La guerra di Gaza dell’estate scorsa ha lasciato sul tavolo questioni ataviche e non più differibili in merito ai futuri sviluppi del conflitto israelo-palestinese....

La guerra di Gaza dell’estate scorsa ha lasciato sul tavolo questioni ataviche e non più differibili in merito ai futuri sviluppi del conflitto israelo-palestinese. Se da un lato le immagini che sono giunte da Gaza hanno catalizzato, in maniera comprensibile, l’attenzione mediatica, c’è da notare come la fine delle operazioni militari sembra aver nuovamente calato il silenzio sulla situazione dei territori occupati palestinesi e sulla quotidianità del conflitto.

Il 30 agosto scorso la Civil Administration, l’autorità che gestisce la presenza israeliana nella West Bank, ha annunciato la confisca di terra palestinese in Cisgiordania per un totale di 990 acri (quasi 400 ettari) nei pressi dell’insediamento israeliano di Gva’on, costruito nel 1984, a ovest di Betlemme. Si tratta della privazione più massiccia di terra palestinese da trent’anni a questa parte. Attualmente la porzione di territorio in questione ospita i villaggi palestinesi di al-Jaba’a, Surif, Wadi Fukin, Husan e Nahalin. Secondo l’organizzazione israeliana Peace Now, il provvedimento «costituisce la prova che il primo ministro Netanyahu non aspira ad un nuovo “orizzonte diplomatico” ma piuttosto egli prosegue nel porre ostacoli alla soluzione dei due Stati. Netanyahu ed il ministro della Difesa Ya’alon sono direttamente responsabili della dichiarazione, la quale non può essere approvata senza il loro consenso. Dichiarando altri quattromila dunum di terra come “Land State”, il governo israeliano pugnala alla schiena le forze moderate palestinesi». Secondo Sarah Leah Whitson, Middle East and North Africa director di Human Rights Watch, «il governo israeliano sta dimostrando un totale disprezzo del diritto internazionale, il quale proibisce la costruzione di insediamenti nei territori occupati e tutela il diritto alla terra dei palestinesi. Ciò rappresenta un’ulteriore sollecitazione per il presidente palestinese Abbas a rivolgersi alla Corte Penale Internazionale».

Gli Stati Uniti hanno rivolto ad Israele l’invito a fare marcia indietro rispetto al contenuto dell’atto. Anche la stessa Unione Europea ha condannato il provvedimento. «Le condanne americane ed europee non sono servite a fermare gli insediamenti israeliani – afferma ancora la Whitson – È tempo di sanzioni significative. Gli Stati Uniti dovrebbero ridurre i 3,1 miliardi di dollari annui di aiuti ad Israele di un ammontare equivalente alla spesa israeliana a sostegno della costruzione degli insediamenti, finchè Israele non metterà fine ai suoi piani illegali di costruzione in Cisgiordania».

Il villaggio di Bil’in si trova nella Cisgiordania centrale, a nord-ovest di Gerusalemme. Qui, come accade in altri villaggi della Cisgiordania, la presenza del vicino insediamento israeliano è opprimente, si espande e progressivamente divora olivi, terre e abitazioni del piccolo centro palestinese di milleottocento anime. Ogni venerdì gli abitanti manifestano, con il supporto di attivisti internazionali, di fronte al muro che Israele sta costruendo e con il quale ha annesso parte della terra del villaggio fino al giorno prima coltivata da mano palestinese. Un elemento di carattere politico che merita di essere evidenziato è la partecipazione di attivisti israeliani alle attività dei comitati popolari. Nel corso di una manifestazione, nell’aprile del 2009, Bassem Abu Rahmeh, di ventinove anni, è stato ucciso, colpito al petto, da un soldato israeliano. Sul luogo dell’accaduto, i membri del comitato popolare di Bil’in ed i suoi abitanti hanno creato un memoriale in onore del ragazzo. Una sua immagine è stata posta a fianco di un fazzoletto di terra, un piccolo giardino i cui fiori sono dei candelotti di lacrimogeni, a decine, lanciati dai soldati israeliani che ora ornano, in modo provocatorio, l’immagine sorridente del ragazzo ucciso.

La Corte Internazionale di Giustizia, nel parere reso nel 2004 su richiesta dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite in merito alle conseguenze giuridiche del muro costruito da Israele, ha dichiarato, tra le altre cose, che “dato che la costruzione nel muro sul territorio palestinese occupato ha reso necessarie la requisizione e la distruzione di abitazioni, di negozi così come di aziende agricole, la Corte constata che Israele ha l’obbligo di riparare tutti i danni causati a tutte le persone fisiche o morali coinvolte”. Ancora “Israele è tenuto a restituire le terre, i vigneti, gli oliveti e gli altri beni immobili sottratti a ogni persona fisica o morale al fine della costruzione del muro nel territorio palestinese occupato”. Israele ha di conseguenza “l’obbligo di cessare immediatamente i lavori di costruzione del muro che sta costruendo nel territorio palestinese occupato, ivi compreso all’interno e sui confini di Gerusalemme Est”.

Il campo profughi di Balata, nei pressi di Nablus, è stato istituito nel 1950 dall’UNRWA (The United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees). La sua funzione era quella di accogliere temporaneamente i rifugiati palestinesi che erano stati costretti ad abbandonare le proprie case durante il conflitto e gli attacchi delle forze paramilitari israeliane che sarebbero poi confluite nell’Israeli Defence Force (IDF). Oggi, dopo sessantatre anni, il campo è ancora lì e si estende su una superficie di un chilometro quadrato sulla quale vivono ben ventinovemila persone, che fanno di Balata il campo profughi più popolato della Cisgiordania. Il campo ha un significato politico importante per la resistenza palestinese all’occupazione. Da qui ha avuto inizio la prima Intifada nel 1987. Anche la seconda Intifada, all’inizio del 2000, ha avuto tra queste case un epicentro vitale. Nel corso dei primi tre anni della seconda Intifada, il campo si è trasformato in una vera e propria prigione. Gli abitanti sono stati trattenuti nel campo. Duecentoquarantasei persone sono state uccise dall’esercito israeliano, molti sono stati fatti prigionieri ed il numero di disabili, a causa delle ferite riportate, è aumentato in maniera considerevole. Nel 2002 fu imposto un coprifuoco di cento giorni agli abitanti di Balata, impedendo a molte persone di andare a lavorare e costringendole così a perdere il posto. Oggi il tasso di disoccupazione a Balata è di circa il 49%, con quello che riguarda la disoccupazione giovanile che si attesta intorno al 70%. La questione dei rifugiati è letteralmente scomparsa dall’agenda diplomatica del “processo di pace”.

Ma’ale Adumin è una colonia israeliana tra le più grandi della Cisgiordania, con una popolazione che si attesta intorno ai 40.000 abitanti. L’insediamento riveste una posizione strategica nei piani sionisti, in funzione dell’attuazione del “piano E-1”. Quest’ultimo prevede, attraverso l’espansione territoriale di Ma’ale Adumin, l’incorporazione di una zona compresa tra l’insediamento e Gerusalemme est ed una proiezione verso il Mar Morto, con una Cisgiordania che si troverebbe tagliata in due con collegamenti resi sempre più critici tra la parte settentrionale e meridionale del territorio sul quale, stando alle intenzioni della diplomazia, dovrebbe sorgere lo stato di Palestina. La presenza dell’insediamento ha delle ripercussioni negative sulla stessa vita delle comunità beduine che vivono nelle sue vicinanze. «Queste comunità di circa 3000 individui di cui la metà bambini – si legge in un rapporto dell’Israeli Information Center for Human Rights in the Occupied Territories, B’Tselem – vivono in condizioni precarie. Nonostante siano presenti nell’area da decenni, si nega ai beduini il diritto di costruire legalmente.

L’Amministrazione civile israeliana in Cisgiordania ha emesso ordini di demolizione di alcuni centri in cui vivono i beduini e, in alcuni casi, gli ordini riguardano tutte le abitazioni di una particolare comunità. I residenti tentano di conservare i loro tradizionali stili di vita pastorali, ma hanno un accesso limitato alle terre da pascolo ed ai mercati. Inoltre, essi hanno scarsità di servizi sanitari, assistenziali e di istruzione nonchè l’assenza totale di infrastrutture quali elettricità, strade e fognature. Solo la metà di queste comunità hanno un collegamento a condutture idriche». Percorrendo le strade di Ma’ale Adumin si ha l’impressione di entrare in un mondo parallelo, in un ordinario quartiere di una cittadina occidentale in cui le persone portano a spasso il cane e ascoltano musica facendo jogging, mentre gli annaffiatoi nutrono generosamente i rigogliosi prati dell’insediamento. I due volti della colonizzazione.

In Israele, nel frattempo, c’è chi si impegna per promuovere la creazione di spiragli di pace. Zochrot è un’associazione israeliana attiva nella restituzione della memoria collettiva sui fatti del 1948, dei villaggi distrutti dai corpi militari israeliani, come l’Irgun di Menachem Begin, che nel 1977 è diventato primo ministro di Israele. La divulgazione degli eventi di quell’anno, tanto fondamentali nella storia del conflitto quanto dimenticati nei dibattiti e nello stesso tavolo diplomatico, è tra gli obiettivi principali di Zochrot come di altre Ong israeliane. Nella consapevolezza che la pace passi inevitabilmente per una ricognizione storica basata sui fatti, Zochrot si propone di «sfidare – si legge tra i suoi obiettivi statutari – i pregiudizi del pubblico israeliano e promuovere all’interno di esso una consapevolezza ed un cambiamento politico e culturale al fine di creare il ritorno dei rifugiati palestinesi ed una convivenza nel Paese».

Nel marzo del 2011, il Parlamento israeliano ha approvato un emendamento alla Budget Foundations Law (1985) – Reducing Budget or Support for Activity Contrary to the Principles of the State. E’ la cosiddetta Nakba law. L’atto autorizza il ministero delle finanze israeliano a ridurre fondi statali o forme di supporto ad un’istituzione nel caso in cui essa sia impegnata in attività contrarie ai principi dello Stato. Tali attività includono “il rifiuto dell’esistenza dello stato di Israele come stato democratico ed ebraico” nonché “commemorare il giorno dell’Indipendenza o il giorno di fondazione dello stato come un giorno di cordoglio (“mourning”). «Inevitabilmente – afferma Debbi Farmer del Testimonies and Public Hearings project and Resource Development di Zochrot – la Nakba law ha indebolito la nostra capacità di azione. Tuttavia, nonostante le difficoltà, continuiamo il nostro lavoro di divulgazione e di aumento di consapevolezza presso il pubblico israeliano».

NOTE:

Diego Del Priore è ricercatore associato dell’IsAG


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