all’estero vicino oltre che sovente rispetto alla potenza predominante. E nella geografia politica rimane centrale il peso specifico, che si fa quindi costitutivo, proprio di Francia, Germania, Gran Bretagna e relativamente al quale si rapportano gli altri paesi e si modellano le zone d’influenza. Anche all’emergere di ”posizioni comuni” presso le sedi predisposte in ambito Ue, come appunto avverrebbe nel caso della vicenda ucraina, è ineludibile che conti chi dispone delle carte giuste e dei mezzi, muovendosi in primis alla luce di proprie valutazioni e propri interessi. La conflittualità politica ed intra-capitalistica è sostanza concreta e la retorica europeista paga sempre dazio al cospetto della realtà effettuale.

Le cronache ucraine mostrano un aspetto che non può essere eluso a seconda delle convenienze o delle logiche più accomodanti: un golpe è avvenuto a ribaltare un dato assetto politico, non solo nazionale ma attinente alle relazioni di potenza e quindi all’orientamento cui sin qui si è richiamato. Che tale golpe abbia avuto l’appoggio ed il sostegno occidentale – o meglio di americani su tutti con al seguito taluni partner europei orientali come la Polonia ed il tacito o aperto avallo dalle forze maggiori continentali – è oramai di tutta evidenza e l’uscita pubblica di alcune intercettazioni è solo un sovrappiù di prove fagocitato dal parallelo campo di battaglia della comunicazione strategica. E’ questo il punto da cui partire nel valutare la reazione del Cremlino. L’annessione della Crimea è una contromossa, non l’originario punto di rottura o la violazione di cui chiedere conto.

Nell’ordine primario dei fatti e dei soggetti agenti, l’entità di effettive scelte e iniziative politiche risulta plastica e indica in maniera abbastanza definita la loro disposizione per schieramenti, sebbene questi serbino più di un tratto di ambiguità e opacità che viene poi affrontato e regolato con maggiore chiarezza sui tavoli politico-diplomatici, formali e non. In tal senso, ne è rappresentazione la Germania, la cui posizione centrale sotto tutti i punti di vista tende per un verso a smussare talune frizioni così come a rendere forse meno definiti gli obiettivi da raggiungere e le strade da intraprendere nel lungo periodo. La “questione tedesca”, del resto, è essa stessa uno squilibrio eurasiatico il cui portato si estende per cerchi concentrici nel vecchio continente fino alla sponda atlantica da un lato e alla liaison con la dimensione sino-asiatica dall’altro, dove con crescente preponderanza si attesta il moto espansivo del potenziale economico germanico con barra puntata ad Est. Assumendo per dato che, rispetto alla crisi ucraina, la Germania “per status” agisca innanzitutto come componente essenziale della sfera euroatlantica, al contempo essa soppesa anche la sua propensione euroasiatica, e quindi l’identità dei rapporti con la Russia. E’ un nodo complesso, non solubile a breve e destinato ad acuire le frizioni interne al fronte tedesco. Quest’ultimo presenta delle variabili rigide, quali il nesso strategico con Washington e la NATO, la primazia per costituzione nell’Ue e nell’eurozona, il peso dell’influenza sull’intero versante Sud-Est europeo, l’interazione industriale ed energetica con Mosca che sempre scompone e ricompone gli equilibri europei. Queste rigidità geopolitiche sono contenute nell’intricato evolversi della potenza germanica e costituiscono tanto una risultante storica quanto base del suo operare nel contesto multipolare in prospettiva.

I tedeschi sono naturalmente consapevoli che all’interno di tale perimetro geopolitico devono regolare la vicenda di Kiev, il che vuol dire aggiungere qualcosa di nuovo all’insieme delle relazioni con il proprio estero vicino e con Mosca soprattutto. E’ evidente qui una caratteristica della Germania, prima forza europea, che è caratteristica dell’Europa stessa: la debolezza (fra le altre) rappresentata dalla mancanza di una forte e autonoma capacità militare. Ciò dimostra ulteriormente che il suddetto perimetro geopolitico estende e limita i margini tedeschi di manovra politica ed è altresì espressione dell’insieme dei limiti europei ad ergersi come potenza effettiva, per quanto mai possa essere monolitica, pienamente unitaria e convintamente unidirezionale. E’ però il tratto della sovranità che rimane sbiadito.

L’evolversi della questione tedesca ha anche dettato i tempi dell’allargamento della Nato e dell’Unione europea. Più segnatamente, il consolidarsi della Germania riunificata è stato scandito di pari passo all’inclusione dell’ex sfera euro-sovietica nel processo di internazionalizzazione capitalistica, marcato dallo sviluppo del ciclo liberista che caratterizza gli ultimi decenni. Si tratta di un dato sostanziale che si incrocia con la “cura” riformista tedesca di rilancio e susseguente primato economico continentale. Che tale processo, implicante sia l’estensione di Bruxelles che di Berlino, sia parallelo a quello di allargamento della Nato e in generale dell’influenza di Washington si ricollega ai nessi strutturali cui si sta facendo riferimento.

Rimane comunque una situazione in evoluzione che contempera altri squilibri e disallineamenti, ad esempio rimanendo sul versante tedesco e spostandoci su quello russo. Di fatti, fermo restando la presa in considerazione anche della Francia quale altra entità costitutiva europea e punto di bilanciamento continentale, si potrebbe supporre che se si fosse proseguito in un processo integrativo riguardante un gruppo più ristretto di Stati e maggiormente imperniato sull’asse franco-tedesco, si sarebbe avuto probabilmente un soggetto geo-politico europeo più compiuto, con un nucleo più stabile e forte, capace anche, fatte salve le condizioni appropriate, di includere sul lato Sud un’Italia più assertiva. Nella lettura statunitense, e non solo, ciò avrebbe implicato il materializzarsi di un attore politico coeso e meglio strutturato, anche nel campo militare, ove la Germania avrebbe avuto un ruolo ed un’incisività ridotte e debitamente controbilanciate. Per altro verso, ciò avrebbe comportato però per Washington la necessità di fare fronte all’eventualità di un tale soggetto più autonomo. Tuttavia, le istanze europee e americane, inserite nelle dinamiche “globalizzatrici” che montavano dopo la caduta del Muro, hanno invero prodotto una escalation espansiva a Oriente, come del resto annunciato dalle vicende balcaniche. Ciò ha comportato il notevole diluirsi degli intenti d’integrazione più marcatamente politici e poggianti su una visione dell’Europa come Potenza effettiva e concreta, lasciando che avessero luogo dei cambiamenti di altro tipo, guidati anche dalle logiche produttive e di rilancio del capitale verso nuove terre di conquista e intente a stemperare le difficoltà di quelle forze economico-finanziarie che mal reggevano ormai le diverse problematiche di produttività, mercato e costi.

Precisiamo che siffatto ordine interpretativo non allude ad assai diffuse divisioni tra politica ed economia come sfere separate o contrastanti, e dalle quali emergerebbe un’economia che soverchia la politica con annesse tutte le letture che additano questo o quel soggetto economico come preponderante rispetto ad altri soggetti politici. La considerazione è a nostro modo di vedere più articolata, contemplando la politica un insieme più vasto delle sfere di azione, siano esse economiche, ideologiche, culturali o militari. Tant’è, anche l’allargamento ad Est costituisce di per sé una scelta politica.

E in quanto tale ha evidenziato elementi significativi, ad oggi rinvenibili negli squilibri economici e nello squilibrio ucraino. Questa Europa più grande è sia un estensione della zona euro che un assorbimento, come in effetti in prima istanza avviene sin dal collasso del socialismo reale, dei paesi un tempo ad economia pianificata ai processi propri del campo capitalistico, con relative puntellature di ordine politico e militare. E’ una configurazione in fieri, questa, che pone Stati Uniti e Gran Bretagna in una maggiore posizione di forza ed attenua l’entità dell’asse carolingio. Si tratta di espressioni di forza che chiamano in causa problematiche diverse con pesi specifici e ruoli diversi degli attori protagonisti. Possiamo di fatti rilevare come gli inglesi siano, da un lato, fortemente assertivi nell’ambito delle politiche commerciali ed in particolar modo finanziarie – esercitando la City un’estesa strategia di penetrazione e controllo nonché di connessione con la sponda atlantica di Wall Street; dall’altro, oscillando storicamente e opportunamente tra attitudine isolazionista e atteggiamenti ostruzionistici in merito ad impegni più prettamente integrazionisti in materia di politica estera e militare.

Gli americani, dal canto loro, portano avanti anche il nuovo “concetto strategico” della Nato, inglobandolo nella loro proiezione su larga scala. Tutto ciò è sia per la Francia che per la Germania una impasse sostanziale che conduce al moltiplicarsi di iniziative – singole o con allineamenti a geometria variabile – che paiono ricordare le fitte trame di fine Ottocento e inizio Novecento, seppur racchiuse in un contesto mondiale non più centrato sull’Europa e su di una capacità di produrre equilibri che questa allora serbava.

Per certi versi, l’assetto continentale sembra essere costituito da una composita frammentarietà, dove un insieme di relazioni ed accordi bilaterali si intrecciano alla delimitazione/estensione di talune aree di influenza. La dimensione mercatista che altrettanto si consolida e allarga non edulcora queste tendenze e contraddizioni, come spesso si dà ad intendere, costituendo anzi essa stessa uno scenario conflittuale tra e dentro gli apparati produttivi e le forze politiche e sociali.

Ed è per l’appunto rispetto a questa situazione che dobbiamo considerare l’altro versante, quello russo. L’avvento di Putin – con tutto l’insieme dei centri di potere che ciò implica – ha rappresentato senza dubbio un punto di rottura, e quindi anch’esso una fonte di squilibrio rispetto alle strategie di penetrazione elaborate sulla base della piattaforma delineata da Zbigniew Brzezinski, sicuramente il più consolidato interprete teorico-strategico dell’Eurasia in ottica americana. La sua elaborazione è analitica quanto prescrittiva, giacchè si innerva nelle caratteristiche e nei fattori intimamente connessi all’identità della proiezione e degli interessi globali statunitensi.

Nella sua ormai celebre Grande Scacchiera, egli ha più volte modo di sottolineare l’importanza dell’Ucraina [1]. In verità, Brzezinski ne fa uno dei punti nodali di un ragionamento che è notevolmente geostrategico oltre che geopolitico. E in effetti l’ex eminenza grigia del presidente Carter scrive espressamente di una fantasmagoria geostrategica che caratterizza il multiforme scenario russo. Diremmo che è un approccio in prima istanza “territoriale”, probabilmente in parte influenzato dall’allora ancora (al momento della stesura del suo saggio) vicina fine del bipolarismo, ma che già ammoniva circa l’importanza delle zone critiche e delle tendenze multipolari. Una territorialità, cioè, che deve trovare sostanza nel controllo e nella presenza militare diretta e indiretta da parte americana, per poter così dispiegare un’azione politica ed economica. Questo modo di intendere è fondamento strutturale per via dell’ordine post-Yalta che attiene all’intenzioni di Washington nonché necessitato dall’impellenza di predisporsi nei confronti della massa eurasiatica mantenendo ben saldi i pilastri edificati nell’evolversi del dopoguerra. Al cospetto di nuovi poli in emersione, di nuove minacce e di nuove incognite, la priorità ha un risvolto marcatamente geografico e strategico.

L’Ucraina si inserisce in quest’ordine di considerazioni. Gli squilibri eurasiatici hanno connotati di vario tipo insieme, lo ribadiamo, ma essi possono anche essere maggiormente segnati sotto il profilo militare o economico ecc. Di sicuro la posizione rende il territorio ucraino frontiera e crocevia. Quella che per i russi è parte intima del loro tessuto storico-culturale e ponte verso i centri produttivi e commerciali della Vecchia Europa oltre che la porta di accesso ai sempre sospirati “mari caldi”, per gli americani è un limes di confronto-scontro con Mosca e, su scala eurasiatica, costituisce una sorta di “bretella di mezzo” la cui valenza è da considerarsi rispetto alle altre due bretelle strategiche di controllo dell’Eurasia. Vale a dire ad Ovest l’isola britannica e ad Est l’arcipelago giapponese. Non a caso due punti strutturali sussunti alla strategia americana dopo gli esiti della Seconda guerra mondiale.

Sempre Brzezinski inquadra Kiev nell’ampia zona d’instabilità includente quelli che argutamente definisce i “Balcani d’Eurasia”, analogia che sottende l’importanza delle faglie strategiche lungo o a cavallo degli immensi confini russi. Per Mosca si tratta, invece, di una territorialità identitaria, vitale e strategica che la nozione di “estero vicino” probabilmente non rende nel suo profondo significato.

Attraversati da una vivace multiformità etnico-culturale, i Balcani d’Eurasia comprendono porzioni dell’Europa sud-orientale, l’Asia centrale con tratti di quella meridionale, la regione del Golfo Persico-Medio Oriente. Un nucleo di risorse energetiche, vie di comunicazione, basi militari, competitori strategici la cui spesso indefinita identità politica è causa-effetto di una costante penetrazione esterna, dove in primo luogo americani e russi disegnano la gerarchia delle sub-potenze ad esse collegate. E così che allora le criticità ucraine trovano una corresponsione strategica con quelle ad esempio georgiane e afghane, inducendo Mosca ad una “chi va là” continuo e ad una assertività che giudica vitale e che esprime cercando di eseguire un ancora incerto schema adattivo rispetto alle varie esigenze che la sfida impone. Certamente rilevanti sono tre suoi connotati in merito: quello energetico, quello della russofonia e quello delle forniture e collaborazioni militari e di intelligence a tutto spiano, tenendo il passo delle pari iniziative provenienti dagli altri attori.

Rimarchiamo che la questione ucraina implica uno e più nessi probanti la stazza e la tenuta delle potenze chiamate in causa in questa fase strategica di scomposizione e ricomposizione. Il nesso russo-ucraino sta a quello russo-tedesco come a quello tedesco-americano, tedesco-polacco, americano-polacco, russo-polacco sulla scena europea, così come sta a quello russo-americano, sino-russo e sino-americano sulla scena asiatica con propaggini a Sud come ad Est, e persino ancora più a Nord nella contesa dell’Artico. Gli equilibri si giocano nella consequenzialità e multidirezionalità che questi nessi sono capaci di esprimere in un lasso temporale la cui misurazione è incognita avvolta da nebbia strategica. Una scacchiera, quella eurasiatica, che non contempla una sfida a somma zero, ma un corollario di singole e contemporanee partite e squilibri il cui grado di ricomposizione e incisività sposterà, forse, i rapporti di forza nel loro insieme.

E utile richiamare, qui di volata, un concetto prettamente geo-politico: la prospettiva analitica (post-)mackinderiana da sola non basta. Nell’inforcare gli occhiali giusti per leggere il complesso processo eurasiatico, c’è bisogno che l’altra lente sia regolata in modalità (post-)mahaniana-spykmaniana. Non vi è, cioè, reciproca esclusione tra i due approcci, bensì necessità di aggiornamento, revisione e congiunzione, tanto più che nell’attuale fase il Rimland dal Mar del Giappone alla Colonne d’Ercole estende la dimensione eurasiatica, la cui periferia strategica va trasformandosi in un insieme di centri attivi e regolatori sia politici e militari che economico-finanziari, alla luce dell’emergere di global player e medie-potenze non più relegate a soggetti di bassa intensità. L’irruzione del Pacifico (che trova sponda anche nell’area sudamericana e nel groviglio africano), a tal proposito, cambia la morfologia del capitalismo – e quindi dei capitalismi – e le dinamiche regionali e globali, come testimoniano gli squilibri economico-finanziari recanti la crisi.

La presa in considerazione dei tempi lunghi, contraddittori ed articolati dei mutamenti e delle iniziative politiche permette di non mettere fuori contesto la crisi ucraina, poiché essa non si manifesta da ora, ma le sue vicende odierne divampano invece in un suo acutizzarsi. Superfluo aggiungere che i suoi risvolti poi non si registreranno nel breve periodo né sulla scia delle cronache o sotto la luce dei riflettori mediatici. Nondimeno, questa che è allora l’ultima fase in ordine di tempo di una più lontana questione sta delineando significativi passaggi.

Senza ripercorrere quelli dalla fine dell’URSS, quel che comunque emerge è una contrastata condotta politica ad opera delle leadership che si sono susseguite, ovviamente oscillanti tutte tra un orientamento ora più filo-russo, ora più filo-europeo e filo-americano. E’ l’inevitabile risultante di una terra di frontiera con al proprio interno una differenziata geografia economica e politica: quella dell’Ovest di Leopoli, cattolico e molto sensibile ai richiami europei; quella dell’Est industrializzato di Donetsk, Kharkov e Dnepropetrovsk che ha un tessuto culturale, connettivo e produttivo integrato con quello russo; quella di Kiev e del corso del Dnepr, in posizione mediana e con divisioni politiche; quella del Sud affacciato sul Mar Nero e privato ora della penisola di Crimea, annessa da Mosca.

In queste differenze si muovono diversi oligarchi e gruppi economici che dispensano sostegno politico-finanziario e contribuiscono a dettare le linee produttive e quindi i legami anche esterni che ciò implica, cercando spazi di profittabilità che al di là dei contesti regionali sono difficili da perseguire in maniera ottimale per i dirigenti di Kiev. Lo stesso “defenestrato” Yanucovich non è riuscito a trovare un proficuo equilibro tra occidentali e russi, tra le anime e le istanze delle regioni, causando un’insoddisfazione di fondo aggravata dal pesante impatto della crisi globale che ha funto da detonatore degli scontri politici e anche armati. Su di un malfermo assetto, insomma, americani e settori europei – come simboleggiato da significative visite da parte di esponenti di rilievo – hanno fatto in modo che dai sommovimenti venisse fuori un ribaltamento istituzionale – con addirittura il supporto para-militare di gruppi cripto-nazisti – propedeutico ad un ribaltamento politico. Quasi una sorta di torsione che l’Ucraina si è ritrovata a compiere, specie quando ad un certo punto si è fatto saltare l’accordo raggiunto tra Kiev e Mosca sulla base di un ingente sostegno economico da parte di quest’ultima. Il nuovo governo che condurrà poi ad elezioni in una situazione quanto mai incerta sta già predisponendo una serie di iniziative di sfida al Cremlino e di canalizzazione verso la dimensione euro-atlantica e sotto l’egida del Fondo Monetario Internazionale. C’è un paradosso di sovranità nella narrazione geopolitica dell’Ucraina, impossibilitata ad essere compiutamente una media potenza.

La sua collocazione e la sua storia ne fanno un paese particolarmente vulnerabile a pressioni esterne ed influenze di vario tipo. L’impronta russa è però identitaria sotto molti aspetti, il che ha posto i due soggetti in una continua corrispondenza e reciprocità, manifesta identificazione in molti casi. Nell’alveo di un humus comune, nella consapevolezza dei rapporti di forza, certamente anche contro-bilanciati dal peso euro-americano, l’Ucraina aveva un tasso di sovranità e autonomia più consistente di quello che si ritroverà ad avere se dovesse materializzarsi un netto passaggio di campo. Si consideri ad esempio lo strumento dei finanziamenti e dei prestiti: gli interventi e le manovre di cui essa dovrà farsi carico avranno un’incidenza notevole nel solco delle logiche dell’FMI, con tutto ciò che questo implica, che sono altre rispetto a quelle, comunque più consolidate e meno stringenti, di Mosca. Da questo punto di vista, il progetto di Unione Eurasiatica, di cui Kiev avrebbe dovuto costituire un pilastro, sarebbe stato uno schema con minori frizioni e problematiche di quelle che avranno modo di sorgere se vi sarà una netta virata ad Ovest, anche dal punto di vista militare, energetico e della coesione economica e sociale.

La partita del gas è certamente al centro delle valutazioni, sia per l’importanza che riveste il territorio ucraino, sia perché il combinato disposto dei tubi disegna una geografia di rilevanza non solo economica ma geo-politica, specie se valutata nell’ottica del lungo periodo e commisurata alle fonti, ai produttori, ai fornitori e alla domanda su scala globale. Eppure, non vi è oggettivamente possibilità di alcuna posizione tranchant in merito, nemmeno a fronte di un’ipotetica netta inversione della provenienza del gas o di una scelta unidirezionale verso quello di scisto. L’indugiare sul tasto a mezzo di una certa sovraesposizione mediatica è funzionale ad una logica per lo più semplicistica che non ha in conto né la complessità della questione energetica regionale/mondiale né la considerazione realista che l’istanza prima di regolazione dell’intera partita appartiene al campo delle decisioni e degli equilibri più strettamente politici e non a quello delle elaborazioni quasi asettiche scivolanti verso l’economicismo. L’incidenza dello shale gas è materia dibattuta. In quanto assurta a pedina tattica della strategia statunitense in via di definizione, essa capta senza dubbio l’attenzione degli osservatori e dei soggetti industriali e istituzionali chiamati a confrontarsi con nuove esigenze tecnologiche e indirizzi economici. Rimane però evidente che lo shale non può sovvertire l’assetto energetico russo-europeo per capacità di approvvigionamento, per i costi degli impianti, per le tipologie di contratti e le scelte – nondimeno influenzate da input politici –  che le imprese private americane praticano ad esempio in alcuni paesi asiatici a prezzi decisamente elevati. Non un affare per gli europei, insomma, anche se si optasse di attingere al mercato libero, dove si incontrerebbero prezzi superiori a quello del gas naturale russo o russocentrico.

Significativo anche lo squilibrio polacco, con Varsavia in una sorta di regime di duopolio tedesco e americano, anche se su versanti diversi. La Polonia riproduce l’impianto dottrinario del ciclo riformista con il quale si è disegnato il quadro economico dell’area orientale europea sopraggiunta al campo capitalistico. Sebbene ancora fuori dall’eurozona, era naturale che fosse assorbita dal moto espansivo tedesco e che altrettanto fosse un punto di riferimento americano e anello irrinunciabile della NATO, per un pianificato asse centrale Francia-Germania-Polonia-Ucraina. Varsavia, intimamente sensibile al raggio d’azione russo, costituisce molto concretamente una leva americana per regolare il rapporto russo-tedesco e, nello specifico, l’andamento delle vicende di Kiev, essendo tra l’altro parte in causa nelle trattative.

Nel mentre giorno dopo giorno in Ucraina, in specie sul fronte orientale, si susseguono scontri e mosse di piccola-media intensità e si registrano non ben chiare presenze simil-mercenarie e occupazioni, defezioni e “cambi di divisa”, il tutto aggravando una già torbida situazione, emergono delle tendenze parzialmente inquadrabili. L’evolversi degli accadimenti può esser scrutato a partire dal dato recentemente acquisito rappresentato dalla consensuale annessione via referendum della penisola crimeana da parte di Mosca.

E’ questo un punto potenziale di equilibrio come di rottura. Il presidente Putin, mediante quest’iniziativa, si ritrova in una posizione, ai fini della regolazione degli assetti ucraini, non esattamente coincidente con l’immagine quasi isolazionista che di primo acchito dagli ambienti occidentali si è voluta denunciare. Che da parte di americani ed europei fosse o meno tenuta in conto nel novero delle possibilità dopo il “regime change” operato a Kiev, la presa della Crimea è un punto fermo e di non ritorno, un fatto compiuto sulla base del quale innestare le successive iniziative politiche, diplomatiche o persino militari da parte di tutti. E’, allora, un punto di forza del russi che apre a diverse strade percorribili e invero capaci di evitare una drammatica escalation, fatte salvi gli intenti di coloro i quali operano in tal senso sin dall’inizio con o senza vessilli e appartenenze dichiarate.

Dunque, se il golpe di Kiev è ora controbilanciato dal cambio avvenuto a Sebastopoli, altre mosse devono seguire. E al centro vi è proprio la configurazione dell’Ucraina sulla quale peseranno gli equilibri e gli accordi che le sovrastanti potenze saranno in grado di trovare a mo’ di spartizione, come del resto si confà ad un gioco di potere di tale portata.

Il Cremlino è consapevole che l’aver sottratto i crimeani inficia il peso delle massa russofona entro i confini ucraini. Da qui, si potrebbe intendere, o ci si avvia verso una ulteriore scissione, facendo in modo che la zona orientale scivoli definitivamente nell’abbraccio di Mosca, o si avvia un processo federativo all’interno del quale mantenere influenza e predisporre una sorta di suddivisione dei compiti che vada a lungo andare oltre l’Ucraina stessa. Uno nuovo status garantito con USA e UE.

Di per sé, l’aver acquisito definitivamente Sebastopoli senza tema di smentita, non solo ha riproposto la leva etnico-linguistica quale sicuro strumento operativo nel proprio “spazio vitale”, ma altresì consolida la traiettoria di Mosca che conduce al Mediterraneo, in continuità con i bisogni nevralgici che hanno caratterizzato il percorso storico della Russia. Per certi aspetti, questa può esser letta anche come un segnale di risposta alla crisi siriana, a voler circoscrivere per un attimo la molteplice situazione vicino-mediorientale.

Che il parziale punto d’incontro circa la Siria, raggiunto nel 2013 a scongiurare un ventilato intervento armato statunitense, potesse contenere una sorta di ulteriore prospettiva politico-diplomatica su altri versanti è forse difficile da sostenere ex post e a questo punto. Si segnala, in ogni caso, come Kiev stia a Damasco quale ulteriore nesso eurasiatico. Ora sono entrambi dei focolai, anzi dei fronti aperti di destabilizzazione. Entrambi costituiscono anche nuovi banchi di prova del multipolarismo. Questa esplicita tendenza multipolare sgretola inoltre il modo di regolare le criticità alla vecchia maniera, non fosse altro per l’evidente peso di nuovi attori emersi o per il rinnovato ruolo di altri. Un scenario nel quale, di conseguenza, si intraprendono iniziative con nuove carte. Se ad esempio, fatte le debite proporzioni, differenze e contestualizzazioni, la SCO (Shanghai Cooperation Organisation) sta nel quadrante asiatico come la NATO nella sfera occidentale, così l’intavolato progetto russo dell’Unione Eurasiatica sta a quello dell’Unione europea.

Non è necessario intendere il tutto nella logica dello scontro frontale, ma di certo vi è da applicare un paradigma di pesi e contrappesi, mosse e contro-mosse che possono ovviamente coesistere soprattutto nel materializzarsi di un equilibrio, a partire però dai punti di forza conquistati. Tuttavia, lo stato dell’arte, sotto questo profilo, è ancora ampiamente in là dal definirsi.

Il lancio dell’Unione Eurasiatica (il cui nucleo è lo spazio ex sovietico)  – recante un tratto parimenti regionalista e multipolare – è molto probabilmente il fattore strategico che congiunturalmente deve aver messo in allerta Washington e spinto così all’acutizzarsi dei disordini ucraini. Se per Putin essa costituisce uno schema adattivo a quello ormai consolidato dell’Ue e contemporaneamente uno spazio di opportunità sia verso quest’ultima che verso i suoi attori primari (e con cui acquisire ulteriori margini di manovra asiatici), per gli americani, obamiani o non, la sostanza è molto strategica, dirimente. I negoziati per il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), ovvero per un’area di libero scambio euro-atlantica, sono indicativi e rammentano, qualora ce ne fosse bisogno, l’ordine delle priorità da cui Washington non può retrocedere. Non c’è bisogno di scomodare Kissinger o Brzezinski, qui siamo al cuore dei nessi e della questione eurasiatica: è necessario per gli americani non solo che non emerga un soggetto singolo od unitario europeo capace di un potenziale, di un’autonomia o persino di una piena sovranità tali da sganciarsi dalla dimensione, dall’ottica e dagli obiettivi atlantici, ma soprattutto che non avvenga una saldatura realmente forte e assertiva tra Europa e Russia, innervata su un asse Berlino-Mosca. E’ il grado di profondità di questa potenziale liaison geopolitica che gli USA monitorano con incessante attenzione e reiterate iniziative.

In una eventuale prospettiva che da nazionale possa farsi europea, una presa di coscienza finalmente geopolitica in tutti i suoi aspetti, ivi compresi gli assetti di potere e sociali interni ai singoli stati, dovrebbe avere in conto che il consolidarsi dell’impronta atlantica anche in Ucraina comporta un rafforzarsi della stessa sul Vecchio Continente, deficitario nel predisporsi alle sfide dell’epoca.

E’ la dimensione di struttura a dover essere revocata nel novero delle riflessioni. Gli squilibri e i nessi eurasiatici mettono di fronte all’impellenza delle scelte in questa nuova fase strategica.

NOTE:

Alfredo Musto è direttore del programma "Geoeconomia e Relazioni Internazionali" dell'IsAG

[1] Nelle pagine in cui tratteggia l’ormai celebre black hole eurasiatico, egli si sofferma sulla valenza che avuto l’aver sottratto il territorio ucraino all’equazione russa. Possiamo rintracciarvi i caratteri di una stringente attualità e di una rilevanza geopolitica di lungo periodo. Ma la cosa più importante è stata la separazione dell’Ucraina, che conquistando l’indipendenza ha costretto tutti i russi non solo a ripensare la natura della loro identità etnica e politica, ma ha rappresentato per la Russia una catastrofe geopolitica. Il ripudio di oltre tre secoli di storia imperiale russa ha significato la perdita di un ricco retroterra, agricolo e industriale, con 52 milioni di abitanti abbastanza simili ai loro vicini, dal punto di vista etnico e religioso, da conferire alla Russia uno status di potenza imperiale davvero grande e sicura di sé. L’indipendenza dell’Ucraina ha privato inoltre la Russia della sua posizione dominante sul mar Nero, dove Odessa costituiva un avamposto per gli scambi con il Mediterraneo e il più vasto mondo. La perdita dell’Ucraina ha avuto anche enormi conseguenze geopolitiche, poiché ha drasticamente limitato le opzioni strategiche della Russia. Anche senza i Paesi baltici e la Polonia, una Russia che avesse conservato il controllo dell’Ucraina poteva ancora cercare di fungere da guida di un impero eurasiatico risoluto, dove Mosca avrebbe dominato i non slavi nel Sud e nel Sud-est dell’ex Unione Sovietica. Ma senza l’Ucraina e i suoi 52 milioni di confratelli slavi, qualsiasi tentativo di Mosca di ricostruire l’impero eurasiatico era destinato a lasciare la Russia a fronteggiare da sola i prolungati conflitti derivanti dal risveglio nazionale e religioso dei popoli non slavi, di cui la guerra con la Cecenia è stata forse semplicemente il primo esempio. Dato inoltre il tasso di natalità in declino e l’esplosione demografica delle popolazioni dell’Asia centrale, qualsiasi nuova entità euroasiatica basata soltanto sulla popolazione russa, priva dell’Ucraina, di anno in anno sarebbe divenuta meno europea e più asiatica. La perdita dell’Ucraina è stata quindi non solo un fatto geopoliticamente decisivo, ma anche denso di conseguenze. Sono state le iniziative di questa repubblica – come la dichiarazione di indipendenza del 1991, con l’insistente richiesta, nei decisivi negoziati di Bela Vehza, che l’URSS divenisse una meno vincolante Comunità di Stati Indipendenti, e in particolare l’imposizione quasi golpistica di un comando ucraino sulle forze armate sovietiche di stanza in Ucraina – a impedire che la CSI divenisse semplicemente una nuova etichetta di un’Unione Sovietica più confederale. L’autodeterminazione politica dell’Ucraina ha sbalordito Mosca ed è stata un esempio che altre repubbliche sovietiche hanno poi seguito, sia pur timidamente. Così, dopo aver perduto la posizione dominante sul mar Baltico, la Russia ha subito la stessa sorte anche sul mar Nero, non solo a causa dell’indipendenza dell’Ucraina, ma anche perché i nuovi Stati caucasici indipendenti – Georgia, Armenia e Azerbaigian – hanno accresciuto la possibilità della Turchia di ristabilire la sua antica influenza perduta sulla regione. Prima del 1991, il mar Nero era il punto di partenza della proiezione della potenza navale russa nel Mediterraneo. Verso la metà degli anni ’90, la Russia era rimasta soltanto con una piccola striscia di costa di questo mare e aveva un contenzioso aperto con l’Ucraina circa il controllo di quanto restava della flotta sovietica in quelle acque, mentre osservava, con evidente irritazione, le manovre navali e di sbarco congiunte fra la NATO e l’Ucraina, e vedeva crescere il ruolo della Turchia nella regione del mar Nero. Per giunta con il sospetto che essa avesse aiutato effettivamente la resistenza cecena”. Z. Brzezinski La Grande Scacchiera, Longanesi & C., Milano, 1998, pp. 127-129


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