Dilma Rousseff (PT) si è confermata Presidente della Repubblica Federativa del Brasile il 26 ottobre scorso: col 51,64% delle preferenze ha battuto Aecio Neves...

Dilma Rousseff (PT) si è confermata Presidente della Repubblica Federativa del Brasile il 26 ottobre scorso: col 51,64% delle preferenze ha battuto Aecio Neves (PSDB), suo diretto avversario al ballottaggio, che ne ha ottenute il 48,36%. Il contenuto distacco che la Presidente uscente è riuscita a porre tra sé ed il suo avversario, di circa 3 milioni e mezzo di voti, dimostra quanto sia stato combattuto questo secondo turno elettorale del 2014 (nel ballottaggio per le presidenziali del 2010 Dilma s’impose sul suo rivale José Serra con un distacco di circa 12 milioni di voti).

E dimostra anche che l’opposizione storica al PT, quella del PSDB, ha un leader nuovo in grado di mettere in seria difficoltà il primato ultra decennale del PT in Brasile: Neves, infatti, oltre ad aver recuperato il 46% dei voti rispetto a quelli ottenuti al primo turno, (la Rousseff li ha incrementati del 26%) ha conquistato la maggioranza dei circa 4 milioni di nuovi elettori che non avevano votato nel 2010. Un exploit davvero temibile.

A ciò deve aggiungersi che la maggioranza di Governo è più frammentata rispetto a quella del 2010 (con oltre 21 gruppi alla Camera), con un Congresso che ha spostato il suo asse a destra (il PT è passato da 88 a 70 deputati e da 11 a 10 senatori; il PMDB, suo alleato di Governo, è sceso da 79 a 66 deputati e da 20 a 18 senatori; molto stabile l’opposizione del PSDB che da 53 passa a 54 deputati e da 11 a 10 senatori; e grande balzo in avanti del Partido Republicano, espressione degli Evangelici nel paese, che passa da 8 a 21 deputati eleggendo anche 1 senatore); e che poco più della metà dei Governatori degli Stati (15 su 27) vanno alla coalizione di Governo, cioè saranno affini alla maggioranza della Rousseff.

In questo contesto politico complesso la Presidenta rieletta dovrà dimostrare tutte le sue capacità di mediazione e grande determinazione per portare a casa molti dei risultati che, in termini di cambiamento, le vengono sollecitati da oltre un anno sia dalla base del suo stesso partito che, più in generale, dal popolo brasiliano tutto. La rielezione di Dilma ha riaperto, tra l’altro, il dibattito per una riforma politica urgente nel paese, chiesta a gran voce anche da intellettuali e addetti ai lavori, che era stata inserita nel programma di Governo della candidata del PT in caso di conferma. In effetti, la Rousseff aveva tentato di avviare questo processo di riforma anche prima delle elezioni, incontrando, però, molti ostacoli nel Congresso da parte dello stesso PMDB (partito che appoggia il Governo a guida PT). E ciò in quanto la lista dei temi da dibattere comprendeva questioni delicate come il finanziamento delle campagne elettorali, il sistema elettorale, la necessità di migliorare la rappresentanza delle donne, degli indigeni e dei neri in Parlamento eccetera.

Con un Congresso così frammentato sarà più difficile giungere ad un accordo su temi così cruciali, anche se tutti gli osservatori sostengono che le riforme siano assolutamente necessarie e che debbano essere fatte già nel corso di quest’anno. Che ci sia necessità di un vero rinnovamento l’hanno fatto presente due tra gli intellettuali più vicini al PT, Frei Betto e Leonardo Boff, che sono stati ricevuti dalla Rousseff un mese dopo la sua rielezione. Il frate domenicano ed il teologo le hanno consegnato una lettera, intitolata “Il Brasile che vogliamo”, con sedici punti da analizzare per il secondo mandato, a partire dalla necessità d’instaurare un dialogo permanente, organico e continuo con i movimenti sociali e con la società civile in generale. Tra i punti evidenziati ci sono: la richiesta di protezione dell’ambiente, l’implementazione dell’uso delle energie rinnovabili, la difesa dei diritti dei popoli indigeni, nuove politiche di sicurezza pubblica, riforma politica, riforma agraria, universalizzazione dei diritti umani eccetera.

Che l’inquilina della Alvorada abbia già cominciato ad allenarsi alla mediazione è risultato evidente dalle nomine del suo nuovo esecutivo: il Ministero dell’Industria è stato affidato, con molta sorpresa, al senatore del Pernambuco Armando Monteiro, ex Presidente degli Industriali di quello Stato, tecnico di filiazione liberale eletto nelle fila del PTB, partito che non ha sostenuto la Rousseff. Monteiro sostiene la necessità di aumentare le esportazioni anche tramite nuovi accordi commerciali ed aumentando la competitività dei prodotti brasiliani sul mercato globale. Il nuovo Ministro dell’Agricoltura è la senatrice Kàtia Abreu, conosciuta per le sue posizioni molto vicine alla potente lobby dell’agribusiness delle quali è un punto di riferimento in Parlamento. Polemiche hanno destato due recenti affermazioni della Abreu: una in cui ha detto che “Nemmeno Gesù Cristo ha accontentato tutti”,l’altra in cui ha sostenuto che “Il Brasile non ha bisogno di una riforma agraria perché non esiste il latifondo. Se il Ministero non lo disturba, l’agribusiness va bene”.

A dare un contrappeso ci ha pensato la stessa Rousseff, che, con un decreto del 31 dicembre scorso, ha assegnato ventidue nuove aree per la riforma agraria ad oltre 1.500 famiglie di lavoratori rurali di dieci diversi Stati brasiliani (Pernambuco, Goiàs, Paraìba, Sergipe eccetera). Uno dei Ministeri più importanti e strategici, quello dell’Energia, da cui dipendono Petrobras ed Eletrobras, sarà guidato da Edoardo Braga, eletto col PMDB, maggior alleato di governo del PT.

Per accontentare il Partido Republicano Brasileiro (PRB) dopo il suo exploit in queste ultime elezioni, il nuovo Ministro dello Sport sarà un suo esponente, George Hilton, membro della chiesa evangelica e presentatore televisivo, che ha già suscitato polemiche per aver candidamente dichiarato di non intendersi profondamente di sport ma di intendersi di gente. L’Associazione «Atletas pelo Brasil» che riunisce atleti ed ex atleti brasiliani di tutte le discipline sportive che vogliono migliorare lo sport e, attraverso la sua promozione, far progredire socialmente il paese, ha già pubblicato una lettera di dissenso sul proprio sito web in cui si afferma la delusione ed il disappunto per la nomina del Ministro. Per tutta risposta Hilton, in occasione del suo insediamento, non ha voluto parlare con la stampa ed ha abbandonato molto rapidamente la sala, lasciando al suo predecessore – Aldo Rebelo – l’onere di rispondere ai giornalisti. Al Ministero delle Città, che ha l’obiettivo di ampliare le politiche sociali, va Gilberto Kassab, del PSD, partito da lui stesso creato: gli osservatori sostengono che sia stata premiata la sua intercessione per far ricomporre la tensione tra la Rousseff ed un gruppo di deputati del DEM, partito d’opposizione, facendoli transitare prima nelle fila del suo partito e poi in quelle del PT.

Due dicasteri chiave per la politica del PT nel paese, invece, vanno ad esponenti “trabaglisti”: si tratta del Ministero dell’Educazione, il cui titolare sarà l’ex Governatore del Cearà Cid Gomes, che sarà al centro del programma del nuovo esecutivo di Dilma (il nuovo lemma del paese, infatti, è “Brasile, patria educatrice”); e del Ministero delle Finanze, che va a Joaquim Levy, ex segretario generale del Tesoro del primo governo Lula, con una lunga esperienza di vertice nel FMI. La nomina di Levy, che, seppure nell’orbita PT, è soprattutto un tecnico di grande livello, afferma la volontà del governo di affrontare seriamente una crescita in crisi e di rilanciare l’economia affinché generi le risorse necessarie alle politiche d’inclusione sociale da tempo avviate e che saranno confermate e potenziate.

Più vicino al PT sarà anche il Ministro della Pianificazione e del Bilancio, che va a Nelson Barbosa, ex Segretario Generale del Ministero delle Finanze: dovrà essere un punto fermo per le politiche di sviluppo e d’inclusione sociale di cui si diceva. I due incarichi di Palazzo più importanti restano saldamente al PT: la Segreteria Generale della Presidenza è guidata da Miguel Rossetto, che ha coordinato la campagna elettorale e portato alla rielezione delle Presidenta; ed a capo delle Relazioni Istituzionali ci sarà Pepe Vargas. Ad altri due esimi esponenti del PT, Jaques Wagner e Ricardo Benzoini, andranno rispettivamente il dicastero della Difesa e quello delle Comunicazioni con due compiti assai delicati: per Wagner riallacciare i rapporti con i militari, un po’ in crisi dopo la pubblicazione – il 10 dicembre 2014 – della Relazione finale della Commissione Nazionale per la Verità che ha cercato di fare luce sulla violazione dei diritti umani durante la dittatura militare brasiliana (1964-1985); a tal proposito, in occasione del suo insediamento, ha annunciato che intende garantire al suo dicastero le risorse economiche necessarie alle Forze Armate per poter mantenere, tra gli altri, progetti prioritari come il rinnovamento della flotta aerea dell’Aeronautica ed il programma di sviluppo di sottomarini della Marina. Per Berzoini, mettere mano alle norme che regoleranno economicamente i media. Nel suo discorso d’insediamento, pronunciato di fronte ad una ristretta rappresentanza di Capi di Stato e di Governo del mondo – probabilmente per il fatto di essere tenuto, da protocollo, il giorno di Capodanno – Dilma Rousseff, nel ringraziare il popolo brasiliano di averla confermata alla guida del paese, ha evidenziato i risultati di progresso sociale, economico e finanziario ottenuti dal paese nel suo precedente mandato e, più in generale, nei 12 anni di guida PT, riconoscendo di essere stata eletta per continuare questo cammino e per fare altri grandi cambiamenti. Ha aggiunto che le nuove sfide saranno: maggiore qualità dell’educazione, della salute e della sicurezza pubbliche; maggiore trasparenza e lotta alla criminalità ed alla corruzione. Un’urgenza la pone anche, secondo Dilma, una riforma politica ormai improrogabile, che faccia tornare ai brasiliani l’ammirazione ed il gusto per la politica stessa.

L’inquilina del Planalto ha spiegato che i cambiamenti che il paese vuole dipenderanno molto dalla sua credibilità e stabilità economica e che, per questo, il Governo s’impegnerà in un’azione ferma in economia, tagliando la spesa pubblica, favorendo gli scambi commerciali, l’attività produttiva, gli investimenti, l’innovazione, la competitività, la crescita sostenibile. La Rousseff ha anche confermato il prosieguo di tutti i Programmi sociali: dal PAC (il 3° sarà lanciato a breve) al Programma di Investimento in Logistica (partirà il 2°), dal «Minha casa minha vida» (partirà il 3° per tre milioni di nuove case) al Programma «Mais Médicos» (Più medici) con cui si è riusciti a presidiare sanitariamente piccoli centri e villaggi di campagna, anche attraverso il coinvolgimento di molti medici cubani. E, da ultimo, con riguardo alle politiche interne, ha affermato che il problema sicurezza pubblica andrà affrontato, a seguito di modifica della Costituzione, a livello centrale, stabilendo regole generali che valgano per tutto il territorio nazionale; e che la lotta alla corruzione sarà rafforzata tramite l’adozione di misure mirate già studiate e da sottoporre al Congresso.

Nel discorso d’insediamento c’è stato spazio anche per la politica estera: una delle priorità del Brasile sarà il rafforzamento dell’integrazione regionale attraverso le organizzazioni internazionali dell’area di cui è membro o interlocutore privilegiato, cioè Mercosur, UNASUR e CELAC. Continueranno i rapporti con l’Africa, coi paesi asiatici e con quelli arabi. Saranno sviluppati gli scambi commerciali, le partnership scientifiche e tecnologiche e le attività diplomatiche con tutti i paesi BRICS, interlocutori strategici del Brasile a livello globale, con particolare riguardo all’aumento dei fondi conferiti alla Banca di Sviluppo dei BRICS. Il Brasile intende anche riallacciare buoni rapporti con gli USA, a causa dell’importante volume degli scambi commerciali tra i due paesi. Non è un caso che il primo incontro bilaterale, a margine del suo insediamento del 1° gennaio scorso, la Rousseff l’abbia avuto col Vice Presidente degli USA, Joe Biden, che le ha strappato l’impegno di fare quest’anno il viaggio di Stato previsto negli USA ad ottobre 2013 e poi annullato dalla Rousseff per l’affaire “Datagate”. Il secondo è stato col Presidente del Venezuela Nicolás Maduro che ha chiesto al Brasile appoggio economico per il suo paese, soprattutto per le nefaste conseguenze economiche che sta avendo la brusca diminuzione del prezzo del petrolio di cui il Venezuela è grande produttore, basandosi il 90% della sua economia sull’export di questa commodity. Il terzo lo ha tenuto col Vice Presidente della Cina Li Yuanchao.

Il Brasile, alla luce degli impegni assunti dalla Rousseff nel suo primo discorso pubblico, della squadra di Governo incaricata e delle prime comunicazioni istituzionali rese da alcuni dei suoi membri, dei primi incontri bilaterali intercorsi, sembra volersi definitivamente proporre come paese leader nella regione e nel mondo. Sarà una grande sfida che la Rousseff ha dichiarato di non aver paura di affrontare perché conta sull’appoggio dei militanti del suo partito – primo tra tutti di Lula – dei movimenti sociali e sindacali, dei parlamentari e dei Ministri, dei giudici e del suo confermato Vice Presidente Michel Temer (del PMDB), definito “il vigile del fuoco” per la sua capacità di fare fronte alle crisi. Il medio termine ci dirà se, in una realtà multipolare come quella che oggi il mondo rappresenta, con nuovi equilibri economico-finanziari e strategici determinati dallo sviluppo relativamente rapido di paesi emergenti, il cui asse si è spostato sul Pacifico, queste premesse saranno sufficienti al nuovo esecutivo brasiliano per dimostrare che “…il Brasile non sarà sempre paese in via di sviluppo. Il suo destino è essere un paese sviluppato e giusto. Una nazione dove tutti abbiano le stesse opportunità e gli stessi diritti…”.

Parola di Dilma Rousseff.

NOTE:

Simona Bottoni è ricercatrice associata dell'IsAG, Programma "America Latina"


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