La storia della Chiquita Brands International, azienda statunitense leader nel settore dell’esportazione di frutti tropicali, è profondamente intrecciata alle dinamiche politico-economiche tra gli USA...

La storia della Chiquita Brands International, azienda statunitense leader nel settore dell’esportazione di frutti tropicali, è profondamente intrecciata alle dinamiche politico-economiche tra gli USA e l’America latina. Fondata nel lontano 1899 dagli imprenditori Andrew Preston e Minor C. Keith con il nome di United Fruit Company, essa si specializzò sin da subito nell’importazione di banane provenienti dai piccoli Stati tropicali dell’America Latina.

In breve tempo. l’azienda riuscì ad assicurarsi il monopolio del mercato delle banane consolidando la pratica di acquisire terreni, ferrovie, porti e persino rilevando compagnie nazionali. La strategia che permise di penetrare efficacemente nel tessuto economico dei Paesi latinoamericani si basava però soprattutto sull’acquisizione delle piccole aziende produttrici locali. Tale pratica monopolistica fu poi ampiamente utilizzata anche da altre compagnie nordamericane dall’inizio del secolo scorso, che riuscirono a trasformare buona parte dell’America Centro-Meridionale in un autentico “cortile di casa”.

Le conseguenze della politica commerciale statunitense si rivelarono assai profonde e durature nelle realtà del Centro e del Sudamerica. Indotti dalle grandi multinazionali, molti paesi – come l’Honduras, il Guatemala, Cuba – investirono nella produzione di monoculture (banane, caffè, canna da zucchero), concentrando le loro esportazioni nel settore primario. Non è difficile ammettere, d’altronde, che lo stereotipo che vede gli Stati latinoamericani esclusivamente come esportatori di commodities permanga vivo in molti contesti. Soltanto negli ultimi due decenni questo panorama sembra modificarsi lentamente, con avvenimenti in apparenza casuali e che, spesso, passano dal tutto inosservati.

Il più recente è senz’altro quello del 24 novembre scorso: in quel giorno la compagnia statunitense Chiquita Brands International è stata infatti acquisita da un insolito gruppo di azionisti brasiliani, rappresentando una chiara inversione di tendenza storica.

Il consorzio Safra-Cutrale responsabile dell’acquisto è stato creato da due principali aziende. La prima è il conglomerato imprenditoriale brasiliano Safra con sede a San Paolo, appartenente all’impresario di origini libanesi Joseph Safra (resosi celebre in Europa con l’acquisizione della banca svizzera Sarasin nel 2011). Attualmente il gruppo investe in oltre 125 paesi, concentrandosi soprattutto nel settore bancario. La seconda azienda partecipe del consorzio è la Cutrale, leader nel commercio dei succhi di frutta, fondata dal brasiliano José Luis Cutrale. Al momento è ritenuta artefice di oltre il 30% del commercio mondiale di succhi d’arancia ed altri frutti.

Oggi il mercato mondiale delle banane fa circolare all’incirca US$ 7 miliardi annui di cui l’80% vengono gestiti, secondo Reuters, da quattro multinazionali: Chiquita, Fresh del Monte, Dole Food e Fyffes. È interessante sottolineare, per comprendere meglio questo recente cambio di direzione, che fino all’inizio del 2014 le prime tre compagnie erano di matrice statunitense, mentre l’ultima, la Fyffes, è di origine irlandese. L’ingresso di una nuova nazione in questo competitivo mercato è un chiaro segno delle conseguenze della crisi alimentare del 2008, che riportò alla luce l’importanza di soddisfare la crescente domanda alimentare a livello mondiale.

La compagnia Chiquita Brands International, che negli ultimi due anni si ritrovava coinvolta in diversi scandali – come, ad esempio, le voci riguardanti un presunto supporto fornito ai paramilitari colombiani, nonché le ingenti quantità di debiti accumulati dopo il 2011 -, decise finalmente di annunciare, nel marzo del 2014, l\’intenzione di procedere ad una fusione finanziaria con la sua concorrente Fyffes. Stravolgendo ogni plausibile previsione, l’inaspettato gruppo brasiliano è riuscito ad arrestare le intenzioni dell’azienda statunitense per una unione statunitense-irlandese.

La proposta avanzata ad agosto dal gruppo Safra-Cutrale è stata in un primo momento rifiutata dalla commissione finanziaria competente della Chiquita. Successivamente, il consorzio ha elevato l\’offerta acquistando la compagnia per l’equivalente di US$ 1,3 miliardi, impegnandosi a sanarne i debiti entro il 2021. L’intera transazione è ancora soggetta ai controlli degli organi regolamentari nordamericani e brasiliani, che in attesa dell’approvazione incitano la Safra-Cutrale a valutare le migliori alternative per procedere al rinnovo gestionale.

Favorito dall’opinione pubblica dei rispettivi paesi, l’assenso istituzionale non dovrebbe farsi attendere a lungo. Per il Brasile l’acquisto dell’azienda, oltre a rappresentare un’opportunità di espandere il commercio alimentare in Europa e Asia – utilizzando la quota del mercato Chiquita – raffigura anche una forma di riscatto culturale da un passato non molto lontano, sparso di esplorazioni e sfruttamenti pagati a “prezzo di banana”.

L’effetto immediato in questa nuova conquista brasiliana ci appare, in sostanza, molto diverso dallo stereotipo creato durante gli anni \’30’, quello di una Carmen Miranda gringa andata in scena nei film di Hollywood. Per il Brasile affermare il suo prestigio e ottenere un riconoscimento internazionale è divenuto, dopo il “ordine e progresso” vergato sul suo vessillo nazionale, uno dei nuovi doveri dello Stato sovrano.

In conclusione, possiamo verificare che se, da un lato, l’acquisto della Chiquita Brands International per il Brasile rappresenta l’opportunità di entrare a tutti gli effetti a far parte di questo ampio mercato, divenendo tra i primi fornitori e rivenditori mondiali di frutta, dall’altro potrebbe comportare dei rischi non indifferenti. È auspicabile per il paese rammenti il destino dei suoi vicini e prosegua nella diversificazione dei settori economici per tenere il passo con le altre potenze emergenti.



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