A un anno dal referendum che, il 16 marzo 2014, ha sancito il passaggio della penisola di Crimea dall’Ucraina alla Russia, la legittimità e...

A un anno dal referendum che, il 16 marzo 2014, ha sancito il passaggio della penisola di Crimea dall’Ucraina alla Russia, la legittimità e le modalità di quest’atto restano oggetto di controversia e interpretazioni discordanti. Ospitiamo qui di seguito un articolato intervento di Andrej Volodin, docente presso l’Accademia Diplomatica del Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa e dell’Accademia Russa delle Scienze, membro del Comitato Scientifico di «Geopolitica», come contributo dal punto di vista russo alla discussione analitica e scientifica sul tema.

 

Il dibattito sulla Crimea fra storia, ideologia e legittimità giuridica

Il tema dell’annessione della Crimea continua ad occupare un posto di grande rilevanza nelle relazioni odierne tra la Russia e l’Occidente. In verità, i rappresentanti politici dotati di buon senso e di una discreta conoscenza della storia dell’Impero Russo e dell’Unione Sovietica (Václav Klaus, Miloš Zeman e altri) hanno sempre dubitato dell’appartenenza della Crimea all’Ucraina, suggerendo ai colleghi dell’Unione Europea di non politicizzare eccessivamente la «questione crimeana». Appelli del genere riscuotono successo, ma fino ad un certo punto. Poco tempo fa l’ex-presidente francese Nicolas Sarkozy ha dichiarato: «La Crimea ha scelto la Russia. Non possiamo fargliene una colpa».

Del resto, il tentativo di comprendere la realtà politica della Crimea da parte dell’Occidente è un processo appena agli inizi. Ad esempio, il presidente austriaco Fischer si è espresso in maniera molto ambigua in merito allo status attuale della penisola: «L’ingresso della Crimea nella Federazione Russa è illegale». Le esternazioni di alcuni politici in Germania, poi, risultano ancor più pittoresche: dal momento che la Crimea è stata conquistata dalla «loro» imperatrice (riferendosi, evidentemente, alle origini tedesche di Caterina II), la questione può dirsi chiusa.

È comunque un dato di fatto inoppugnabile che la maggioranza dei politici e degli intellettuali occidentali ritenga che la Crimea sia stata «annessa» dalla Russia. Il termine «annessione» aderisce talmente bene all’interpretazione europea della vicenda crimeana al punto che esso viene utilizzato anche da illustri rappresentanti del mondo accademico in occasione di interventi pubblici. Lo storico austriaco Hannes Hofbauer, studioso dei fenomeni di «etnicizzazione» nei conflitti politici europei del XXI secolo, scrive in merito: «Avendo annesso la Crimea e Sebastopoli, Mosca ha in parte sottostimato la componente militare dell’Accordo di associazione Ucraina-UE (18 marzo 2014)»1. Si nota facilmente che lo storico utilizza il termine «annessione» in maniera ideologicamente neutrale; tuttavia questa parola ha un peso molto forte e non soltanto nella lingua russa. Con «annessione» si intende infatti l’occupazione violenta, da parte di uno Stato, di un territorio appartenente ad un altro Paese o popolo, ossia una grave violazione delle norme del diritto internazionale e del principio di autodeterminazione delle nazioni.

Il popolo della Crimea si è palesemente autodeterminato per effetto del referendum generale del 16 marzo 2014 (il 96,77% di voti a favore con un’affluenza dell’83,1% nella Repubblica autonoma di Crimea; il 95,60% di voti a favore con un’affluenza dell’89,5% nella città di Sebastopoli). A poco meno di un anno dai fatti del 2014, agenzie di ricerca occidentali hanno confermato questi risultati per mezzo di inchieste anonime. La questione crimeana si compone quantomeno di tre dimensioni fondamentali: storica, giuridico-costituzionale e ideologica, tutte indissolubilmente legate.

Le vicissitudini storiche che condussero all’unione della Crimea all’Impero russo sono ben note: dopo la guerra russo-turca (1768-1774), attraverso l’accordo di Küçük Kaynarca del 1774 l’Impero ottomano rinunciò alla penisola. Iniziò allora una sorta di periodo \”transitorio\”. Stando al proclama del 2 aprile 1783, l’imperatrice Caterina II si svincolò dagli accordi precedentemente sottoscritti riguardo l’indipendenza della Crimea, annettendo quest’ultima all’impero insieme alla penisola di Taman e alla regione del Kuban. Proprio in quei giorni venne pubblicato il rescritto dell’imperatrice riguardante le misure di difesa dei territori nuovamente annessi e di resistenza in caso di aggressioni esterne. In questo modo la Russia, continuando sulla linea strategica tracciata da Pietro il Grande, si rafforzò in Crimea, che per essa era di «vitale importanza», secondo le parole di Friedrich Engels.

Le singolari metamorfosi politiche della Crimea cominciarono durante il periodo sovietico, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Per comprendere l’aspetto giuridico-istituzionale della \”questione crimeana\” è opportuno considerare, per inciso, il contesto storico ed ideologico in cui venne redatta la Сostituzione dell’Unione Sovietica. È risaputo che il principio di autodeterminazione delle nazioni fu posto alla base della carta fondamentale dell’URSS. È parimenti notorio che due famose figure politiche come Vladimir Lenin e Woodrow Wilson furono sostenitori di questo principio.

Risulta invece meno diffusa la conoscenza del fatto che sia il padre dello Stato sovietico sia il ventottesimo presidente degli USA perseguivano gli stessi scopi politici: ma se per Lenin il diritto all’autodeterminazione serviva a realizzare, nelle condizioni dell’epoca, l’ideale Mosca–Terza Roma, per Wilson il paradigma dell’autodeterminazione costituiva la struttura portante della mission americana avente come scopo lo smantellamento del colonialismo \”tradizionale\” e dei vecchi imperi (su tutti, quello della Francia e dell’Inghilterra) in favore di un sistema di subordinazione di Stati formalmente indipendenti il cui centro di riferimento sarebbero divenuti gli Stati Uniti d’America. A seconda dell’essere oppositori o sostenitori di tale principio, questo sistema e le sue propaggini sono state variamente definite come Pax Americana, neocolonialismo, «fine della storia», Washington Consensus, unipolarismo, ecc.

L’assetto confederativo dell’URSS e l\’incostituzionalità del passaggio della Crimea all\’Ucraina nel 1954

Lenin e i suoi sostenitori non rinnegarono il principio di autodeterminazione neanche dopo la Rivoluzione d’Ottobre: l’Unione Sovietica fu, formalmente, un sistema di tipo confederativo o, in altre parole, una comunità di Stati sovrani. Così, nell’articolo 13 della Costituzione sovietica approvata l’8 agosto 1953, è scritto che «l’URSS è una Unione fra Stati (Sojuznoe Gosudarstvo) formata sulla base dell’unione volontaria di Repubbliche Socialiste Sovietiche aventi pari diritti» (corsivo dell\’Autore). Più avanti, l’articolo 14 recita che «sono di competenza dell’URSS, rappresentata dai suoi organi supremi di potere e dagli organi dell’amministrazione statale: […] d) l’approvazione delle modifiche di confine tra le repubbliche federate».

Ma l’articolo 18 della stessa Costituzione, di fatto, rendeva nullo il paragrafo d) del summenzionato articolo 14: «Il territorio delle repubbliche federate non può subire modifiche senza il consenso di quest\’ultime»2. In base alla prassi dell’epoca usuale a livello mondiale, l\’accordo poteva essere raggiunto tramite un referendum che riguardasse tutta la Crimea, che non ebbe mai luogo nonostante fosse contemplato dalla stessa Costituzione dell’URSS. L’articolo 49 al paragrafo d) recita: «Il Presidium del Soviet supremo dell’URSS: […] d) istituisce il referendum popolare di propria iniziativa o su richiesta di una delle repubbliche unite»3.

Con il decreto del Presidium del Soviet Supremo dell’Unione Sovietica del 19 febbraio 1954 si sancì il «passaggio» dell’oblast’ (regione) di Crimea dalla Repubblica Socialista Federativa Russa (RSFSR) alla Repubblica Socialista Sovietica d’Ucraina (RSSU). Tale decreto fu motivato dalla grave situazione economica in Crimea, causata dallo sfacelo post-bellico e dall’insufficienza di forza lavoro, attraverso la seguente formula: «[…] considerati la comunanza dell’economia, la vicinanza territoriale e i legami culturali tra l’oblast’ di Crimea e la Repubblica Socialista Sovietica d’Ucraina».

In relazione a quanto detto sinora, sorgono alcune questioni. Fra le repubbliche dell’Unione Sovietica ve ne erano due che maggiormente contribuivano con le loro sovvenzioni al bilancio dell’URSS: la già citata Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa (RSFSR) e la Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbaigian (RSS dell’Azerbaigian). Come giustificare, a rigor di logica, il passaggio della Crimea da una repubblica \”sovvenzionatrice\” quale era la RSFSR, a una repubblica, come quella ucraina, che invece riceveva massicce sovvenzioni per mezzo della ridistribuzione dei capitali sempre dal centro, cioè dalla Russia e/o dall’Azerbaigian?

Il passaggio dell’oblast’ di Crimea nella Repubblica Socialista Sovietica d’Ucraina è stato spiegato anche tenendo conto della sua «opportunità geografica», ossia l’assenza di un confine amministrativo tra la penisola crimeana e i restanti territori della RSFSR di cui essa faceva parte. Ma allora ci si potrebbe porre un’altra domanda: perché non fu fatto lo stesso per quanto riguarda l’oblast’ di Kaliningrad, ugualmente colpita dalla guerra, ma, nonostante i gravi disagi post-bellici, rimasta sempre parte della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa?

È presto detto: ormai è acclarato che il passaggio della Crimea dalla RSFSR alla RSSU, cioè dalla Russia all’Ucraina, fu un consapevole atto politico, voluto direttamente dall’allora Primo Segretario del Comitato Centrale del PCUS Nikita Chruščëv per rafforzare la propria posizione (nell’incertezza che regnava dopo la morte di Stalin) in seno agli organi centrali del potere, avvalendosi dell’aiuto della componente ucraina del partito, numerosa e socialmente mobile. Un comportamento del genere, denotante una prassi d’apparato insieme burocratica e arbitraria, incise molto negativamente sul bilanciamento delle forze regionali e di rappresentanza etnica nei quadri dirigenti del Paese, i cui principi fondamentali erano stati fissati molto tempo prima della Rivoluzione d’Ottobre.

Oltre che essere espressione di un autentico \”nichilismo giuridico\”, ossia una fondamentale mancanza di rispetto nei confronti della Costituzione da parte del potere, tutto ciò incoraggiò il popolo ad aggirare la legge; fatto che costituì, nella seconda metà degli anni Settanta, una minaccia alla sicurezza nazionale e allo stesso meccanismo di governo della società. La corruzione che imperversava su tutti i piani dell’edificio dello Stato sovietico si accompagnava alla violazione di norme non scritte di alternanza e rotazione dei quadri dirigenti, nonché al blocco sistematico di decisioni importantissime per il Paese, come ad esempio quelle riguardanti l’accelerazione del progresso tecnico-scientifico e della crescita economica.

Il referendum in Crimea del 1991: la penisola sul Mar Nero guarda verso Mosca

Tuttavia, proprio questo arbitrario \”volontarismo\” del partito-Stato provocò anche una reazione sociale positiva che oggi viene comunemente definita come «iniziativa della società civile». Alla fine degli anni Ottanta, la popolazione della Crimea che aveva subito la decisione del 1954 era divenuta parte attiva del movimento democratico che andava sviluppandosi nell’URSS. Il 20 gennaio 1991 fu indetto il referendum generale nell’oblast’ di Crimea. Agli elettori fu posta la seguente domanda: «Siete favorevoli alla restaurazione della Repubblica Socialista Sovietica Autonoma di Crimea come soggetto dell’URSS e come partecipante [corsivo dell\’Autore] all’accordo sulla costituzione dell’Unione degli Stati sovrani?». Già solo l’istituzione di questo referendum, espressione della società civile crimeana, rimetteva in discussione la decisione del Presidium del Soviet Supremo dell’URSS del 1954 sul passaggio della Crimea alla RSSU. Al voto presero parte 1.441.019 persone, ossia l’81,37% degli aventi diritto della penisola. Per la restaurazione della Repubblica Socialista Sovietica Autonoma di Crimea votarono il 93,26% degli elettori4.

Il significato storico del referendum crimeano del 1991 suggerisce tre considerazioni d’importanza capitale:

  1. Esso rappresentò un tentativo della società civile di decidere in maniera indipendente il destino della Crimea secondo la volontà dei suoi abitanti, non adeguandosi alle decisioni dei «vertici»;
  2. Gli elettori si pronunciarono in favore della scelta che la Crimea divenisse parte del progetto (poi fallito) di Unione degli Stati Sovrani, divenendone uno dei soggetti;
  3. Un’analisi retrospettiva mostra come il referendum del 1991 sia stato la prima tappa del ritorno della Crimea all’interno dell’odierna Federazione Russa.

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Dopo i fatti dell’agosto 1991 il processo politico crimeano subì una notevole accelerazione. Il 1o dicembre 1991, nel referendum sull’indipendenza che si svolse in tutta l’Ucraina, il 54% dei crimeani si dichiarò favorevole all’indipendenza ucraina dall’URSS. Tuttavia, considerato il 67% di affluenza, di fatto votò per l’indipendenza il 32,6% degli aventi diritto. Inoltre, questa consultazione violava l’articolo 3 della legge sovietica riguardante «l’ordine di decisione in merito alle repubbliche uscenti dall’URSS», secondo il quale in Crimea avrebbe dovuto essere indetto un referendum a parte che potesse stabilire il voler essere parte dell’URSS oppure della Repubblica Socialista Sovietica d’Ucraina che si stava appunto separando dall’Unione Sovietica.

È infine essenziale ricordare che il potere centrale dell’Unione, all’inizio del mese di dicembre 1991, era praticamente al collasso: pertanto sarebbe stato inutile, per gli abitanti della Crimea, contare sull’aiuto dei dirigenti russi di allora. Molto tempo dopo questi avvenimenti, proprio il figlio di Nikita Chruščëv, Sergej, ha chiarito il perché non ci sarebbe mai stata speranza per la Crimea. Nell’intervista al giornale «Komsomol’skaja Pravda» del 20 marzo 2014, egli ha dichiarato in merito:

«come raccontato da lui stesso, nel dicembre del 1991, quando, nella foresta di Belaveža, si decise la dissoluzione dell’URSS (che io considero incostituzionale), il primo Presidente ucraino Leonid Kravčuk aveva un bella gatta da pelare […] che ne sarà della Crimea? Del resto la Crimea è Ucraina […] ma non del tutto! […] E così, prima della firma del trattato, Kravčuk si rivolse a El’cin: “Boris Nikolaevič, che ne facciamo della Crimea?”. Ma a El’cin, evidentemente, non importava granché. Stava pensando principalmente a come punire Gorbacëv per poi incollarsi alla poltrona […] El’cin disse a Kravčuk agitando la mano: “Ma prenditela pure!” […] Se non avesse risposto così, Kravčuk sarebbe stato contentissimo di ottenere l’Ucraina indipendente anche senza la Crimea. La Crimea non se la sognava neppure. E fu così che ricevette questo regalo “imperiale” da El’cin che, a quanto pare, agli abitanti della Crimea non pensava affatto».

Per quanto noto, in seguito Kravčuk ha preso le distanze da queste dichiarazioni. Tuttavia, sempre secondo Sergej Chruščëv, ciò non cambia la sostanza dei fatti:

«Forse, Kravčuk ha riportato un’altra versione dei fatti, ma il punto non sta nel come lui ha interpretato questi avvenimenti. La questione del passaggio della Crimea da uno Stato all’altro, in ogni caso, è stata risolta da El’cin. Ammettiamo che non avesse risposto così, avrebbe potuto tranquillamente dire: “Non ci date la Crimea? In questo caso non firmo nulla”. E questo è quanto. Molto semplice. Pensate davvero che Kravčuk avrebbe mai risposto di non farsene nulla dell’Ucraina senza la Crimea? Ne dubito…»5.

La logica di Sergej Chruščëv è inattaccabile. Prima di tutto perché, senza sovvenzioni russe (ossia senza la pratica sovietica del finanziamento delle repubbliche), l’Ucraina indipendente difficilmente sarebbe riuscita ad attuare uno sviluppo autonomo. Per il resto, la ventennale opposizione tra la Crimea e il potere ucraino di Kiev è cosa abbastanza nota in Russia e in Occidente perché se ne debba scrivere ancora la storia. A mio avviso, è arrivato il momento di valutare l’opposizione crimeana al diktat kievano da un punto di vista storico e filosofico-sociale.

Il referendum del 16 marzo 2014 e il suo riconoscimento internazionale

Il cammino della Crimea verso l’indipendenza dall’Ucraina è stato un processo storico segnato dallo sviluppo e dal rafforzamento del principio della società civile, indubbiamente rafforzata dalla dura opposizione al potere centrale ucraino. Ciò personalmente mi ricorda il processo di acquisizione della sovranità che caratterizzò l’India sotto la guida di Gandhi, il quale si mosse secondo il famoso schema storico \”pressione – compromesso – pressione\”, dove ciascun ciclo accresce il consenso sociale riguardo al tema della sovranità e avvicina la collettività all’obiettivo da perseguire.

Il percorso verso la sovranità della Crimea è stato un processo spontaneo, mentre i cambiamenti incostituzionali (che alcuni definiscono «rivoluzionari», ma la sostanza dei fatti non cambia) avvenuti a Kiev sono serviti ad accelerare il passaggio dai mutamenti protestatari puramente quantitativi ad una condizione qualitativamente nuova: quella «libertà di compiere scelte storiche», come a suo tempo Michail Gorbacëv aveva disegnato la traiettoria di sviluppo futura dei paesi dell’Europa centro-orientale, allora ancora socialisti. In questo processo di portata storica, l’appoggio della Russia nell’attuazione del referendum crimeano ha soltanto perseguito lo scopo di prevenire un possibile intervento esterno e di disporre le forze in terra di Crimea, la quale, stando ai fatti, si è trovata nella stessa situazione creatasi dopo il referendum del 1991.

L’obbligo, assunto dal governo crimeano, di presentare le proprie dimissioni nel caso in cui gli elettori avessero scelto di rimanere parte dell’Ucraina, ha rafforzato la trasparenza di questo processo politico. Non a caso, i più importanti difensori russi dei diritti umani hanno sostenuto senza indugi la decisione storica dei crimeani («La Crimea è nostra e di nessun altro…» oppure «la Russia ha strappato la Crimea dalle grinfie del Leviatano»). In seguito, anche alcuni politici occidentali (in particolare l’\”euro-atlantista\” Sarkozy) sono stati costretti a riconoscere alla penisola il diritto di compiere una «scelta storica».

Riguardo la \”questione crimeana\”, la posizione di un importante membro della comunità internazionale, quale è l’India, ha destato l’attenzione di molti analisti occidentali, che hanno fatto riferimento alle dichiarazioni di rispetto dei «legittimi interessi» della Russia in Crimea rilasciate da Nuova Delhi6, oltre che alla caratteristica impostazione indiana volta al mantenimento dell’unità e dell’integrità territoriale dello Stato. Ci sono, a mio avviso, due ragioni che spiegano la posizione della \”più grande democrazia del mondo\” riguardo ai fatti avvenuti in Ucraina e dintorni:

  1. Il percepire come «artificiale» l’inasprimento della crisi ucraina e considerare il suo proseguimento come pilotato per mano di forze esterne (tema ripetutamente trattato da importanti esperti di politica estera nel 2014). In questo contesto, la Russia, riacquistando una «propria voce» (espressione in voga tra i mass-media indiani), viene considerata uno strumento indispensabile in una nuova struttura globale multipolare che escluda un’India aderente alla Pax Sinica7o alla Pax Americana in qualità di partner subordinato. L’India, intesa come centro indipendente del sistema internazionale, rappresenta un vecchio obiettivo strategico dei quadri dirigenti di questo Paese;
  2. La conoscenza dettagliata della storia politica ed economica dell’Unione Sovietica. Prima che dal sottoscritto, il carattere confederativo della Costituzione sovietica è stato notato da illustri esperti indiani, consiglieri della guida politica del Paese: M. L. Fotedar (nel febbraio 1990) e P. N. Haksar (nel febbraio 1991). Uno dei più autorevoli storici indiani, Ravinder Kumar, mi aveva personalmente fatto cenno più volte all’eventualità d’una disgregazione «legittima» dell’Unione Sovietica, tenendo presente il carattere della nostra Сostituzione. Egli, subito dopo la dissoluzione dell’URSS, già predisse la possibilità di nascita di un movimento di stampo gandhiano proprio in Crimea8. Non è da escludere che esattamente la valutazione globale della peculiare posizione occupata dalla penisola crimeana all’interno dell’URSS ha indotto il prudente Primo ministro indiano Manmohan Singh a manifestare, nei confronti di Putin, il rispetto dell’India verso i «legittimi interessi» russi in Crimea (18 marzo 2014). Se questo discorso è logicamente corretto, in relazione alla legittimità del referendum del 16 marzo, non è casuale l’inclusione dei rappresentanti della Repubblica di Crimea alla delegazione che ha accompagnato la visita del presidente russo in India nel dicembre 2014.

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L’Occidente non ha invece riconosciuto i risultati del referendum del 16 marzo. Alcuni politici sostengono che la «annessione» della Crimea abbia destabilizzato il sistema delle relazioni europee dopo la caduta del muro di Berlino. Tuttavia, questa è soltanto una delle interpretazioni possibili, che a mio avviso evidenzia più che altro la scarsa memoria storica di chi la sostiene. Gli storici occidentali amano rammentare che è stata la Germania riunificata (e non certo gli Stati Uniti) ad aver avviato il processo di trasformazione dello spazio europeo, e che un «grande contributo personale» nello sviluppo di tali cambiamenti fu profuso da Hans-Dietrich Genscher, che allora era Ministro degli Esteri della Repubblica Federale Tedesca. Questa trasformazione è andata avanti facendo leva proprio sul «diritto di autodeterminazione delle nazioni». Quando, però, molti progetti nazionali alternativi a quelli dell’UE o della NATO poggiano su questo medesimo diritto, esso viene esplicitamente disconosciuto9.

Ovviamente, l’Occidente ha tutto il diritto di non riconoscere la \”realtà crimeana\”. Il nostro Paese si è trovato in situazioni simili più di una volta: non abbiamo disimparato a temporeggiare e proprio questa qualità rappresenta uno strumento diplomatico efficace. È importante, per la Russia e per i Russi, tenere in considerazione l’esperienza del passato e imparare a rispettare le nostre stesse leggi, come quelle costituzionali, poiché tale rispetto costituirà garanzia delle nostre scelte future.

(Traduzione dal russo di Giannicola Saldutti)

NOTE:

1. H. Hofbauer, «Etnizacija» social’nych konfliktov v Evrope. Kak Zapad ispol’zuet koncept samoopredelenija nacij dlja rasčirenija svoego vlijanija na Vostoke, «Rossija i mir. Vestnik Diplomatičeskoj Akademii MID», 2014, № 2, p. 52.
2. Konstitucija (Osnovnoj Zakon) CCCP, Glava II.
3. Ibidem.
4. Pervyj sovetskij plebiscite – vsekrymskij referendum 1991 goda. Spravka, Ria Novosti 20.01.2011.
5. Sergej Chruščëv: Krym peredal Ukraine ne Nikita Sergeevič, a Boris Nikolaevič, «Komsomol’skaja Pravda», 20.03.2014.
6. A. J. Stravers, P. Harris, Vnešnjaja politika Indii: cholodnaja vojna ne zakančivalas’, INOSMI, 28/03/2014.
7. Cfr. M. Jacques, When China Rules the World. The Rise of the Middle Kingdom and the End of the Western World, London 2009.
8. Sarebbe errato affermare che i giuristi sovietici non abbiano notato, nella Carta fondamentale dell’URSS, palesi contraddizioni tra la forma confederativa ed il contenuto unitario. Ciò è a conoscenza del sottoscritto dalla primavera del 1990, grazie al confronto con uno dei più giuristi più arguti, Vladimir Guliev. È evidente che proprio questa contraddizione tra forma e contenuto fu di incentivo alla nascita della Costituzione sovietica approvata nel 1977 (la cosiddetta Costituzione «brežneviana»), nella quale è incluso un articolo speciale trattante il ruolo guida del PCUS nella vita della società dell’URSS (art. 6): un partito-Stato pensato come «cintura di sicurezza» nel caso di un rafforzamento delle tendenze centrifughe in seno alla società sovietica.
9. H. Hofbauer, «Etnizacija» social’nych konfliktov v Evrope. Kak Zapad ispol’zuet koncept samoopredelenija nacij dlja rasčirenija svoego vlijanija na Vostoke, «Rossija i mir. Vestnik Diplomatičeskoj Akademii MID», 2014, № 2, pp. 48-50.


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