Hong Kong, una “anomalia geopolitica” tra democrazia e business Hong Kong, una “anomalia geopolitica” tra democrazia e business
Con la resa e la consegna volontaria alla polizia di Hong Kong, i primi di dicembre 2014, da parte dei tre leader del movimento... Hong Kong, una “anomalia geopolitica” tra democrazia e business

Con la resa e la consegna volontaria alla polizia di Hong Kong, i primi di dicembre 2014, da parte dei tre leader del movimento di disobbedienza civile denominato Occupy Central with Love and Peace, si è conclusa provvisoriamente, dopo 79 giorni, l’ondata di proteste che ha scosso il mondo politico e finanziario dell’ex colonia britannica.

I fondatori del movimento, Benny Tai, Chan Kin-man e Chu Yiu-ming, hanno invitato i manifestanti a far cessare tutte le occupazioni e i sit-in e a “ritirarsi per mettere radici profonde nella comunità e trasformare il movimento”.

A spingere le organizzazioni studentesche come la Hong Kong Federation of Students e Scholarism, a cui si è prontamente unito il movimento di Occupy Central, a occupare il cuore politico ed economico di Hong Kong, è stata la proposta di riforma del sistema elettorale voluta dal Comitato permanente del Congresso nazionale del Popolo (NPCSC) e largamente appoggiata dalle autorità locali di Hong Kong, che prevede – per la prima volta nella storia – la libera elezione nel 2017 dello Chief Executive (o Governatore) da parte degli oltre cinque milioni di elettori di Hong Kong. La scelta dei candidati, due o tre al massimo, sarebbe dovuta però passare al vaglio di una commissione di individui strettamente selezionati e vicini ai vertici di Pechino.

Secondo la ‘Basic Law’, la legge elettorale vigente, il Chief Executive viene eletto da un Comitato formato da 1200 elettori, raggruppati in diverse sezioni principali e sottosezioni che rappresentano le varie categorie in cui è suddivisa la popolazione (ambiente finanziario, sanitario, agricolo, educativo ecc.). La base dell’elettorato coincide quindi con i cittadini “di categoria” che hanno il diritto di votare i propri rappresentanti, che per vincere devono ottenere un minimo di 601 voti. L’attuale Chief Executive Leung Chun-ying (ironicamente soprannominato “689”, in riferimento al numero dei voti ottenuti), in carica dal 1997, è stato votato con tale sistema.

L’obiettivo dei manifestanti consisteva nell’ottenimento, per le elezioni previste nel 2017, del suffragio universale “secondo gli standard internazionali”, e nelle dimissioni dell’attuale Governatore Leung Chun-ying.

Al termine della Prima Guerra dell’Oppio (1840-1842) e in seguito alla firma del trattato di Nanchino, Hong Kong fu proclamata colonia dell’Impero britannico (1843) e tale rimase sino al 1° luglio del 1997, quando fu riconsegnata alla sovranità cinese con lo status di ‘Regione Amministrativa Speciale’. Secondo gli accordi sottoscritti nel 1984 tra l’allora Primo Ministro Margareth Thatcher e il leader cinese Deng Xiaoping, il “passaggio di consegna” potrà considerarsi concluso nel 2047, in un arco dunque di 50 anni, durante i quali Pechino avrebbe dovuto accettare il sistema capitalista di Hong Kong senza potervi imporre il proprio sistema socialista. La sottoscrizione di una Costituzione provvisoria, la Hong Kong Basic Law, diede espressione concreta all’enunciato di Deng Xiaoping “Un Paese, due sistemi”, che prevedeva l’esistenza un sistema di stampo Occidentale e capitalista, con ampie autonomie politiche e giuridiche, sottoposto alla sovranità del Governo di Pechino, come evidenziato dalla presenza di un contingente militare cinese a cui è affidata la difesa del territorio.

La coesistenza dei due sistemi, quello della Repubblica Popolare Cinese e della Regione ad Amministrazione Speciale di Hong Kong, ha dato origine a uno dei più interessanti “esperimenti” politico-economici mai attuati.

Al di là delle contrapposizioni ideologiche, infatti, il “sistema-Hong Kong” ha saputo incontrare perfettamente le esigenze e gli interessi di una Cina che, a partire dagli anni Ottanta del Novecento, si apriva al mondo e al mercato globale. Povera di risorse energetiche autoctone, Hong Kong ha fondato la sua forza economica sul settore finanziario, commerciale e turistico, trasformandosi rapidamente in uno degli hub privilegiati a livello mondiale per lo sviluppo delle relazioni economiche tra la Cina e il resto del mondo.

Abitata da circa sette milioni di individui, distribuiti su un’area di poco più di 1000 km2 (composta dall’isola di Hong Kong, la penisola di Kowloon, i “New Territories” e più di 200 isole) e concentrati prevalentemente nelle aree urbane, Hong Kong (che presenta un Pil annuo di più di 260 miliardi di dollari) ospita la maggior concentrazione di miliardari del mondo: trentanove, secondo una classifica stilata da Forbes, a fronte di 1,3 milioni di abitanti (circa il 20% della popolazione)che risultano invece al di sotto della soglia di povertà. Stando ai dati ufficiali, il coefficiente Gini (indicatore della disuguaglianza economica) ad Hong Kong ha raggiunto nel 2011 il livello più alto (0.537) dal 1971, quando venne rilevato per la prima volta.

Studenti e ceto medio, già gravati dalle condizioni di disparità economica, sono i primi a essere danneggiati dalla presenza competitiva dei “cugini” del continente all’interno dei vari settori professionali. Ad alimentare il sentimento anti-Pechino degli Hongkongers (invero spesso sfociato in un vero e proprio sentimento anti-cinese tout court) si aggiunge dunque un forte sentimento di rivendicazione nei confronti della stessa lobby finanziaria di Hong Kong. Non è un caso se uno dei centri nevralgici della protesta è stato proprio il quartiere di Admiralty, il cuore finanziario e politico della città.

Appare chiaro dunque che le forti resistenze rispetto alle richieste di riforma della Basic Law attualmente in vigore, insieme all’istituzione di una “democrazia reale”, da parte degli attivisti di Occupy Central e degli altri movimenti che hanno preso parte alla protesta, non provengano solo dai vertici del Governo di Pechino. Un tale mutamento giuridico implicherebbe una serie di cambiamenti a livello sociale e politico, una prospettiva che suscita ragionevolmente la preoccupazione della stessa classe dirigente di Hong Kong, i cui privilegi sono legati al mantenimento delle relazioni con Pechino. In quanto tramite tra il mondo finanziario cinese e l’esterno, Hong Kong – grazie al suo status “ibrido” – finisce per assumere un’importanza fondamentale non solo a livello economico, ma anche politico.

In un comunicato ufficiale rilasciato dalla Hong Kong General Chamber of Commerce in seguito all’annuncio riguardante la decisione di introdurre il suffragio universale per l’elezione dello Chief Executive nel 2017, il Presidente della Camera Yiu-kai Pang ha chiarito la posizione dell’establishment finanziario di Hong Kong, affermando che «se le persone infrangono la legge per dimostrare la loro insoddisfazione per le modalità entro cui si svolgerà l\’elezione del Chief Executive, come ad esempio occupando Central, esse non intaccheranno solamente l\’ordine sociale di Hong Kong e la sua prosperità economica, ma finiranno anche per minare la nostra posizione in quanto centro finanziario e di business internazionale. Ciò scuoterebbe la fiducia internazionale nei confronti della stabilità di Hong Kong e inciderebbe direttamente sull’ambiente finanziario di Hong Kong e la vita futura dei cittadini».

Le proteste hanno in effetti provocato un calo della Borsa di Hong Kong dell’1,9%, confermando le preoccupazioni degli operatori finanziari, che temevano inoltre una ricaduta più ampia sui mercati internazionali.

La stessa Camera di Commercio generale di Hong Kong ha poi diramato un comunicato di aperta condanna nei confronti del movimento di Occupy Central, siglato dalle Camere di commercio di Italia, India, Canada e dall’Associazione del Bahrein per il business; mentre altri importanti gruppi commerciali americani, inglesi e australiani si sono astenuti dal firmare il documento. In particolare gli Stati Uniti, per bocca del portavoce della Casa Bianca Josh Earnest, hanno affermato di essere “vicini alle aspirazioni della popolazione di Hong Kong”, mentre il Regno Unito ha auspicato l’avvio di un “dialogo costruttivo” tra le parti in gioco di fronte alle legittime richieste democratiche della popolazione.

Il Governo di Pechino non ha però esitato a ricordare a Washington (che in ogni caso non si è mai esposta in maniera netta e ufficiale a favore del movimento) e alle altre nazioni che Hong Kong rientra esclusivamente negli “affari interni cinesi”, invitando a rispettare il principio di sovranità interna; ribadendo inoltre con fermezza la natura illegale di Occupy Central, fatto peraltro riconosciuto dagli stessi fondatori del movimento.

La reazione “tiepida”, se non addirittura apertamente ostile delle potenze occidentali nei confronti del movimento di Occupy Central, è comprensibile anche alla luce di un evento come l’annuncio della fusione fra le Borse di Shanghai e Hong Kong, avviata ufficialmente lo scorso 17 novembre, che ha provocato un vero e proprio tsunami positivo nelle piazze cinesi (al momento dell’annuncio il mercato continentale ha chiuso con un rialzo del 2,3%), con ottimi risultati anche per la Borsa di Hong Kong.

Il progetto, presentato dal Governo di Pechino nell’aprile 2014 e slittato proprio a causa del clima di instabilità provocato dalle proteste, è stato denominato ‘Shanghai-Hong Kong Stock Connect’ e costituisce, come affermato dallo Chief Executive della Borsa di Hong Kong, Charles Li Xiaojia, “un passo avanti molto significativo nell\’apertura dei mercati dei capitali della Cina sia per gli investitori nazionali sia per quelli internazionali, nonché una pietra miliare nell\’internazionalizzazione dello yuan”. Il gemellaggio (che prevede anche l’inclusione della Borsa di Shenzhen verosimilmente “entro il 2015”), secondo i dati forniti dalla Federazione mondiale delle Borse, porterebbe a un livello di capitalizzazione in grado di surclassare i risultati della Borsa nipponica, la prima in Asia e terza nel mondo con oltre 4,5 miliardi di dollari.

Nonostante il tentativo da parte delle autorità cinesi di limitare quanto più possibile la copertura mediatica delle proteste, la loro eco si è diffusa capillarmente, complici soprattutto i social media e lo sfruttamento delle potenzialità della mobile technology, estendendosi al di là dei confini di Hong Kong, lambendo le sponde della stessa Taiwan, la cui appartenenza alla Cina continentale (che la stessa Taiwan rivendica) costituisce un altro “nodo geopolitico” irrisolto.

È proprio la possibilità di una diffusione delle proteste oltreoceano, oltre alla messa in discussione del modello “un Paese, due sistemi” (che nella visione di Deng Xiaoping avrebbe dovuto rappresentare un compromesso allettante per la Repubblica di Cina), a suscitare i timori di Pechino.

Parallelamente alle manifestazioni di Hong Kong, si verificava infatti la disfatta elettorale del Kuomintang a Taiwan, il partito guidato da Ma Ying-jeou (di vedute nettamente filo-cinesi), che si è visto sottrarre dall’opposizione la stessa capitale Taipei, sua roccaforte tradizionale. Un terremoto politico già preconizzato dall’ondata di proteste di massa verificatesi a Taiwan lo scorso marzo 2014, promosse dal cosiddetto Sunflower Student Movement, contro l’attuazione di un Accordo di integrazione economica tra Cina e Taiwan, percepito come una minaccia per l’autonomia economica (e politica) dell’isola.

Le proteste di Hong Kong sono il sintomo più evidente che lo “spettro” del riassorbimento da parte del Dragone cinese, con l’approssimarsi della data del 2047, si fa sempre più incombente. Ciò è testimoniato anche dalla crescente pressione di Pechino sugli organi di stampa (secondo i dati emersi da un sondaggio promosso dalla Hong Kong Journalist’s Association nel 2012), e dal tentativo da parte del Governo cinese di introdurre l’ideologia di Partito all’interno del sistema scolastico di Hong Kong, attraverso la proposta di introduzione del Moral and National Education curriculum, che aveva scatenato, nel 2012, la protesta di massa degli studenti guidati proprio dal gruppo attivista Scholarism.

La ricomparsa dei manifestanti pro-democrazia, che sono tornati a marciare per le strade di Hong Kong lo scorso 1 febbraio, seppure in numero minore rispetto ai mesi precedenti, testimonia il fatto che il “fenomeno” di Occupy Central e delle proteste studentesche sono qualcosa di più di un fuoco di paglia e sottendono una consapevolezza nei confronti di problematiche che vanno ben oltre la concessione o meno del suffragio universale per le elezioni dello Chief Executive nel 2017; problematiche legate al tessuto sociale della stessa Hong Kong e al rapporto tra la cittadinanza e la dirigenza finanziaria della città.

Tanto il Governo di Pechino che le autorità di Hong Kong dovranno considerare attentamente le proprie risposte alle istanze della popolazione, valutando quale reale impatto potrebbero avere eventuali mutamenti giuridici e sociali sul futuro economico di Hong Kong e quanto vantaggio o meno porterebbe un ulteriore avvicinamento alla Cina dal punto di vista del mantenimento del proprio status di hub internazionale privilegiato dalle compagnie di tutto il mondo.

NOTE:

Priscilla Inzerilli è laureata in Lingue e Civiltà Orientali presso l’Università Sapienza di Roma. Ha collaborato con il portale Agichina24, la rivista "East" e il quotidiano online "L’Indro"


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