Da un po di tempo nel lessico comune si è aggiunto un nuovo termine prima usato quasi esclusivamente da tecnici e studiosi di economia:...

Da un po di tempo nel lessico comune si è aggiunto un nuovo termine prima usato quasi esclusivamente da tecnici e studiosi di economia: Zes. L’acronimo Zes (Zone Economiche Speciali) sta diventando molto popolare grazie agli articoli di stampa che per diversi motivi ne parlano, anche con una certa frequenza. In effetti non è l’unico termine tecnico-economico che si sta diffondendo nell’uso comune; parole come spread, bund, rating, fino a qualche tempo prima appannaggio dei soli addetti ai lavori, sono entrati nel lessico giornaliero.

Ma cosa sono le Zone Economiche Speciali? E sono davvero così importanti e utili da chiederne con così tanta forza la loro creazione? Io ritengo di sì, ma andiamo per ordine.

Le Zes sono delle zone speciali (zone franche di seconda generazione) all’interno di un paese, dove grazie ad una finzione giuridica alcuni strumenti di politica commerciale, come ad esempio i dazi, vengono   eliminati insieme ad altre imposte, come il taglio dell’Iva,  e si riducono i requisiti burocratici necessari per fare impresa; tutto ciò nella speranza di attrarre nuove aziende e nuovi investimenti dall’estero, soprattutto IDE (investimenti diretti esteri), i quali hanno come caratteristica principale quella di essere investimenti a medio e lungo periodo e a basso grado di liquidità (quindi in linea teorica portatori di sviluppo e conoscenza), a differenza degli investimenti di portafoglio (investimenti esteri indiretti) che possono essere anche di breve periodo e quindi potenzialmente a solo carattere speculativo. In genere tale politica si applica a territori particolarmente depressi all’interno di uno Stato in modo da incentivarne lo sviluppo economico e sociale, oppure attorno a zone di confine o infrastrutture strategicamente importanti per l’economia (e non solo) di un paese,  come ad esempio porti e aeroporti.

Dicevamo se è economicamente conveniente per un paese la loro creazione: la risposta a mio avviso è sì senza alcun tentennamento.

E’ dimostrato dall’esperienza, supportata a sua volta dai dati statistici ed economici, che le varie Free Zone in giro per il mondo (circa 2700 tra I e II tipo) danno risultati molto vantaggiosi: attrazione di investimenti esteri, creazione di posti di lavoro, maggiore competitività tra le aziende, scambio di nuova tecnologia e know how; di fatto, quindi, sviluppo economico e sociale dei territori che le ospitano. Benefici che superano di gran lunga i costi di una Zes: infatti per la sua realizzazione, oltre a un impegno di spesa da parte dello Stato e degli Enti locali, vanno supportate anche le perdite all’erario dovute agli incentivi previsti dalla legge costitutiva della Zes, ben poca cosa se si considera che riguardano si le aziende esistenti su quel territorio, ma riguardano soprattutto quelle di nuova costituzione che non rappresentano alcuna perdita rispetto agli esercizi precedenti, in quanto appunto, non esistendo, non versano alcuna quota alle casse pubbliche e  magari la maggior parte di esse senza la nascita della zona speciale non sarebbe stata creata.

Negli ultimi anni a causa della crisi economico-finanziaria che ha visto coinvolti soprattutto i paesi di vecchia industrializzazione, in particolare quelli europei, la loro costituzione è stata spesso caldeggiata e richiesta nel vecchio continente. Nei paesi dell’UE sono già operative circa 70 Free Zone del I e II tipo  (la differenza sta nell’essere zone franche o Zes, le prime hanno un regime più semplice che non si pone l’obiettivo dell’attrazione degli investimenti) alcune delle quali preesistenti all’entrate nell’Unione dei rispettivi paesi ospitanti. La loro creazione è sottoposta ad un rigido meccanismo comunitario che tende ad accertare che gli incentivi previsti dalla Free Zone non sia assimilabili ad aiuti di Stato (proibiti dalla legislazione Comunitaria) e ci siano veramente quelle condizioni necessarie per poter richiedere la nascita della Zes e cioè che quel territorio o zona sia in una condizione di forte disagio economico ed occupazionale. Il tutto deve essere preceduto da una legge nazionale che ne preveda la costituzione su proposta di un Ente locale ma anche di un singolo cittadino o di una persona giuridica.

In Ue un esempio di eccellenza può essere considerata l’Irlanda, tanto è vero che il 18 febbraio 2012 la delegazione cinese, presieduta dal vice presidente Xi Jinping, (divenuto il 15 novembre dello stesso anno nuovo leader della Repubblica Popolare Cinese), ha scelto soltanto l’Irlanda come unica tappa nell’area comunitaria proprio per visitare la prima “zona franca industriale di esportazione” realizzata al mondo, ossia la Shannon Free Trade Zone istituita nel 1959, la quale successivamente alla prima visita di un leader cinese, Jiang Zemin nel 1980, è servita da modello per il successo delle zone economiche speciali nella Cina meridionale, le quali hanno contribuito ad alimentare la riforma economico–commerciale cominciata proprio negli anni ’80. Le Free Zone cinesi rappresentano oggi, dunque, un esempio di eccellenza a livello globale e fungono da punto di riferimento e spunto per tutti quei paesi che vogliono realizzarle nel loro interno. Un altro esempio di eccellenza può essere considerata l’esperienza delle Zes in Polonia.

In Polonia le Zes attualmente attive sul territorio nazionale sono 14. Gli imprenditori che vi insediano la loro l’attività in esse possono ottenere aiuti pubblici consistenti e per poter beneficiare dell’esonero fiscale previsto dalla legge polacca il valore dell’investimento non può essere inferiore a € 100.000; sia l’investimento che i posti di lavoro creati devono essere mantenuti per almeno 5 anni per quanto riguarda le aziende di grandi dimensioni mentre per le PMI il vincolo è di 3 anni. Il motivo principale della creazione delle ZES era il fatto che la Polonia era economicamente come un paese in via di sviluppo, aveva quindi bisogno di capitali, tecnologie e infrastrutture per accorciare le distanze con i paesi maggiormente industrializzati. Istituite con la Legge del 20 ottobre 1994, le parole chiave contenute in esse sono: sviluppo, incremento e concorrenzialità, di fatto le parole chiave di tutte le Zes sparse nei cinque continenti. La loro durata inizialmente prevista fino al 2017  è stata prorogata dai Decreti governativi varati nell’estate del 2013 fino al 31 dicembre 2026 a conferma degli enormi vantaggi che rivestono per l’economia polacca.

Vantaggi importanti anche e soprattutto per coloro che investono nelle Zes polacche: se facciamo un’analisi di rischio paese viene fuori che la Polonia è un paese economicamente, finanziariamente e politicamente stabile (il premier Donald Tusk, eletto nel 2007, è stato riconfermato nel 2011) ha una popolazione di circa 38 533 789 abitanti, con un ISU (indice di sviluppo umano) pari a 0.821, dal 1999 è membro NATO e dal 2004 UE. La crescita del Pil è del 2% circa, la disoccupazione è del 10.1%, la percentuale di laureati in relazione alla popolazione nel 2011 era del 24% e gli accessi ad internet pari a 649 ogni 1000 abitanti. Un quadro quindi interessante e stabile a cui si affiancano le agevolazioni statali, i bassi costi di produzione e distribuzione, il facile l’accesso ai mercati europei, tutti incentivi fondamentali per chi investe. Inoltre l’imprenditore che decide di fare impresa nelle Zes polacche può usufruire di un lotto di terreno preparato per l\’investimento a prezzi vantaggiosi,  consulenza gratuita nell\’adempimento di tutte le formalità burocratiche, esonero dall\’imposta sugli immobili, sgravi per i dazi doganali (per i paesi extracomunitari), incentivi per l’assunzione di nuovo personale.

Alcune Zes si sono specializzate nell’attrazione di specifici investimenti di settore, ad esempio  quella di Katowice nel comparto automobilistico, quella di Pomorze nel settore elettronico, attirando l’investimento anche di colossi multinazionali di importanza globale. Ogni Zes si gestisce autonomamente attraverso una sua autorità che prende le decisioni operative ed organizzative in ordine agli investimenti da realizzare e alle attività da incentivare. In questo contesto da segnalare anche la presenza a Varsavia dell’Agenzia per gli investimenti esteri che ha contabilizzato tra il 2005 e il 2012 un’attrazione di circa 170 miliardi di euro piazzando la Polonia al 3° posto per attrattività dopo Cina e Usa. La Polonia ha superato (anche grazie a questi strumenti) in maniera egregia gli effetti della crisi economico-finanziaria che ha danneggiato l’economia mondiale negli ultimi anni. Una ricetta economica quindi vincente, in cui le Zes fanno la loro parte in maniera determinante.

A livello mondiale le circa 2700 Free Zone (di varie tipologie e denominazioni) sono sparse nei cinque continenti e contribuiscono a loro modo ad incentivare economicamente e socialmente i territori che le ospitano, come proprio l’esempio polacco ci dimostra. Sicuramente un limite all’interno dell’UE è costituito dal vincolo che gli incentivi erogati in una ZES non debbano configurarsi come aiuti di stato. Ciò dal punto di vista teorico riduce molto le possibilità concrete di azione, anche se come ad esempio è successo nel caso Alitalia la politica riesce in qualche modo a superare i vincoli burocratici imposti dall’UE e ciò che in teoria avrebbe dovuto essere un aiuto di stato nei non è stato considerato come tale e quindi è stato realizzato. Rimangono quindi ampi margini per la contrattazione di natura politica che rendono fattibili le ZES anche all’interno dell’Unione Europea. In conclusione, sarebbero un’esperienza valida e da incentivare anche nel nostro paese come strumento in più per poter risalire la china dopo anni di crisi economica e conseguente recessione, in modo da dare sviluppo soprattutto a zone particolarmente depresse del nostro territorio nazionale.

NOTE:

Pietro Stilo è dottorando di ricerca in "Scienze economiche e metodi quantitativi" presso l'Università di Messina.


  • Bardilius

    05/06/2014 #1 Author

    Hai totalmente ragione.P.E.S la creazione di una tale zona con agevolazioni per quanto riguarda l industria cinematografa e con una intelligente ubicazione,preparazione e adeguamento del imposta del reddito ,con l abbinamento del industria della moda,culinaria,e il clima favorevole potrebbe far creare un polo europeo della cinematografia,e un indotto di dimensioni tali che la Fiat sembrerebbe sempre piu ridicola in confronto.Sarebbe anche un modo intelligente di far affluire piu fondi Europei.Ma bisogna avere le capacita e le persone giuste purtroppo…

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