Mercoledì 16 aprile 2014 si è tenuta a Roma presso la Sala delle Colonne di Palazzo Marini (Camera dei Deputati) la conferenza Il consolidamento...

Mercoledì 16 aprile 2014 si è tenuta a Roma presso la Sala delle Colonne di Palazzo Marini (Camera dei Deputati) la conferenza Il consolidamento democratico in Libia e Tunisia: il ruolo dell\’Italia, organizzata dall\’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) nell\’ambito del ciclo \”Mare Nostrum – Piattaforma di dialogo mediterraneo\”. Scopo dell\’incontro delineare come il nostro paese possa concorrere alla stabilizzazione dei due vicini nordafricani, entrambi interessati da un cambio di regime nell\’ambito della cosiddetta \”Primavera Araba\”.

Dopo i saluti iniziali di Tiberio Graziani, Presidente dell\’IsAG, e la breve introduzione di Pietro Longo, Direttore del programma di ricerca \”Nordafrica e Vicino Oriente\” dell\’IsAG e moderatore dell\’incontro, ha preso la parola S.E. Naceur Mestiri, Ambasciatore straordinario e plenipotenziario della Repubblica Tunisina in Italia.

L\’Ambasciatore Mestiri ha ripercorso gli eventi della storia recente del suo paese, dalle libere elezioni che hanno portato al governo la \”Troika\” (il partito religioso an-Nahda coalizzato con due formazioni di Centro-Sinistra) all\’offensiva del terrorismo salafita che ha generato l\’anno scorso una grave crisi politica. Essa fu gestita dal \”Quartetto\”, espressione della società civile, che ha promosso il dialogo nazionale e portato a un nuovo governo tecnico. Il 27 gennaio scorso è stata finalmente promulgata la nuova Costituzione tunisina, la quale garantisce libertà di coscienza e culto e non prevede la criminalizzazione del \”attentato al Sacro\”.
La Tunisia affronta però anche una crisi economica, per uscire dalla quale conta sulle proprie forze ma pure sull\’aiuto dell\’UE e dell\’Italia. Molto apprezzata è stata la scelta del neo-presidente del Consiglio Matteo Renzi di effettuare la sua prima visita all\’estero proprio in Tunisia. Il paese nordafricano ha apprezzato l\’appoggio politico degli USA e dell\’UE ma ora necessita anche di quello economico, a cominciare dalla ripresa del turismo, per il successo della democrazia e la prevenzione dei flussi migratori verso l\’Europa.
Infine, con riferimento alla Libia, l\’Ambasciatore Mestiri ha auspicato che il vicino possa mantenere la propria unità privilegiando il dialogo nazionale.

La parola è passata al Ministro Plenipotenziario Mauro Conciatori, Direttore Centrale per il Mediterraneo e il Medio Oriente al Ministero degli Affari Esteri, il quale ha rammentato come l\’Italia non sia un semplice paese costiero, bensì immerso nel Mediterraneo. Con prassi rivoluzionaria, il Presidente Matteo Renzi ha scelto la Tunisia per la prima visita all\’estero. Due giorni dopo la Ministra degli Esteri Federica Mogherini ha presieduto a Roma la conferenza internazionale sulla stabilizzazione libica.
Il Ministro Conciatori ha ricordato come l\’analisi debba precedere le scelte politiche e ha invitato a smarcarsi da narrative pigre o strumentali (\”Primavera Araba\”, \”Inverno Islamico\”, \”democratizzazione\”, \”laici vs. religiosi\”). L\’analisi deve includere lo spazio e il tempo, e dunque la differenziazione dei casi, anche se secondo il Min. Pl. Conciatori vi sono almeno un paio di parametri generali nelle rivolte arabe del 2011: la povertà diffusa e una massa di giovani istruiti. La gestione del post-rivolte ha palesato invece l\’incapacità di mediazione politico-sociale (mancanza di corpi intermedi) e la carenza di cultura del dialogo. La Tunisia ha rappresentato l\’eccezione, riuscendo a varare una costituzione non egemonizzata da una parte ma di compromesso.
In Libia, invece, il processo politico ha rallentato: la Costituzione non è stata scritta, il Congresso è stato prorogato oltre la sua scadenza naturale, il potere si è frammentato tra varie milizie armate, è in atto uno scontro istituzionale tra Governo e Congresso. La conferenza di Roma del 6 marzo scorso, cui hanno preso parte rappresentanti libici, ministri degli esteri dei paesi sostenitori, il ministro russo Lavrov e un delegato cinese, ha preso atto di come l\’assistenza internazionale sia stata finora inefficace per la mancanza di una forte autorità locale. Due giorni dopo la Libia ha perciò annunciato elezioni parlamentari entro l\’estate e misure a favore delle minoranze. La situazione è però ancora confusa (dimissioni del premier ad interim, presenza di forze anti-sistemiche).

Roberto Aliboni, Consigliere Scientifico per il Mediterraneo e il Medio Oriente dello IAI, ha descritto un security complex composto da Europa, Tunisia e Turchia; situazione non nuova ma già riscontrabile ad esempio al tempo dei Vespri siciliani. La transizione tunisina è un successo dovuto alla capacità di compromesso, ma non mancano i problemi: la presenza di settori intransigenti, una crescita economica troppo dipendente dalla spesa pubblica per l\’amministrazione (100.000 nuovi impiegati assunti dal 2011), una crescita di salari e sussidi sproporzionata rispetto alla produttività. Tra i fattori positivi il Prof. Aliboni annovera invece la presenza di corpi intermedi e di un leader accorto come Rashid Ghannushi. Priorità per il governo tecnico sono invece gli apparati di sicurezza, gli organi costituzionali e lo sviluppo economico. L\’ex vice-Presidente dello IAI ha pure invitato gli attori esterni a non imporre, almeno non subito, il Washington Consensus alla Tunisia.

Ha preso quindi la parola Gianfranco Lizza, già ordinario di Geografia politica ed economica alla Sapienza e coordinatore del Master in Geopolitica e Sicurezza Globale del medesimo ateneo in collaborazione con IsAG. Il Professor Lizza ha spiegato che nel mondo musulmano le fondazioni religiose spesso si sostituiscono allo Stato nel sostenere intere collettività. Le domande da porsi sono dunque: lo Stato tunisino può sostituirsi alle fondazioni religiose? In uno Stato non pienamente laico come si inquadrano le minoranze religiose? Il tutto, nel quadro dell\’indebolimento mondiale dello Stato-nazione, incapace di assorbire gli effetti sociali del mercato globale. Il Prof. Lizza ha proposto per i paesi musulmani il modello statunitense, dimostratosi capace di far convivere etnie e culti grazie a una sorta di religione di Stato.
Per quanto riguarda l\’Italia, il Prof. Lizza ha invitato a guardare di più al Mediterraneo: è meglio infatti essere amici che nemici di un\’Africa in piena espansione demografica.

Successivamente è intervenuta Bianca Maria Carcangiu, docente di Storia e
Istituzioni dell’Africa all\’Università di Cagliari. La Professoressa ha ripercorso la storia della Libia, Stato costruito dall\’esterno su tre regioni (Tripolitania, Cirenaica, Fezzan). Nel 1951 nacque la monarchia con centro in Cireanica ma governo federale. Nel 1959 iniziarono però le prime prospezioni petrolifere e di lì a poco finì il federalismo.

Valeria Ruggiu, Ricercatrice associata dell\’IsAG, ha approfondito il caso libico parlando del sistema tribale. La tribù è basata sulla solidarietà sociale. In Libia come altrove lo Stato si è formato con la cooptazione delle tribù, ma il colonialismo italiano estromise i capi tribali dal potere e dall\’amministrazione. La monarchia enfatizzò invece il regionalismo e il tribalismo e Gheddafi, che prese il potere nel 1969, considerava le tribù una componente fondamentale della società, al punto da smantellare lo Stato che le sovrastava (niente Costituzione, niente capo di Stato, niente partiti politici). Dopo la rivoluzione del 2011 tutti i politici hanno cercato l\’appoggio delle tribù, mancando una società civile. Le tribù hanno comunque un ruolo positivo per la pacificazione e la sicurezza, perché in vari casi i capi hanno contribuito alla lotta contro i violenti. Persino in Cirenaica non si punta all\’indipendenza quanto all\’autonomia.

Pietro Longo ha quindi tracciato le conclusioni, parlando in particolare del caso tunisino. Ha spiegato come il regime di Ben Alì si fondasse sulla retorica della lotta al \”vecchio partito corrotto\”, ma in realtà fosse clientelare e non assolvesse alle sue funzioni sociali. Il regime di Ben Alì non si fondava sull\’esercito ma sulle forze di sicurezza, e ciò concorre a spiegare la mancata reazione militare. Il successo della rivoluzione tunisina è comunque attribuibile a tre fattori principali: la tradizione costituzionale, la forte opposizione politico-civile; il favore internazionale.

I lavori sono stati chiusi da Daniele Scalea, Direttore Generale dell\’IsAG, che ha ringraziato relatori e pubblico, ricordando come il progetto \”Mare Nostrum\” rientri nell\’ambito delle attività di diplomazia pubblica condotte dall\’IsAG in qualità di ente internazionalistico.

(D.S.)



  • melodia792

    04/05/2014 #1 Author

    Non vedo come si faccia a parlare di consolidamento democratico della Tunisia e della Libia quando la situazione è ben diversa. In Tunisia il capo dell’opposizione è ancora in carcere, allora possiamo dire che non c’è una democrazia.
    In Libia, dopo aver ricevuto Gheddafi con tutti gli onori in Europa e negli USA gli europei, francesi, inglesi in primo luogo, ai quali si sono accodati gli italiani del governo Berlusconi lo hanno spodestato e fatto uccidere come un delinquente comune. Ora in Libia non c’è pace e la guerra continua tra le varie fazioni.

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    • Daniele Scalea

      04/05/2014 #2 Author

      Se ci fossero già salde e perfette democrazia, non ci sarebbe bisogno di parlare di come consolidarle.

      Rispondi

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