Il 24 Novembre si è concluso a Vienna il ciclo di incontri tra la delegazione iraniana, rappresentata dal Ministro degli Affari Esteri Javad Zarif...

Il 24 Novembre si è concluso a Vienna il ciclo di incontri tra la delegazione iraniana, rappresentata dal Ministro degli Affari Esteri Javad Zarif e i rappresentati dei P5+1 (Stati del Consiglio di Sicurezza e Germania) per pattuire un accordo definitivo e condiviso sul programma nucleare di Teheran. Le aspettative di una risoluzione diplomatica all’annosa questione nucleare iraniana sono state relativamente infrante dalla decisione delle parti di definire una nuova deadline ed estendere i colloqui di un altro semestre, posticipando nuovamente un risultato decisivo e atteso all’unanimità. Sebbene i dodici mesi di colloqui abbiano avvicinato le due delegazioni, ammorbidendone alcune richieste senza tuttavia farle arretrare sulle rispettive posizioni incontrovertibili, allo scadere dell’accordo interinale non è stato possibile trovare un’intesa definitiva sullo spinoso dossier nucleare iraniano. Quest’ultimo è tornato al centro del dibattito internazionale già durante il primo semestre della presidenza di Hassan Ruhani, dopo una impasse più che decennale che nell’intransigenza delle parti individua la sua chiave di lettura portante.

Mentre le due delegazioni continuano a dichiararsi ottimiste circa il raggiungimento e la stesura di un accordo, ancora molti sono i nodi da sciogliere prima di congedare la questione, sia in termini politici (per cui un primo risultato dovrebbe arrivare entro il prossimo Marzo), sia per aspetti più propriamente tecnici (cui si è dato il termine perentorio del 30 giugno 2015) .

Oltre l’opposizione interna, Teheran preme per l’accordo definitivo

Nei prossimi mesi bisognerà accelerare verso l’auspicata intesa sfruttando al massimo il clima propositivo e ottimistico, più volte richiamato dal Segretario di Stato americano John Kerry, facendo così da contraltare alle voci dei più ostili al dialogo e, quindi, di quelle parti politiche radicate su posizioni conservatrici presenti soprattutto in Iran e negli Stati Uniti che si oppongono all’accordo. Nel primo caso, le spinte conservatrici interne alla Repubblica Islamica [membri del clero, del partito Motalefeh (Coalizione islamica) vicino alla classe dei commercianti (bazari) e del Jabhah-e Muttahid-e Uṣulgarayan (Fronte Unito dei Conservatori), ma anche delle forze militari dei Pasdaran (Guardiani della Rivoluzione) guidati da Mohammed Ali Jafari], che vedono con sospetto l’ingerenza delle Potenze straniere negli affari domestici, inneggiano al fallimento dei colloqui esercitando pressioni sulla Guida Suprema, oggi in una scomoda posizione di “balancer” tra favorevoli all’accordo e ultraradicali (una relativa minoranza legata alla figura dell’Ayatollah Mohammad Taqi Mesbah-Yazdi e alle posizioni del presidente uscente Mahmud Ahmadinejad, per cui la continua frizione con gli Stati Uniti potrebbe indurre la Casa Bianca a rimuovere le sanzioni).

Se è vero che l’Ayatollah Ali Khamenei all’indomani dell’ultimo round di incontri ha dichiarato che “l’America e le altre potenze coloniali europee, avendo fatto tutto ciò che era nelle loro possibilità, non sono riuscite a mettere in ginocchio l’Iran sulla questione nucleare e mai vi riusciranno”, è altrettanto chiara l’impellente volontà del rahbar di siglare un accordo per risollevare un Paese stremato dalle sanzioni economiche. Un bisogno stringente che, infatti, ha portato più volte la Guida Suprema a dichiararsi favorevole ai negoziati, nonostante la sua proverbiale ostilità e diffidenza verso l’Occidente. Teheran ha ammesso gli ispettori internazionali nei siti nucleari, ha accettato di ridurre e congelare il numero di centrifughe e il programma di arricchimento dell’uranio, ma sicuramente continuerà a rivendicare il suo legittimo diritto di sviluppare energia nucleare per scopi civili (sebbene le storiche omissioni sul suddetto programma abbiano fatto maturare consistenti incertezze circa la reale natura di quest’ultimo).

L’irrisolta problematica delle sanzioni economiche: la posizione dei Repubblicani statunitensi

Sarebbe auspicabile, nei mesi a venire, un passo avanti anche da parte statunitense e dalla delegazione internazionale che, in nome di una sfiducia latente verso l’Iran, rimangono ancorate su posizioni troppo rigide sulla revoca totale delle sanzioni, altra lacuna profonda nella definizione di un’intesa conclusiva. Un terzo delle sanzioni attribuite all’Iran, infatti, non sono state assolutamente contestate dai P5+1, poiché ritenute oggetto del regime di non proliferazione e quindi non modificabili. Se queste continueranno ad avere validità tout court, l’Iran difficilmente potrebbe accettare di applicare ulteriori restrizioni al suo programma nucleare, anche nella prospettiva di una loro riduzione step-by-step di medio-periodo indicata dalla controparte.

Ed è proprio in merito alle sanzioni economiche che, dagli Stati Uniti, si profila il motivo per un\’ulteriore impasse nei negoziati con la Repubblica Islamica. La vittoria dei repubblicani ai mid-term dello scorso Novembre e il loro ottenuto potere bicamerale potrebbe non giovare alla causa dei colloqui. Essi, infatti, sia per la persistente diffidenza verso la sinistra ambizione di Teheran, sia per la vicinanza a circoli ebraici e a potenti lobby israeliane, hanno adottato una posizione più intransigente verso il regime iraniano e hanno più volte richiamato all’uso strumentale delle sanzioni economiche per indurre il Paese a rinunciare al suo programma atomico. Dal prossimo Gennaio la posizione americana potrebbe dunque rivelarsi più intollerante di quanto non lo sia stata fin ora, specie se la Casa Bianca non riuscisse ad impedire al Congresso l’attribuzione di nuove sanzioni economiche contro la Repubblica Islamica. Come già dimostrato in passato, credere che l’inasprimento delle sanzioni possa indurre l’Iran a rinunciare al suo programma nucleare, risulterebbe un grave errore di calcolo. La fattibilità dell’accordo passa soprattutto attraverso un approccio flessibile e mai rigido.

L’instabilità mediorientale accelera l’urgenza di un accordo

La definizione di un’intesa entro il primo Luglio del prossimo anno è altresì auspicabile considerando l’insostenibilità dello status quo. Gli squilibri attuali comprendono sia motivi economici, come la svalutazione del rial in seguito alla dichiarata estensione dei colloqui (quindi l’iterazione delle sanzioni economiche durante questo arco di tempo), sia fattori geopolitici che si dipanano soprattutto su questioni di sicurezza regionale. Siglare un accordo definitivo, pertanto, risulta una priorità non solo per risolvere una questione controversa e motivo di profondo contrasto tra le parti coinvolte, ma soprattutto per la sua verosimile capacità di poter influenzare gli attuali trend regionali. In un contesto come quello mediorientale reso sempre più incandescente dalla presenza di attori non statuali e forze disgreganti, l’Iran è l’unico Paese stabile. In alcun modo è stato contagiato dall’effetto domino delle cosiddette Primavere Arabe che, secondo gradi diversi, hanno colpito la totalità dei Stati dell’area, dal Maghreb, alla Siria, fino alla Penisola Arabica.

La Repubblica Islamica, invece, ha mostrato la sua eccezionalità nella regione, l’integrità del suo tessuto sociale e la capacità della classe politica di svincolarsi dalle iperboli ultraradicali che hanno caratterizzato l’ottennio del presidente uscente Ahmadinejad (2005-2013), causa di un severo irrigidimento delle relazioni con l’estero. Un Paese solido che vuole rientrare nel gioco internazionale, ripristinare la sua incisività in aperta sfida con i competitori sauditi e le altre petromonarchie del Golfo, l’Iran sta recuperando un ruolo geopolitico di primo piano anche grazie a condizioni esterne favorevoli come il rafforzamento del cosiddetto ”asse sciita” e la convergenza tattica (ma non strategica e, pertanto, di breve periodo) degli obiettivi regionali con l’Occidente. Non sussiste, infatti, tra Stati Uniti e Iran un piano d’azione comune di lungo periodo, né un obiettivo unitario e condiviso a più ampio respiro, seppur entrambe abbiano impiegato strumenti bellici contro uno stesso antagonista. In questo caso, soprattutto, ci si riferisce ai miliziani iraniani che affiancano de facto le forze della coalizione a guida statunitense contro l’autoproclamato Stato Islamico (IS), un nemico comune che potrebbe favorire il riallineamento strategico Washington-Teheran e modificare l’intero equilibrio di potenza mediorientale. L’accordo sul nucleare iraniano s’inscrive proprio in questa cornice e una sua rapida definizione sarebbe in grado di influenzare gli attuali trend regionali e dettare i parametri per gli sviluppi futuri.

La prospettiva europea e i benefici di un’intesa con l’Iran

In ultimo il vantaggio di questa prospettiva non si esaurisce nei soli termini di nuove alleanze e stabilità regionale, ma coinvolge anche questioni di sicurezza energetica. L’Iran possiede quasi il 10% delle riserve mondiali di petrolio (157 miliardi di barili di greggio in riserve accertate) e il 17% di quelle di gas naturale. Trovata un’intesa sul programma nucleare, Teheran potrebbe rientrare nell’arena internazionale come attore di riferimento e, di conseguenza, potrebbe costituire per l’Italia ed altri paesi europei un importante partner per l’approvvigionamento energetico. La necessità dell’Europa di diversificare i paesi fornitori e di svincolarsi dal monopolio russo, specie in un periodo di raggelo nelle relazioni con Mosca per la questione ucraina, l’Iran potrebbe essere l’alternativa strategica in grado di inserirsi in uno scenario farraginoso, come quello della sicurezza energetica europea, e risollevare, allo stesso modo, l’andamento del suo mercato interno.



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