Dalla caduta dell’Unione Sovietica i rapporti tra le Repubbliche dell’Asia centrale sono stati generalmente caratterizzati da un altissimo grado di diffidenza reciproca. Uzbekistan e...

Dalla caduta dell’Unione Sovietica i rapporti tra le Repubbliche dell’Asia centrale sono stati generalmente caratterizzati da un altissimo grado di diffidenza reciproca. Uzbekistan e Tagikistan sono ad esempio due Paesi confinanti e accomunati da una ricchissima eredità storico-culturale, risalente alle brillanti civiltà turco-persiane sedentarie d’età moderna, ma che da diversi anni si scontrano su numerose questioni. Tra i motivi di contrasto, si possono annoverare soprattutto le problematiche di natura economico-commerciale, spesso legate alla sfera dell’energia: già dagli anni Novanta Taškent accusa il Tagikistan di non rispettare i pagamenti nelle forniture di gas, mentre Dušanbe sostiene che gli Uzbeki violino gli accordi e pretendano di riscuotere incassi superiori ai prezzi pattuiti nei contratti. Un’altra questione spinosa concerne la costruzione della diga di Rogun. Si tratta di un vecchio progetto sovietico riguardante l’edificazione di una diga alta 335 metri (che, se realizzata, diventerebbe la più alta diga al mondo), proprio nella zona di confine tra i due Paesi. Negli ultimi anni il governo tagiko ha rilanciato questo progetto al fine d’ottenere l’autosufficienza idroelettrica e si è scontrato con la fortissima opposizione dell’Uzbekistan, che paventa una serie di catastrofi ambientali che vanno dai rischi sismici all\’esaurimento delle risorse idriche necessarie ad irrigare le proprie piantagioni di cotone.

La Regione di Surkhandarya, situata nella zona più meridionale dell’Uzbekistan, è parimenti al centro di una difficile controversia fra i due Stati. Il problema riguarda i danni ambientali causati dalle emissioni di sostanze inquinanti della SUE Talco, la più grande azienda del Tagikistan nonché il più importante produttore d’alluminio di tutta l’Asia centrale. Negli ultimi anni, le sostanze tossiche dei siti industriali tagiki, trasportate dal vento, hanno raggiunto la Regione di Surkhandarya producendo effetti devastanti: contaminazione di campi coltivati, inquinamento dell’aria, nonché soprattutto diffusione di malattie, malformazioni ed alterazioni fisiche presso gli abitanti locali. Il governo tagiko e la TALCO hanno sempre sostanzialmente negato un legame di causa ed effetto tra le emissioni e i danni a persone o cose, che risultano comunque oggettivamente documentati nella loro spesso tremenda crudità1. Il ripristino della tutela ambientale e l’accertamento della responsabilità nella Regione di Surkhandarya risultano pertanto una fonte di tensione nei rapporti tagiko-uzbeki.

In questo contesto, vi è da segnalare un’importante iniziativa che sembra aver aperto uno spiraglio di luce. Dal 19 al 22 agosto 2013, nell’Olyj Majlis della Repubblica dell’Uzbekistan, l’Assemblea Parlamentare che ha sede a Taškent, si è tenuta una conferenza internazionale dal titolo Measures for Mitigating the Catastrophic Impact on the Environment and Human Health Caused by the Operations of TALCO SUE. Il principale promotore dell’evento è stato il Movimento Ecologico dell’Uzbekistan (O`zbekiston ekologik hаrаkаti), un movimento politico fondato nel 2008 e molto sensibile alle questioni ambientali, in particolare quelle relative al prosciugamento del Lago d’Aral2. Alla conferenza hanno preso parte numerosi esperti internazionali nei campi della chimica, delle scienze naturali e del diritto provenienti dagli Stati Uniti, dall’Olanda, dall’Italia e da altri Paesi.

La novità di quest’evento è stata rappresentata dal fatto che per la prima volta, su un tema così delicato, hanno preso parte in una discussione pubblica due deputati del Parlamento del Tagikistan: Mahmadsharif Khakdodov, già responsabile presso il Dipartimento di Industria ed Energia della Presidenza del Tagikistan, e Shodi Shabdolov, ex Segretario del Partito Comunista locale e Capo della Commissione Ambientale del Parlamento tagiko. Per due Paesi che hanno relazioni bilaterali estremamente problematiche, la sola presenza di alti rappresentanti tagiki in una prestigiosa sede istituzionale uzbeka appare un’incoraggiante spinta alla risoluzione diplomatica del problema.

La cornice giuridica della controversia è stata illustrata dall’avvocato italiano Vittorio Giorgi, che aveva visitato la Regione di Surkhandarya già nel 2011 ed ha offerto un contributo per proporre un concreto superamento dell’impasse fra Uzbeki e Tagiki. Giorgi ha evidenziato che il diritto internazionale prevede il divieto di inquinamento transfrontaliero, codificato nel Principio n. 21 della Dichiarazione di Stoccolma del 1972 e nel Principio n. 2 della Dichiarazione di Rio de Janeiro del 1992, che approfondiscono le misure stabilite dall’art. 1 della Convenzione di Ginevra del 1979. Queste disposizioni stabiliscono inequivocabilmente che uno Stato che eserciti la sovranità sul territorio ove è locata un’impresa economica è vincolato, nei confronti dei Paesi confinanti, ad un principio duplice: l’obbligo di prevenzione, ossia l’adozione di tutte le misure necessarie ad impedire i rischi d’inquinamento transfrontaliero; e il dovere di diligenza, consistente nell’attenuare o eliminare eventuali danni effettivamente arrecati. Al rispetto di queste misure vincolanti si lega d’altronde il concetto di Sviluppo Economico Sostenibile. Qualora la Sue TALCO non riconoscesse la propria responsabilità per quanto si è verificato nella Regione di Surkhandarya e non si impegnasse a risarcire i danni, i due Paesi potrebbero ricorrere di comune accordo ad un arbitrato internazionale, ove un soggetto terzo scelto dalle parti emetterebbe una sentenza con effetti vincolanti. In alternativa, l’Uzbekistan potrebbe ricorrere alla Corte Internazionale di Giustizia de L’Aia, deferendo la controversia ad un Tribunale precostituito permanente composto da 15 giudici, che emanerebbe una sentenza motivata con effetti vincolanti. Qualora una delle parti non rispettasse la sentenza, l’altra potrebbe ricorrere al Consiglio di Sicurezza.

Da parte dei due parlamentari della Repubblica del Tagikistan non si sono registrate aperture di particolare rilievo, se non un appello alla necessità di continuare sulla strada del dialogo fra esperti di temi ecologici dei due Paesi e di fare ricorso alla consulenza indipendente di soggetti terzi. È significativo comunque che Shodi Shabdolov, per motivare la necessità di un approccio condiviso, abbia fatto riferimento ad un aspetto che potrebbe stupire chi non abbia visitato l’Asia centrale: Tursunzade, la città del Tagikistan ove si trova il quartier generale della Sue TALCO che avrebbe inquinato la Regione uzbeka di Surkhandarya, è abitata in realtà da una maggioranza di Uzbeki. Ciò vuol dire che la difficile situazione venutasi a creare non deve essere spiegata nei termini di un contrasto etno-politico fra Uzbeki e Tagiki, tanto elevata risulta essere la commistione fra i due popoli e la presenza di enclaves dell’uno e dell’altro entro le frontiere dei rispettivi Stati. Come accade da sempre nella storia dell’Asia centrale, i confini politici non corrispondono a quelli linguistici ed etnografici. Il riconoscimento di questo dato, ben noto agli specialisti e agli studiosi della regione, può essere già letto come un segnale tutt’altro che formale di distensione tra i vertici dei due Paesi.

I partecipanti alla conferenza di Taškent hanno auspicato che i problemi ecologici in continuo aumento nella zona di produzione della TALCO catturino l’attenzione delle organizzazioni internazionali, delle strutture preposte dell’ONU quali ad esempio l’UNEP e l’UNICEF, nonché i Parlamenti, i governi e le società civili di diversi Paesi del mondo al fine di adottare urgenti misure per ripristinare la sostenibilità ambientale e tutelare la salute della popolazione stanziata nella zona circostante i siti industriali della TALCO. Secondo gli organizzatori, la gravità della situazione impone insomma sforzi congiunti da parte delle società civili sia dell’Uzbekistan che del Tagikistan per fermare l’inquinamento transfrontaliero nel rispetto delle norme stabilite dal diritto internazionale e dei documenti che obbligano a onorare il diritto alla salute e la tutela dell’ambiente.

A quasi un anno di distanza dalla conferenza di Taškent proseguono cautamente i contatti tra istituzioni uzbeke e tagike per una prosecuzione del lavoro sul dossier Sue TALCO. Il Movimento Ecologico dell’Uzbekistan, riuscendo per la prima volta a portare nel Parlamento uzbeko due alti esponenti del vicino Tagikistan, ha mostrato una discreta capacità diplomatica e una condotta moderata di buon auspicio per il futuro. L’eventuale risoluzione della controversia di Surkhandarya potrebbe rappresentare infatti il primo passo verso la normalizzazione dei rapporti fra le due Repubbliche ex sovietiche, che migliorando le relazioni bilaterali contribuirebbero notevolmente alla stabilità di tutta l’Asia centrale.

NOTE:

Dario Citati è direttore del Programma "Eurasia" dell'IsAG.
1. V. Giorgi, Gli occhi del mondo sul disastro ambientale in Uzbekistan (s.d.).
2. L'Uzbekistan tra indipendenza e cooperazione: intervista a Borij Alichanov, 29/10/2013.

FONTE:

Meždunarodnaja Žizn’, 06/05/2014.


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