Il 10 agosto il popolo turco si è recato alle urne per eleggere il nuovo presidente della Repubblica. Come nelle previsioni della vigilia, seppur...

Il 10 agosto il popolo turco si è recato alle urne per eleggere il nuovo presidente della Repubblica. Come nelle previsioni della vigilia, seppur con un margine più ridotto rispetto ai sondaggi, l’attuale primo ministro Recep Tayyp Erdogan si è imposto al primo turno con il 51,7%. Una vittoria che rappresenta una conferma per il governo dopo l’affermazione conseguita nelle ultime elezioni comunali dello scorso 30 marzo e che soprattutto sembra certificare la sostanziale inossidabilità del consenso attorno ad Erdogan ed al suo governo. Un consenso che sembra sopravvivere agli scandali di corruzione ai quali il suo gabinetto ha dovuto recentemente rispondere ed alle accuse di derive autoritarie.

La tornata elettorale costituisce un crocevia nella storia della Repubblica nata nel 1923. In primo luogo, si è trattato della prima elezione diretta dell’alta carica dello Stato, in linea con un emendamento della Costituzione adottato nel 2007. Essa, poi, inaugura quella che si può interpretare come una fase nuova nella più che decennale permanenza al potere di Erdogan e del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP). Una “nuova Turchia”, espressione utilizzata più volte dal neo-eletto presidente nel corso della campagna elettorale, che si avvia con connotazioni sempre più visibili verso un sistema presidenziale, coerentemente con la prospettiva mai nascosta dallo stesso Erdogan di trasformare una carica dalla valenza preminentemente simbolica in un ruolo con pieni poteri esecutivi.

Relativamente agli altri due candidati, il principale contendente è stato Ekmeleddin Ihsanoglu, settant’anni, storico turco ed ex segretario generale dell’Organizzazione della Cooperazione islamica, che si è assestato intorno al 38%. Una candidatura, quella di Ihsanoglu, appoggiata dai due principali partiti di opposizione – quello di centro-sinistra, il Partito Repubblicano del Popolo (CHP) ed il Partito del Movimento Nazionalista (MHP) – che secondo un’opinione condivisa si possono additare quali veri sconfitti della tornata elettorale. Il terzo candidato è stato Selahattin Demirtas, quarantunenne avvocato di professione, figura di spicco della minoranza curda del paese, che ha raccolto un notevole consenso, attestandosi al 9,8% e che ha goduto del sostegno del Partito curdo e di alcuni partiti e circoli di sinistra. Il sorprendente risultato di Demirtas è rilevante anche per il fatto stesso che un candidato rappresentante della minoranza curda si sia potuto presentare alle elezioni nell’ambito di un conflitto, quello turco-curdo, che dagli anni Ottanta ha fatto registrare circa quarantacinquemila morti. Lo scorso mese di giugno il Parlamento turco ha approvato una legge – la “Legge per porre fine al terrorismo e rafforzare l’Unità Nazionale”, costituita da sei articoli – che mira a rendere ufficiale il dialogo con il fronte politico curdo ed in particolare con il PKK. Al riguardo lo stesso leader curdo Abdullah Ocalan ha accolto il gesto di Ankara come un “passo storico”, che potrebbe imprimere un’accelerazione ai negoziati di pace intrapresi dalle due parti a partire dal 2012.

L’iter istituzionale inaugurato dal momento elettorale coinvolge ora lo stesso assetto interno dell’AKP, al potere dal 2002, e fornirà indicazioni significative in merito al futuro politico del paese. L’AKP si troverà a dover scegliere il nuovo segretario del partito, carica che non potrà essere più ricoperta da Erdogan in virtù del carattere di “imparzialità” che alla presidenza della Repubblica è costituzionalmente riconosciuta, ed il nuovo primo ministro. L’indiziato numero uno sembra essere Ahmet Davutoglu, attuale ministro degli esteri e considerato tra i fedelissimi di Erdogan. Ciò, anche per la scelta operata dal direttivo dell’AKP di tenere il congresso del partito che deciderà la successione prima della cerimonia di insediamento, in programma il 28 agosto. Un’opzione che lascerebbe fuori dalla corsa Abdullah Gul, presidente della Repubblica uscente ed altra anima del partito, che non potrà ancora essere considerato formalmente libero dai vincoli della presidenza e di conseguenza non sarebbe candidabile. Ministro degli esteri dal 2003 al 2007, Gul ha rappresentato soprattutto negli ultimi due anni una voce critica rispetto alla condotta dell’esecutivo, come accaduto rispetto alla reazione del governo alle proteste di Gezi Park della primavera del 2013. Di certo il nuovo vertice dell’AKP e quindi del governo dovrà garantire al partito, oltre alla continuità della politica adottata fino ad oggi, una base di consenso in grado di garantire una maggioranza forte alle prossime elezioni politiche in programma nel 2015, capace di mettere in cantiere quella riforma della Costituzione che porterà l’assetto istituzionale della repubblica verso un sistema presidenziale. In realtà, dopo il golpe del 1980, la Carta aveva già subito delle modifiche che attribuivano al presidente della Repubblica, tra gli altri, il potere di convocare e presiedere le riunioni del consiglio dei ministri e del consiglio di sicurezza. Una breccia attraverso la quale Erdogan non ha mai celato di voler operare al fine di incrementare la sua leadership nel panorama politico turco.

Sebbene, per contingenti scadenze elettorali, l’agenda politica si focalizzi in maniera prevalente su tematiche di carattere interno, con un ruolo di rilievo ricoperto dal capitolo economico, il contesto regionale offre spunti che chiamano in causa il ruolo di Ankara nella regione. L’avanzata dell’ISIS in Iraq e la prossimità del conflitto con il confinante Kurdistan iracheno inevitabilmente sta avendo delle ripercussioni sulla Turchia. In quest’area, dove il business del paese è particolarmente presente, si registra una sostanziale contrazione del commercio e delle esportazioni. Una zona, inoltre, verso la quale Ankara sta dimostrando una specifica sensibilità anche in conseguenza dell’ipotesi più che plausibile che il suo sottosuolo custodisca giacimenti di idrocarburi che potrebbero essere utilizzati dall’establishment turco per ridurre la propria dipendenza energetica dall’Iran e dalla Russia. Per quanto riguarda l’ISIS, il 10 giugno scorso il consolato turco a Mosul è stato preso d’assalto dalle forze del movimento islamico capeggiato da Al-Baghdadi, prendendo in ostaggio quarantanove persone tra i membri del personale consolare e facendo dell’edificio il proprio quartier generale nella città. Il governo turco, proprio per l’incapacità di liberare propri cittadini dopo più di due mesi di trattative e di prevenire, evacuando il consolato, l’assalto dell’ISIS, è il bersaglio di aspre critiche. Senza dimenticare che, almeno nelle fasi iniziali della sua ascesa e prima dell’attacco al consolato, lo stesso movimento sarebbe stato direttamente o indirettamente sostenuto da Ankara in chiave anti-Assad, ancora saldamente al potere a Damasco. L’intervento militare americano in territorio iracheno, attraverso l’azione di droni autorizzati a colpire le basi e le vie di rifornimento dell’ISIS, non sembra migliorare le prospettive per gli ostaggi e per la posizione stessa del governo turco. Nel corso della campagna elettorale alle questioni di politica estera è stata rivolta un’attenzione marginale sia da parte dei media che degli stessi candidati, nonostante i cambiamenti in atto nella regione, lasciando al contrario ampio spazio ai temi dell’economia. L’arco di instabilità che caratterizza le frontiere turche, tuttavia, in una fase cruciale per il paese da un punto di vista di politica interna ed istituzionale, rappresenta una questione difficilmente prorogabile nell’agenda del governo.

NOTE:

Diego Del Priore è ricercatore associato dell’IsAG


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